Via Lepsius

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Flavio Ferraro: Il silenzio degli oracoli

FERRARO

Esce Il silenzio degli oracoli (Poesie 2009-2016) di Flavio Ferraro (editore L’arcolaio), con uno scritto di Antonio Devicienti.

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Flavio Ferraro traduce le “Odi” di John Keats

 

 

Flavio Ferraro traduce le Odi di John Keats (Delta 3 Edizioni, Grottaminarda 2021) dando vita a un libro molto elegante e che perfettamente s’inserisce nella sua ricerca poetica stessa: tradurre è, quando questo avviene per precisa scelta e per affinità tra poeti, continuare a “scrivere in proprio”, continuare a tracciare il proprio personale sentiero.
Il lavoro che propongo oggi da Via Lepsius si compone di due parti: una (densa) introduzione firmata da Flavio Ferraro e la sua (cristallina) traduzione delle Odi. Sottolineo che l’intero libro è pensato, a mio modo di vedere, quale servizio reso all’opera amata e ammirata di un poeta altrettanto ammirato e amato – Ferraro “eclissa” la propria poesia e la propria presenza dedicandosi totalmente alla poesia keatsiana, ma, proprio perché così ben riuscito, il suo lavoro è da ascriversi alla scrittura stessa di Flavio e contribuisce ad alimentare l’interesse dei lettori italiani nei confronti del poeta inglese. Leggi il seguito di questo post »

(Segnalibri) Flavio Ferraro sulle “Odi” di John Keats

 

 

Segnalo questo bell’articolo di Flavio Ferraro (la traduzione dei versi di Keats citati è di Flavio stesso e l’edizione consultata è quella Mondadori):

la luce dell’oscurità – le Odi di John Keats

 

 

 

Attraversando “La luce immutabile” di Flavio Ferraro

 

Eduardo Chillida: Homenaje a San Juan de la Cruz.

 

 

Nella Luce immutabile di Flavio Ferraro (Roma, La Camera verde, 2019) si manifesta la rigorosa volontà dell’autore di far coincidere la propria ricerca interiore (che ha anche valenze di carattere religioso e filosofico) con la scrittura poetica, di esprimere l’unità sostanziale, ma anche formale, tra esperienza esistenziale, psichica e intellettuale e il suo volerne dire in versi; la forma-poesia si offriva immediata e, oserei dire, naturale a chi sentiva le proprie esperienze e, soprattutto, la propria ricerca, spingere e urgere in forma di canto – ovviamente il rischio della banalizzazione o di un’espressione al mero servizio del “contenuto” restava altissimo, ma ho l’impressione che il medesimo, annoso esercizio delle pratiche di concentrazione e di meditazione e di silenzio siano state messe in atto durante la scrittura e nelle fasi di revisione dei testi: ché la scelta del verso e del testo breve, della chiarezza del discorso, della pacatezza del tono, il montaggio di ogni singolo testo in direzione di un risultato che unisse slancio interiore ed espressione verbale, riflessione e ritmo, tutto questo mette il lettore innanzi a un libro meditato ed elegante, capace di interrogare chi legge, di costringere a varcare la soglia che potrebbe sussistere tra godimento estetico e pensiero.
Scrive Ferraro nel primo testo dell’opera:

Sedimenti, tracce
incandescenti: guarda
mentre scorrono,
ripercorri le orme,
vai a ritroso.

Tenebra tenebra
-vertigine di luce-
e quanto inconsolabile (pag. 7).

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