Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

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Ancora porte da bussare: su “Herbarium magicum” di Bianca Battilocchi

fera 'o luni

 

Bianca Battilocchi costruisce (forse dovrei dire “aedifica” e spiegherò perché) col suo Herbarium magicum (Anterem Edizioni / Cierre Grafica, Verona 2021) un libro ricchissimo di riferimenti sia letterari che extraletterari ed originale per impostazione e stilistica e tematica.

I simboli e la tradizione alchemica innervano tutto il libro, ma non si pensi affatto a un attardato o irrazionale tentativo di tener viva quella tradizione sulla soglia (ormai ampiamente varcata) del XXI Secolo; Bianca Battilocchi è la curatrice di uno straordinario libro dal titolo Rovesciare lo sguardo. I Tarocchi di Emilio Villa (Argolibri, Ancona 2020) nel quale studia e presenta l’eterogeneo, caotico materiale risultante dal perdurante interesse del poeta per i tarocchi e il loro simbolismo; se pensiamo anche al Castello dei destini incrociati di Italo Calvino, all’Opera al nero di Marguerite Yourcenar, alla suggestiva presenza nella nostra contemporaneità dell’opera multiforme e della personalità di Alejandro Jodorowsky, ad alcuni libri di Arturo Schwarz, naturalmente a Carl Gustav Jung, o, per esempio, ad Augusto Vitale e al suo Solve coagula. Itinerario e compimento dell’uomo nella metafora alchemica (Moretti & Vitali, Bergamo 2001), comprendiamo immediatamente quale possa essere il fertile retroterra con cui Herbarium magicum dialoga; negli stessi Marginalia al proprio libro Bianca Battilocchi suggerisce una serie di autori e di suggestioni che innervano la sua poesia (Aby Warburg e Il rituale del serpente, Simone Weil e Attesa di Dio, Cristina Campo e Gli imperdonabili, Santa Teresa d’Avila e Il castello interiore, Jung e Psicologia e alchimia, Giovanni Pozzi e Sull’orlo del sensibile parlare).

La poesia nasce, in tal modo, dal complesso intersecarsi di studi e meditazioni, dall’approdo a ritmi del dire e a strutturazioni dei testi che sanno trasformare il concetto o l’immagine di partenza in scrittura in atto – l’aedificare cui accennavo in apertura è proprio questa costruzione minuziosa del libro (dell’herbarium, vale a dire della raccolta di testi e immagini che è magicum perché capace di trasformare i materiali iniziali e trasformare anche la mente di chi legge, così come deve saper fare ogni libro riuscito), aedificare è questo strutturare i testi scegliendo anche particolari disposizioni tipografiche, questo porli in relazione con uno specifico apparato d’immagini che non ha affatto funzione decorativa, ma significante.  Leggi il seguito di questo post »

Su Genova scalena, Caterina Fieschi Adorno e altro ancora (attraversando “L’opera in rosso” di Massimo Morasso)

 

Ripropongo da Via Lepsius un mio saggio relativo al libro di Massimo Morasso L’opera in rosso che avevo già pubblicato tempo addietro su Carteggi Letterari; la stesura proposta qui è in alcuni punti differente dalla precedente e aggiornata anche in riferimento ai libri più recenti dell’autore genovese (A. D.)

 

 

L’opera in rosso, libro edito da Passigli nel 2016, possiede quella serietà di concezione e di costruzione artistica, intellettuale, etica di cui abbiamo bisogno se vogliamo che la scrittura continui a rivendicare il diritto di farsi ascoltare e il proprio ruolo di presenza in mezzo agli uomini – non avrebbe senso, altrimenti, prendere in mano un nuovo libro di versi, leggerlo, attraversarlo se tale libro non fosse in grado di segnarci la mente, ferirla se necessario, comunque destarla. E L’opera in rosso nasce nello e dallo stesso alveo di un altro libro pure necessario di Massimo Morasso, intendo dire Il mondo senza Benjamin (Moretti & Vitali Editori, Bergamo 2014): la Nota dell’Autore che chiude il volume Passigli inizia con la lapidaria affermazione «questo libro è stato scritto nel 2014» (p. 103), il libro Moretti & Vitali giunge in libreria, lo ripeto, sempre nel 2014, intercorrono due anni tra la stesura dell’Opera in rosso e la sua pubblicazione, in ogni caso s’intuisce la continuità nella ricerca di Massimo Morasso, dimostrata, oltre che in termini temporali, in quelli tematici e bibliografici e questo è uno dei motivi per cui costruirò quest’attraversamento in parte anche in forma di spola tra i due libri (esistono una complessità e una ricchezza notevoli e rare nel lavoro morassiano, per cui nessuno dei libri dell’autore genovese resta isolato rispetto agli altri). Leggi il seguito di questo post »

Lavorare a rasciugare: su “Luce che nutre” di Alfonso Ravazzano

 

 

 

Alfonso Ravazzano non ha fretta e pubblica con parsimonia i suoi libri, giungendo a questo suo più recente (Luce che nutre, Puntoacapo Editrice, Novi Ligure, 2016) dopo un lungo, apparente silenzio; l’hanno sottolineato in molti e anch’io parto da quest’assunto perché apprezzo molto un autore che si sottrae alla baraonda editoriale in atto e che, in netta controtendenza, scrive nel silenzio e nell’attesa, consegnandoci un’opera prosciugata – e uso un tale termine quale apprezzamento e lode da parte mia, perché lavorare a togliere, lavorare nell’attesa, lavorare senza fretta, ma cadenzando e concordando la scrittura con la propria esistenza, facendone dunque davvero espressione d’esistenza è raro e molto apprezzabile. Ma non voglio ingenerare l’equivoco che io ritenga la poesia di Alfonso quale espressione e comunicazione dei propri sentimenti o pensieri, ché questo equivarrebbe a fare al poeta un grandissimo torto e leggere i suoi testi in maniera limitante e scorretta – intendo dire, invece, che come ogni poeta di valore Ravazzano vive la propria esistenza in chiave poetica, filtrandola attraverso l’esperienza poetica che è linguaggio e presa di distanza, esperienza ritmica e scandaglio, assunzione dei fatti alla coscienza tramite forme precise e verbalizzanti. Se infatti sono esperienze personali (e comuni a ogni lettore) i punti di partenza dei testi, la soluzione in forma d’arte dice in maniera chiara di un lavoro inflessibile su linguaggio e stile, su metro e costruzione sintattica:

Come spingere il dolore senza sentirne il male
se tu appartenessi al delirio non all’istinto
se tu fossi l’approccio al coraggio non la paura

e invece cadevi sciogliendo la parte di te
che sgranocchiavi da dentro per diventare
un prurito un suggerimento all’estremo

ma l’angelo s’incaricò di lasciarti insonne
e amando il tuo sguardo lo sorprese.

Il “tu” instaura un dialogo, un “tu” che il lettore deve, di volta in volta, discernere se identificativo dell’autore stesso (soliloquio), se dell’amata, o di una qualche altra persona che Ravazzano chiama in quel momento in causa:

Tu potresti colorare le mie intenzioni
con i profumi e gli odori che il mondo
scalzo ai nostri piedi ora ci contiene
e saresti un’invitata speciale, il tatto
su cui sradicare i brandelli del tempo
quel tempo spugnoso che abitiamo
commensali di un rito, di un presentimento.

Invito chi stesse leggendo questo mio “attraversamento” a non trascurare la bellezza e la pregnanza del distico in clausola finale (“quel tempo spugnoso che abitiamo / commensali di un rito, di un presentimento”), dal momento che esso conferma quanto serio e solenne sia l’esistere per questo poeta, quanto appartenente a una sfera religiosa e comunitaria (non necessariamente istituzionalizzata) l’esperienza esistenziale e intellettuale: il “rito”, nella sua solenne ripetitività e cadenza, innalza un atto alla sfera del sacro (ribadisco: da non identificare necessariamente con una religione specifica, ma, qui, spesso, se mi è consentito dirlo, tale sfera è “a-teologica” e “laicamente” religiosa), il rito implica un superamento del fatto puramente e limitatamente materiale e dà accesso a quell’atto conoscitivo che consente di mettere in relazione vita biologica e pensiero, storia e ciò che sta oltre la storia, quotidianità e atemporalità. Essere commensali di un rito e di un presentimento libera l’io dalle proprie prigioni, lo rende partecipe della cerimonia del vivere, lo riscatta dalla dimensione mercantile, banalizzata, banausica cui il vivere viene spesso costretto.

 

 

E uno dei cuori pulsanti del libro è identificabile nel testo a seguire:

Lasciati pigrizia e lamenti inventai
una forma nuova di dolore generando
un cuore artificiale di parole

il libro aveva il colore della luna nuova
le pagine la magica consistenza della quiete
ed ogni verso l’eleganza del buio

leggere non era importante serviva a
tenere le mani occupate per osservare
quanti respiri diventavano sentenze

la posizione del corpo era una frusta
gesticolando ogni movimento chiese
al proprio io quale dolore liberare

non credo sia goloso mangiare il
proprio vizio lasciare qualche dubbio
allo sgambettare incerto di un torto

ma tutto si schianta dietro la spalla
destra o sinistra non ha importanza
resta un bersaglio colpito

il libro a questo punto si scompone
le pagine perdono luce s’imbrogliano
fra loro le parole diventano schiave

gorgheggio questo passaggio di tempo

È qui, detto di gran lunga meglio di quanto non abbia saputo fare io, qui è l’identità del libro e del poetare di Alfonso Ravazzano, espresso con lo stile rasciugato che gli è peculiare, costruito con movimenti d’enjambement e con raggruppamenti strofici che sono il “gorgheggio” finale, coincidenza di tempo (dire un testo è, anche, tempo che trascorre e tempo organizzato in accenti e versi e strofe e spazi bianchi) e stile (stile è scelta dei vocaboli, loro accostamento, invenzione di un ritmo); il testo è, inoltre, movimento, “cuore artificiale di parole” che s’aggiunge al muscolo di carne il quale permette la vita, ma è evidentemente il “cuore artificiale di parole” che dà vita alla coscienza e all’espressione di tale coscienza – e, mi sia consentito aggiungere, non si tratta di una coscienza banale e prosaica, ma poetica perché inventiva e perché immersa dentro il tempo da cui essa riceve ritmo e cui essa dà ritmo.
Avete bisogno di una controprova? Eccola:

Quello che vorresti essere del pavimento
è la sua memoria la rumorosa intermittenza
passi e trapassi – tu che rimani presente

torno a quando disegnavi i miei sogni
il peso delle cose è come acqua incustodita.

Notiamo infatti come il breve testo s’inchiavardi su vocaboli e su forme verbali (“intermittenza”, “passi e trapassi”, “sogni”, “peso delle cose”) che, inseriti nelle unità ritmiche e significanti delle proposizioni e dei versi, trasmettono l’impressione di questo cercarsi reciproco del tempo del mondo e del tempo del dire poetico.

 

 

Articolato in quattro sezioni (L’io dei miracoli, Avrebbe goduto il dolore, La vibrazione di un sentimento inespresso è chiusa nel suo nascondiglio – a Dada, Sincronie) Luce che nutre accoglie molti testi che recano una data in calce, ma spesso si tratta di date, all’interno della medesima sezione, molto distanti tra di loro, per cui si può pensare a un ordine temporale interiore e psicologico che supera la banalità del calendario per diventare sequenza temporale di un rito, appunto, e di un disporsi della poesia su piani contigui, o conflagranti, o allontanantisi – oppure è lecito sospettare l’esistenza di altri testi che l’autore ha poi espunto dal libro, lasciando soltanto quelli sopravvissuti all’impietosa revisione :

La parola consuma
non sono niente
albero di primavere
che la bellezza aggiunge
a chi la cerca ancora

non sono, non ora
abito soltanto le strade
che diventano macchine moto
aeroplani

e l’istinto è un volo
fragile nei bordi
e nei contorni
simile a quella luce
che appare sulle lacrime

gli occhi hanno dolore
e granelli di vento

 

L’aria dalle zanzariere passa ubriaca
il fumo di quattro zampironi serve a soffocarla l’aria.
Ma in questa notte tanto limpida da vederne i germogli
conto senza fare fatica i respiri dei cani
li osservo mentre prendono fiato
a pieni polmoni.
Ritrovo l’origine del buio
negli ornamenti alle finestre socchiuse
ogni poro di vita è nella nudità
di questa terra umida e seminata.
La stanchezza è un fiato caldo
il dolore fisico un vagito lento
a bassa voce ai piedi del mio corpo

tutto rinasce nella pazienza dei brividi.

Infatti Alfonso dice di sé stesso:

Sono un pescatore di polvere
amo il silenzio prima e dopo la cattura
amo la paura…
La lenza è un passamano di sporcizia
abito la parte nobile dei deboli
e questo mi permette di rinascere

Muovo la trasparenza del filo
e ne riavvolgo gli umori

Il contatto fra la preda
e l’ inganno.
16 06 2015

Non c’è nulla della “poesia ombelicale”, come si può constatare, pur nella presenza dell’io i versi che abbiamo appena letto testimoniano una tensione esistenziale e, ancora, una rasciugata posizione etica che fa dell’esperienza personale scandaglio, non fulcro, interrogazione, non autocontemplazione, attitudine conoscitiva, non narcisistica chiusura. E il dolore, termine ricorrente in questa prima parte del libro, dischiude tutta la sua presenza nella sezione susseguente, dedicata all’agonia e alla morte della madre del poeta; riporto il testo incipitario:

Tanti si ricordano il primo respiro
o il dito in gola dell’ostetrica
pochi l’odore del primo sangue.
Mia madre scoperchiò la sua anima guardiana
e si nascose in qualche parte del mio stomaco.
Provai ad osservare la luce che morbosa
mi raccolse oltre il cuore del sonno.
23.03.2000

 

 

Confrontarsi con la malattia e con la morte della madre significa infatti confrontarsi con la propria origine e con la propria stessa morte; e in questa sezione del libro Alfonso raccoglie testi di geometrica perfezione e coraggiosa visionarietà e voglio dire che quello ch’egli scrive, partendo da una realtà inoppugnabile e ineludibile, si fa, nella scrittura, visione sapienziale, comprensione dei fatti e dei loro significati per intellectum et per sapientiam cordis – non c’è appello a una fede, a una trascendenza, ma tale sapienzialità s’esplica nei termini del linguaggio e degli accostamenti d’immagini, parte dall’umano e rimane entro l’orizzonte dell’umano, avvicina regioni di pensiero e di percezione emotiva apparentemente remote tra di loro, lavorando a rasciugare tocca il nervo scoperto, la carne dolorante:

Potevo vedere nostra madre
stringersi negli occhi saturi
di lacrime.
Dentro nascondeva quel latte
che mi riempiva la bocca.
Ho sempre cercato di toccarlo
quel seno bianco.

A pianoterra il macellaio
metteva in un vassoio d’acciaio
il prezzo alla carne tritata.
21.01. 04

E dopo la morte della madre? Scrive Alfonso Ravazzano:

(…)

il suono rende devastante il mondo dei vivi
lo assorbe come fosse una spugna asciutta
e una volta bagnata la strizza per vederne
i segni della trasformazione per vederla
nel suo limite nel suo ultimo fine

questo è il dolore che aspetto…

Conferma in tal modo il poeta di stare seguendo un itinerario di piena consapevolezza sia emotiva che intellettuale che esistenziale tout court:

Avrebbe goduto il dolore
da una traccia a colori
di ombrelli fissati su un
quadro sonoro di corpi

fosse soltanto una stanza
a disagio con i fiori sui bordi
ma il tempo s ‘inchiodò
in geometrici incastri visivi

ecco come mi avrebbe goduto
nella metodica del pianto
e lasciò cadere il suo velo
appena uno sguardo distante.

Si arriva allora a un testo di deflagrante, dolorosa bellezza:

Dopo
accostate le pareti della terra
mia madre s’ addormentò
senza bacio, senza calumet.
Misi una cipolla sopra la sua schiena
e l’osservai.
Il tempo mi apparve come un virtuosismo
in continua mutazione.
Presi la cipolla, mi scivolò dalle mani…

È lei, mi dissi che riserva sorprese.

È un altro “cuore artificiale” del libro questo testo, luogo che spalanca abissi di senso semplicemente traverso una schiena e una cipolla, ma vedete da voi che cosa riesce a fare la scrittura di un poeta quando forza della dizione, solidità del linguaggio, potenza metaforica e immaginativa si ritrovano tutte nello stesso punto-cuore…
Ovviamente questi testi sono anche memoria e rattenuto pianto, le parole alludono al corpo, dolorante e presente della madre e al corpo solidale e fremente del figlio:

Avrei voluto essere il tuo dolore
quello che s’incarna e implora
quello scorticato senza paura
perché ho imparato che il dolore
fra lo stomaco e il ventre respira

il tuo dolore è un viaggio certo
partenza e ritorno hanno il biglietto
affrancato…

Qui c’è il corpo filiale che avrebbe voluto diventare il corpo materno ed è Leitmotiv, questo, pur espresso con discrezione estrema ed estremo pudore, che mi pare porti il libro ben oltre l’abusata tematica del lutto per la perdita della madre (o del padre e, a mio avviso, sono ormai troppi i libri in circolazione che hanno al centro questo tema); Alfonso Ravazzano, riconoscendo nel corpo (e lo vedremo anche più in là, in un’altra sezione di Luce che nutre) il luogo privilegiato, così terrestre e rituale del rapporto tra due persone, riferendosi al corpo senza ricorrere alle immagini (anche queste abusate ormai) della visceralità e della carnalità più ovvie, ma con la sua consueta elegante asciuttezza, dona forza persuasiva e valore al suo libro, anche perché la luce nutriente potrebbe essere il corpo stesso e il suo dolore, l’impossibilità di sottrarsi al dolore in quanto esseri viventi – per cui il libro viene a essere pure un atto d’accettazione del vivere nella sua totalità (cosa non del tutto scontata, se ci si riflette meglio).

Ai piedi del tuo letto in ospedale ti recitavo poesie
i tuoi occhi erano zolle di una terra
seminata di rado.
Oltre la finestra immaginavo il mare
e mille barche legate in attesa di vento.
Disegnavo gusci perfetti di sogni
mentre i pescatori rimanevano curvi
sulle reti.

La madre capace di generare appartiene anche al ciclo della natura, all’universo dei viventi (la sabbia, di cui è detto nel testo che invito ora a meditare, è elemento ricorrente nel libro, presenza legata senz’altro all’acqua e al mare, materia granulosa intrisa di sale ricettacolo di vita e rimando alla “cenere” del corpo mortale, luogo contemporaneamente – e non è, si badi, una contraddizione – dell’aridità e della fecondità):

La tartaruga scava nidi
nella sabbia per depositarne
le uova e diventare madre.
Se ogni cellula vivente
riuscisse a non respirare
sentirei il rumore del guscio
che raggiunge la sabbia.
05. 01. 04

L’ho ritrovato
coperto da un tessuto sfibrato
quel bottone bianco che presi
dalle mani di mia madre.
Era nascosto fra quelle cose
che vorresti dimenticare
ma che non puoi – anche l’odore
fa male – rivestito d’umano.
13. 01.04

Quello che nasce fra le tue mani
e lo scrittoio è come una scodella
di riso e latte.
Sei una coperta di vento
dentro al sonno della luce.
Il nudo alfabeto delle lettere
il loro senso e dissenso
si allineano su quel foglio
che non vuole essere scritto.
Le parole non hanno ubbidito.
01.04.04

Se tornerai
sarai sorriso vento presenza
di un vecchio diventato bambino

ma non sarai il suo odore
il suo acciacco e il suo bastone
tieni il tuo coraggio come una reliquia per mano

Se tornerai
sarai il passato che diventa presente
sarai il rumore fastidioso delle indifferenze

ho studiato la provocazione il legame
fra cose e cose fra preghiera e scongiuro
mentre la porta s’ inventa un rumore

due giri di chiave aspetto soltanto
due giri di chiave.

 

 

La sezione successiva raccoglie poesie d’amore; leggiamo la seguente:

Sarai un piccolo disguido
nell’acqua come allora.
L’impressione che davi
era racchiusa in un respiro di seni

nuda e dilatata in ombre sottili
eri nella superficie dell’occhio la vita
ma la bellezza era un movimento
tuo soltanto.

Ancora una volta il corpo si fa sinonimo e immagine di vita, unendosi qui alla bellezza e all’eros – faccio notare la brevità del testo, la significante laconicità delle espressioni, il denso portato delle immagini.
La nudità, solitamente attribuita all’intero corpo, nel testo a seguire riguarda il viso; così scrive Alfonso:

Quando nudo è il tuo viso
dentro ad una luce d’acqua
e i tuoi occhi dipingono
lo specchio succulento
dei tuoi sguardi

allora ti osservo
ma lascio che sia
il tuo corpo
soltanto quello
la comprensione del mondo.
2003

L’acqua, altro elemento ricorrente nel libro (e qui più specificamente il prendere il bagno) l’acqua è luce e lascia emergere il viso dell’amata che è, appunto, “nudo” – è nudità nei confronti del mondo, disponibilità ad accogliere il mondo, e anche assenza di maschere, velature, nascondimenti.
Spesso queste composizioni sono costituite, dal punto di vista sintattico, da un unico periodo, da un unico movimento musicale, l’articolazione affidata ai versi e ai salti strofici:

Chiedo di moltiplicare
la tua voce in voce
appena puoi giocarmi
essere aquilone e vento
labbra d’onda e sabbia

vivere come rito di vendemmia
per averti in grappoli e vino

decanta la mia sete e riposa

chiedo di avere vena
per aggiungerti sangue
rinvigorendo il calore
della tua carne nel mio pane.
25.10.1999

Qualche testo più in là ecco riproporsi la dialettica maschera/corpo:

La maschera del corpo
nascondeva l’innocenza,
il peccato esemplare.
Ogni destino possibile
era nella struttura delle
sue labbra che un’ombra
vulnerabile plasmava.
Ho cercato di amarmi
per amarla oltre il bisogno.
Nel suo disordine eccessivo
riusciva ad accatastare ricordi
mentre la guardavo abbandonarsi
nel suo cappotto preferito
e non riuscivo ad osservarla
senza morire ogni volta.
16.04.04

L’amore è struggente, l’espressione, pur controllatissima, sa far percepire l’empito della passione amorosa e del desiderio; amore che pone la questione dell’origine e che, in tal senso, riconferma l’idea del rito su cui ci soffermavamo poco indietro – ma non si trascuri di prendere in considerazione il ruolo fondante e, appunto, luminoso del femminile nel lavoro e nell’esistenza di Ravazzano (la madre e l’amata, certamente sapienti sacerdotesse del rito della vita):

Vorrei inventarti all’origine di tutto
come se nulla fosse mai stato
il nulla ha creato lo spazio oltre
si resta avvinghiati

Il cigolio dell’onda mobile
sui sassi a filo d’ombra
l’infinito piacere della sabbia
che diventa bocca, rete di spago

nella genetica del colore
si nasconde il segreto
delle farfalle.
02. 01. 04

 

 

Nelle sue ultime pagine il libro torna alla madre e al padre, ancora alla meditazione intorno all’origine e alle discendenze (e ascendenze) del sangue:

Potrebbe uscire da un cassetto
il giorno in cui morirò soffocato:
un cassetto di legno, quadrato
nel mobile più austero che mia madre
abbia mai posseduto.
Al suo interno ho anche dormito
fasciato da panni di lino.
Viale Rimembranza, ora di cena, mio padre
apre il cassetto sfilando senza grazia
una canottiera bianca
che profuma delle cose che siamo
mentre il cotone sul suo corpo
torna pianta, con le foglie, i fiori giallo-chiari
e quel frutto a capsula che s’apre
liberando semi avvolti da una peluria bianca.
Come se la vita non fosse che un tessuto filato
dove rimaniamo fasciati, cuciti.
31. 12. 02

I dati biografici, rasciugati fino all’essenziale e al solo necessario, disegnano un itinerario di apprendimento dell’esistere, visto che Alfonso Ravazzano sembra praticare, anche per il tramite della scrittura, l’antichissima arte della ricerca della saggezza, arte in disuso e sbeffeggiata se se ne osa parlare, senecana e, scorrendo lungo i secoli, arte di Montaigne e di Pascal, per giungere ad alcuni grandi nostri contemporanei come Simone Weil e Cristina Campo – la saggezza compiuta sfugge continuamente, ma il poeta non cessa di praticare la sua “decenza quotidiana” né di consacrarsi al suo itinerario conoscitivo.

Conservo un vecchio portasigarette
in pelle, misurato nella forma, scarno.
Prevedo di tornare in tempo
disse mio padre – sarà giorno
e sconsolato chiuse la porta.
La pazienza diventò ostaggio della pena;
avevo occhi grandi ed una testa a riccioli.
Dimmi se passare sul dolore
è opera di pochi – non mi rispose
teneva sempre in bocca un odore
di tabacco masticato.
Forse frugherò nel portasigarette
per conoscere al tatto un senso
corrisposto dal lontano impeto
di una memoria ostinata.
Ringiovanisco piano, lui mi sente
zampettare sulla terra grassa.
Luglio 1997

Il libro si chiude con altri due testi-cuore artificiale e mi preme molto sottolineare il legame che l’autore istituisce con il grano e con l’albero, componendo due liriche d’indimenticabile forza, una forza benigna e mite, tipica di chi pratica l’umana arte della ricerca di senso e dell’interrogare sé stesso e il mondo, senza assoluti e senza preconcetti, senza dogmi e senza a priori:

Dove scendeva la brina
i treni non passavano

per non fare rumore
raccoglievo un silenzio di grano.
19. 11. 2001

Ero l’albero, il monologo delle spalle
che ogni uomo perde o attende
decifrandone l’ombra. Ogni foglia era una testa
un percorso nascosto – piedi e mani. Un divisorio di rami
mentre esploravo le schiene e il concime prima dei semi
avvinghiato ad una corteccia che in fondo
segnava una vita.
Maggio-luglio 2004

 

Tutte le immagini che corredano l’articolo illustrano sculture di Giacinto Cerone.

 

 

Invito alla lettura dell’OSSERVATORIO di Francesco Dalessandro (e non solo)

 

specola-principale

Interno della Specola del Collegio Romano inaugurata nel 1852.

 

Come compresso e vittima di uno schiacciamento sul tempo presente è spesso anche chi, invece, (un critico letterario, un lettore attento, chi pratica l’arte della scrittura) dovrebbe coltivare la profondità temporale, lo stratificarsi lento e meditato di pensieri e sensazioni, rischiando di arrendersi, magari senza accorgersene, a questo turbinio superficialissimo ed epidermico di recensioni, presentazioni mordi e fuggi, lasciandosi inghiottire da un presente spesso privo di spessore, di attenzione, di cura. Via Lepsius con ostinazione si chiama fuori da questa tendenza, Via Lepsius vuole continuare a esercitare l’attenzione per i risultati più recenti delle scritture, ma anche leggere e attraversare libri di valore da tenere come punti fermi capaci d’illuminare quello che accade e, possibilmente, quello che accadrà; d’altra parte un libro pubblicato nel 2011 (questo L’osservatorio di Francesco Dalessandro pubblicato nelle belle e sobrie edizioni di Moretti & Vitali di Bergamo) non è cronologicamente molto distante da questo 5 marzo 2017, ma nell’oceano informe della “rete” e in quella che mi piace chiamare superstiziosa adorazione del tempo presente, rileggere e attraversare un libro che, inoltre, ha alle spalle un farsi molto più lungo, è, mi auguro, un atto eretico e in controtendenza. E sono felice di scriverne perché si tratta del libro di una persona di notevole umanità e di un artista che esercita il mestiere di poeta con serietà e dedizione e senza narcisismi.
L’osservatorio possiede quel respiro, quel ritmo, quell’ampiezza di disegno e di propositi che ne fanno un libro da portare con sé e al quale spesso ritornare, è un progetto poetico capace di esaltare e ripetere la bellezza sintattica e lessicale che sono uno dei molti privilegi della lingua italiana; l’idea è tale da far tremare i polsi: dire di un io che vive, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, la propria storia personale inscindibile e non scissa dal luogo, vastissimo e anche mitico, immaginifico e del tutto reale, favoloso e addensato anche di puzze, anche d’inarrivabile bellezza, anche di volgarità, anche d’esaltanti slanci, abitato dall’innumere presenza dei nomi, dei fatti, delle stratificazioni e che ha il nome di Roma.
Roma sta nei molti film (e ognuno di noi ne ricorda alcuni in particolare, ne ama o detesta questo o quel passaggio), nei molti libri e nelle foto, tantissime, che ne perpetuano il mito e il fascino – Francesco Dalessandro compone un poema e lo articola in quattro parti (L’osservatorio, Stagioni del basso mondo, L’azzurro del cielo, Mare delle passioni) capace di far sentire come una persona innamorata della città (l’autore) la respiri e la restituisca traverso una scrittura dalla finissima, articolata tessitura sintattica e contenutistica; Roma è il vivere stesso, il sentire e il pensare e Dalessandro pone la sua voce, cordiale (devo ricordare che il bell’aggettivo deriva da cor, cordis?), mossa e commossa, in qualche modo debitrice alla tradizione più alta del bel canto italiano, ma anche talvolta franta o irata, melancolica o dolce, la pone, dicevo, accanto a quella di altri che hanno detto, nelle loro peculiari maniere, Roma: Pasolini, Bertolucci, Rosselli, Bellezza, Penna … Ma c’è, ai miei occhi di lettore, anche la Roma di Cristina Campo e quella di André Frénaud, quella di Durs Grünbein e quella di Rafael Alberti, ché Francesco Dalessandro contempera, in questo libro, l’esperienza personale con le suggestioni letterarie, la consapevolezza storico-culturale con la voluttà che deriva dal sentire con tutti e cinque i sensi una città unica. E questo mi piace in modo particolare, questo rende il libro così vivo, splendente, armonioso: la parola governata dalla sintassi tanto sapiente ed elegante è espressione della vitalità dei sensi, del loro essere vivi e attivi, preziosissime proiezioni della mente verso l’esterno, cosicché un erotismo luminoso e gioioso, talvolta oscuro e istintivo, investe i versi e le esperienze, i pensieri e il canto.

Torna, Musa” è allora l’attacco del libro, gravido d’un consapevole andare in controtendenza (ma non è morta la Musa? non se n’è fatto beffe Montale in un suo celebre testo, e non ci ha meditato anche Sinisgalli?) – ma Dalessandro è poeta e intellettuale estremamente avvertito, per cui l’invocazione ha il senso d’una ben precisa scelta di poetica (e l’esempio che trascelgo valga anche come indicazione di stile e di pensiero):

“ho bisogno di un verso
liquido che fluisca naturale
con forma e suono acconci che narri districando
il groviglio dei sensi, di un senso
semplicemente chiaro nemmeno verità
ma ipotesi del vero che sia
ricco senza effusione e scarno senza
povertà: questo m’è necessario”

(…)

– infine, Musa, vieni con l’affanno del nuovo
o la quiete serena che dà la tua franca parola (pag. 12).

In chiusa del volume si possono leggere un’affettuosa nota di Attilio Bertolucci e un illuminante saggio di Gianfranco Palmery (poeta e intellettuale, quest’ultimo, di cui si sente fortemente la mancanza in questi anni recenti) – ecco, se da un lato potrebbe esserci qualche affinità con la poetica bertolucciana (soprattutto quella che sottende i poemetti e quel capolavoro assoluto che è La camera da letto), Palmery sottolinea, e ben a ragione, come “nel poemetto di Dalessandro non si narra nulla – si gira intorno. Tutto trascorre e ritorna. Non ha il tempo lineare della narrazione, della storia, bensì il tempo circolare delle stagioni, della natura” (pag. 105) e infatti un altro punto di forza del libro è la capacità posseduta dal ritmo e dal linguaggio di restituire il senso dello svilupparsi circolare del tempo, in un’originale compresenza di realtà urbana e di ritmi vitali determinati dalla natura, là dove l’individuo non è un io sperso e alienato, ma, appunto, un essere senziente che possiede in una geografia romana più interiore che esteriore, ricchissima di precisi nomi di piante e di luoghi, lo spazio del proprio muoversi.
Dentro una tale geografia (o psicografia o emerografia) emergono voci, segnatamente quelle apposte in epigrafe alle varie parti del poema, dalle quali Dalessandro prende avvio e con le quali dialoga: Alfred Hitchcock che parla della sua Finestra sul cortile, Dante, J. D. Salinger, Pier Paolo Pasolini, Ingmar Bergman, l’amico carissimo Alessandro Ricci, Teodoro Prodromo e altri ancora, presenze tutte che fanno dell’opera un complesso sistema di riferimenti anche storico-culturali, oltre che psicologici ed emotivi.

Così, scesa la sera con le fragranti ombre
lilla avvisaglie della prossima trionfante
primavera dietro il colle Vaticano tornati
con sollievo il bel tempo e l’avvenente luce
tardiva dell’ora legale, le reti di un altro
giorno della vita passato con fatica
nelle invernali e chiuse stanze con fili
di storie riparo e mentre a rinarrarmi
ore e freschi orizzonti tremuli d’ali e cirri
nel precipite sereno vaganti io riprendo,
sui chiari viali accecati di luce sui platani
frementi di piume vive foglie e i brevi
tornanti avvolgentisi in alto, dove pini
e cipressi incoronano la vetta e luminoso
l’Osservatorio al lor centro dominante
con l’oro delle cupole sul basso mondo
e le viventi sue stagioni ora si leva fermo
e fatidico emblema di sé, già il crepuscolo
si addensa

dopo cena – tornato il silenzio la casa
tranquilla addormentandosi la città,
bava di luci oltre le chiome al vento
del Pineto notturno gementi, lontana
preparata al riposo – le ragioni
della resa ritrovo, premessa ai versi
che l’io sentimentale secerne con ingenua
vena (canto stremato) nell’adagio della
fresca notte marzolina al compleanno
imminente promessa d’acqua e fuoco
che scaldi alla sua lingua il discorso
fatuo d’amore e morte, e doloroso errore… (pagg. 39 e 40, marzo dalla sezione Stagioni del basso mondo) – si noti l’articolata architettura delle proposizioni, l’elegante e ricco distendersi del lessico, la sinuosa andanza del discorso poetico: Francesco Dalessandro ha trovato (e il lavoro di lima, di messa a punto, di costruzione è durato lunghi anni, approdando a un risultato davvero alto di stile e di espressività) un ductus del proprio carmen capace di avvincere l’attenzione del lettore, conducendolo attraverso un discorso elegante e complesso, mai scontato o prevedibile – numi tutelari, mi vien fatto di pensare, Orazio e Virgilio per quella sobria e dotta eleganza capace d’imbastire lunghi e meravigliosi discorsi poetici, in altri punti Catullo (Dalessandro stesso scrive altrove: “penso / a Catullo al carme ottavo di così / patetica bellezza in cui rimpiange i giorni / consumati correndo dove amore pretendeva / e poi più non vuole“, pagina 68).

………………..“per questo per i quindici venti
anni che mi restano cosa – dicevi – cosa
fare in questa Roma invivibile dove
non c’è parcheggio né posso camminare
per il Centro senza crepacuore? Andrò al
sud …”
………………e io chioso ricordando i tuoi
versi
………sulla lucida spiaggia ionica dove
tardo allievo platonico leggerai il Simposio
e Fedro a due km dalla S. S. 106 Taranto-Reggio
Calabria … e riscoprirai nel discorso di
Diotima che la bellezza è per sé
e con sé, eternamente univoca ma che
gli sciagurati del XX secolo che rileggono
in così grave ritardo remoti luminosi
pensieri sono già feriti a morte (pag. 59) – è un estratto dalla sezione L’azzurro del cielo nella quale l’amico fraterno Alessandro Ricci è interlocutore privilegiato per una riflessione lucida e amara sul presente e, a ben riflettere, L’osservatorio è anche una complessa elaborazione in chiave culturale di quanto l’io lirico esperisce nella Roma degli ultimi due decenni del XX secolo e dell’inizio del nuovo secolo.

il buon pensiero del mattino – “resti
vivo finché ami e scrivi” – si riaffaccia
alla mente con uguale chiarezza nel preciso
momento in cui scende il gradino –

(…)

sa qual è il giusto verso –
sa cosa fare – appena giunto a casa –
con fede e pazienza francescana si siede
allo scrittoio – inizia a scrivere – sa
che quel pensiero mattutino è il solo
specchio dove specchiarsi – e conoscersi –
guardarsi e riconoscersi – anche se
non è la misura della vita – non misura
l’abiezione dei giorni che lui passa fuori
di sé (pagg. 72 e 74) – nei molti versi che non ho citato è raccontato l’incontro casuale e fuggevole con una ragazza in metropolitana, il sorgere del desiderio carnale, la rinuncia alla sua realizzazione: apertura e chiusa del brano (Buon pensiero del mattino, II dalla sezione Mare delle passioni) da me riportate esprimono bene l’atteggiamento etico del poeta traverso tutto il libro, atteggiamento che bene giustifica anche il titolo L’osservatorio, in un procedere con pazienza e attenzione attraverso i giorni, nel ritornare delle stagioni, nel misurarsi con le più diverse occasioni della giornata, ivi compreso il lutto, il passo spesso avvertito della morte, il dolore. E, ritornante, l’eros (soprattutto l’amore coniugale, ma anche i frequenti slanci dei sensi nei confronti della luce di Roma, dei luoghi della città, delle piante e degli alberi, delle variazioni dal nuvolo alla pioggia al sereno al sopravvenire dei crepuscoli o della sera e della notte), l’eros mi sembra la più nutriente linfa che attraversa e sostiene il libro (“geenna / di fuoco fuoco vivo e inestinguibile“, pag. 76), in sintesi dialettica (e talvolta anche in conflitto) con l’avanzare dell’età anagrafica (“né medicano i versi, / mentre il giorno scorre lento / un minuto dopo l’altro fiorenti / alla memoria un’ora dopo l’altra / sul capo che imbianca sul corpo che invecchia / benché il cuore impudico ricanti / desideri canti amori passati / e futuri con la forza di un’oscura / costanza, né alleviano i versi / fatica e noia“, pag. 85). L’osservatorio è un percorso mai pacificato, irto d’inquietudini, materiato di almeno due voci dialoganti (le si distingue tipograficamente per il fatto che una delle due viene evidenziata tramite virgolette), splendidamente problematico e ferocemente sincero: è, da parte dell’autore, un continuo mettersi a nudo, respingendo sistematicamente ogni consolatoria o rassicurante conclusione:

un morbo maligno mi ha corroso in tutti questi
anni mi ha reso arido e del sogno ricordo solo
insensate speranze e bisogni non la luce
né il malvagio dèmone della notte che mi ha spinto
in quest’abisso vuoto del cuore!
……………………………………………dov’è finita
la sacrosanta verità adorata? adirata è fuggita
portandosi dietro la poesia: dovrò salire
e scendere ncora le scale di questo tetro purgatorio
faticando e penando senza l’angelo di dio
che mi segni la fronte e mi tragga a salvamento
cercherò il Lete di una balda innocenza
ma senza trovarlo e avrò sempre nella carne
le aride spine acuminate del dolore senza più
giovanili illusioni la polvere dorata della prima
infanzia ma cenere e sale sui capelli abbandonato
al dèmone dell’ansia al desiderio che non può
avere compimento (pag. 89).

Il poema si apre, l’ho già scritto, con la sezione intitolata L’osservatorio e si chiude, circolarmente, con il testo conclusivo (il numero 12 dell’ultima sezione Mare delle passioni) che si chiama appunto L’osservatorio dal quale riporto gli ultimi versi (sempre Palmery analizza con sagacia i rapporti numerici che legano le varie parti del libro):

e il giorno cresce si fa più caldo
il sole il traffico più intenso l’ora
e l’aria maturano addolcite mentre spira
tra le siepi e i rami spogli della vite
americana dalle curve sulle foglie
tintinnanti e sui volti un leggero
vento, limpido il cielo ma sul cuore
pesa una nube l’ansia dolce diventa
sottile angoscia “mio dèmone domani mi dicevi
sarà il giorno finita la clausura di cercar
ventura, io consumo l’attesa passando
il ponte e tu sei pronto a uccidere l’illusa
speranza un’altra volta senza averne
pietà”, negli occhi stupefatti è pura
luce il fiume la città corpo segnato
per secoli paziente si dispone al nuovo
giorno (pag. 92).

Trovo molto significativo quel “disporsi al nuovo giorno“, straordinaria quella definizione di Roma quale “corpo segnato / per secoli” e in effetti è vero che tutto il libro di Francesco è un riferirsi continuo al corpo senziente, pianta tra le piante, albero tra gli alberi, oserei dire, ma pianta che si muove da luogo a luogo e che contiene una mente che riflette e scrive, che capta e trasforma in canto, che percepisce lo scorrere del tempo restituendone il moto di fiume.

 

mappa-di-roma-in-bianco-e-nero

 

Non è un caso, allora, che uno dei luoghi ricorrenti nel libro, il Pineto, sia al centro di un’edizione d’arte edita nel 2013 dal Bulino di Roma e corredata dai disegni di Silvia Stucky: si tratta del poemetto Primo maggio nel Pineto il quale sembra continuare L’osservatorio, esserne quasi una sezione aggiuntiva, ma, pure, con una sua precisa autonomia, ché qui Francesco Dalessandro può con più agio richiamare e riproporre anche i turbamenti e le scoperte erotico-amorose dell’adolescenza, sempre intrecciandole con magistrale arte alle percezioni, numerosissime, che il noi, il pronome-soggetto caratterizzante l’opera (il poeta e la sua compagna), riceve ed esprime:

Dai casali diruti siamo entrati
nel verde e seguendo sentieri
già tracciati con altri gitanti
della festa –

(…)

al cuore del Pineto ci siamo
diretti seguendo solo i nostri
estri con l’intenzione di goderci,
liberi da pensieri, passeggiando
in piena libertà il bel mattino
festivo, primo maggio dell’anno
novantasette in cui una primavera
serena per noi forse trascorre (le pagine non sono numerate, ma si tratta, qui, dell’attacco del poemetto e di versi di poco successivi).

Primo maggio nel Pineto diviene allora anche un lungo flash-back accorato, struggente, talvolta malinconico nell’adolescenza del poeta (la lunga sequenza dedicatavi è di commovente bellezza), e anche questo poemetto, come il libro di cui in precedenza, è vibrante di vitalità e di slanci, di sensazioni e di un riconoscersi appartenere a una comunità la quale anch’essa s’abbandona al sentire e al percepire la luce, gli odori, i diversi luoghi del Pineto, il variare del dì festivo, ché spesso sono presenti riferimenti agli altri gitanti incontrati, alle coppie di fidanzati e amanti che animano il luogo di gesti e di desiderio, ai compagni d’infanzia e d’adolescenza …
Primo maggio nel Pineto è pur’esso poemetto percorso da un moto perpetuo (in fondo, se ci si pensa, un corpo ha vita finché il sangue vi circola senza interruzione e attributo essenziale del corpo stesso è il movimento, per cui esistere è moto ininterrotto, e anche cambiamento continuo e attraversamento del tempo).

(…)

l’assoluta serena bellezza
del tardo mattino di maggio,
che perfetto per trasparenza
e chiarità ci viene regalato,
mentre infine noi siamo tutto
ciò che vediamo che sentiamo
e ricordiamo senza sforzo, solo
lasciandoci andare al ricordo,
senza intenzione come se leggendo
ci cogliesse un sonno improvviso,
leggero e breve ma al quale
non possiamo o sappiamo resistere.

Ma, in verità, il poemetto andrebbe letto tutto in sequenza, anche per cogliere e apprezzare il disporsi vasto e sinuoso della sintassi, la sua armoniosa complessità che perfettamente restituisce proprio la complessità di pensieri e sentimenti, un’architettura linguistica e compositiva che (e lo ribadisco anche qui) ben a diritto merita di essere chiamata carmen, proprio secondo l’idea latina del componimento lungo, anche solenne, saldo e complesso nella sua espressione metrico-prosodica e linguistica; perché non ricordare allora gli Charmes di Paul Valéry, per esempio, o i Canti leopardiani e, ovviamente, Verso le sorgenti del Cinghio o Presso la Maestà B. di Attilio Bertolucci? Dalessandro compone una poesia controllatissima dal punto di vista formale e proprio la forma sa dispiegarsi senza forzature, né sbavature o incertezze, accogliendo in sé ogni aspetto del vivere, percorrendo anche in questo bel libro l’arco che si dispiega dall’adolescenza, attraverso la maturità, verso la vecchiaia (significativo il trapassare dei tempi verbali dal presente all’imperfetto/passato remoto al futuro):

(…) A fatica scaleremo
l’impervio terreno gibboso
e secco ascenderemo gradini
di friabile argilla e di roccia
tra radici di sughero e querce
nane, ma in vista della strada
e dei palazzi, sul sentiero
finalmente raggiunto sospinti
dall’ansia usuale affretteremo
il passo, il passo come sempre
verso casa.

 

 

Il pianto dei coniugi Bach

 

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Fausto Melotti, Scultura n. 11, 1934.

 

In un suo diario la seconda moglie di Bach racconta d’un pomeriggio domenicale. La casa è vuota dei tanti figli e sembra ancora più vuota e grande. Bach è rimasto in casa, sta componendo le ultime pagine della Passione secondo San Matteo. Lei gira per la casa, in faccende.
Non sentendo ormai da troppo tempo il suono del clavicembalo, istintivamente socchiude piano la porta della camera nella quale Bach sta lavorando. È arrivato al punto in cui Gesù muore sulla croce e lo vede, il capo chino sul clavicembalo, che piange. Allora si lascia andare sulla soglia e, in silenzio, anche lei piange. FAUSTO MELOTTI, Linee, Milano, Adelphi, 1981, pagg. 26 e 27.

 

“Sto sulla soglia del vostro pianto.
Mescolo il respiro (il mio, il vostro)
col silenzio –
che il mio fiato non lo violi.

S’è dilatata la casa
senza i bimbi passerotti fuori
nel meriggio domenicale
e sto qui
venuta a cercarvi sulla soglia
del vostro tacere.
Oh, posarvi una mano sulla spalla…
ma non lo farò
e piango come vegliando il vostro pianto.

La musica si sprofonda nell’umano
la musica schiude il dolore
la musica si sprofonda nel silenzio”.

Il pianto dei coniugi Bach,
privatissima sprezzatura della mente
quando si congiunge alla pietà.

 

Sprezzatura è un ritmo morale, è la musica di una grazia interiore; è il tempo, vorrei dire, nel quale si manifesta la compiuta libertà di un destino, inflessibilmente misurata, tuttavia, su un’ascesi coperta. CRISTINA CAMPO, Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 1987, pag. 100.