Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

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Ancona, Parigi, il numero 59 e i cigni di Socrate

 

Su “L’intermissione dei cigni – cinquantanove giorni alla frontiera della letteratura” di Angelo Vannini (Arcipelago Itaca Edizioni).

È stato pubblicato nel maggio del 2017 da Arcipelago Itaca Edizioni di Osimo L’intermissione dei cigni – cinquantanove giorni alla frontiera della letteratura di Angelo Vannini, trentacinquenne studioso di letteratura italiana e scrittore anconetano residente a Parigi; la grande gentilezza di Danilo Mandolini mi suggerisce la lettura di quest’opera e dico subito che gliene sono profondamente grato perché le trentotto pagine del testo sanno costituire un incontro intellettuale e personale raro.
Amo molto (e ricerco) quei testi alla frontiera tra i “generi” e tra le discipline e lo faccio sia per gusto personale che per la persuasione che la complessità del mondo abbia bisogno, per essere anche appena sfiorata, di libri capaci d’essere luogo d’interconnessione, sovrapposizione, frontiera appunto, incontro (non necessariamente rasserenante o tranquillizzante) tra le idee – il testo di Vannini è uno di questi, una stimolante e affascinante concatenazione di riflessioni, suggestioni, ipotesi, interconnessioni, un libro-lievito perché, a partire dai diversi luoghi di esso, si cercano i libri, i testi, gli autori cui lo scrittore fa riferimento e tutto questo letteralmente lievita tra le mani del lettore come un pane nutriente e capace di sempre rinnovarsi, si dirama in itinerari sempre più vasti e complessi, lo fa approdare anche a opere a lui in precedenza sconosciute, gliene fa rileggere altre e lo induce a cercare nuovi collegamenti, altre connessioni.
Aprendosi con un exergo, bellissimo, da Anacreonte (Simili siete ad ospiti graditi / cui bastano soltanto tetto e fuoco) il testo s’inizia così:

“Cercavo di respirare un po’ d’aria salendo il colle Guasco, ascoltando i sussurri dei fantasmi, quando lui è arrivato. È arrivato col suo solito passo, la camicia parte dentro e parte fuori i pantaloni, e una voce – non francese stavolta –, ma spagnola. Una voce che querida recava in sé l’abbraccio, il sorriso negli occhi dell’amico, e un invito.

«Pensa la frontiera, dico – fallo dove vuoi, come vuoi – non ti servo precisioni». Poi è partito col vento, al primo fiato” (pag. 21).

Leggeremo solo in calce all’intero testo che esso è stato composto tra il primo giugno e il 29 luglio 2016 (59 giorni) tra Parigi e Ancona e colpisce subito l’impostazione antiaccademica, l’abbrivo letterario che vede irrompere poi sulla scena “lui”, il filosofo Pablo Posada Varela, maestro alla Sorbona dell’autore, che gli propone il tema della frontiera/frontière (dalla Nota dell’autore a pagina 61: “Tra l’autunno del 2015 e l’inverno del 2016 mi ha sollecitato più volte a comporre qualcosa sul tema della frontiera, per il numero speciale di una rivista spagnola che avrebbe curato. È alla sua affettuosa insistenza che questo testo deve la sua origine”) – l’espressione finale “non ti servo precisioni”, calco italiano del castigliano, (da intendersi “non ti occorrono ulteriori precisazioni, non ti fornisco altre precisazioni”) conferma la consegna: si avvierà una riflessione che incrocerà e coinvolgerà testi, epoche, autori differenti, indagando la frontiera nello stesso tempo con il rigore dell’epistemologia e la libertà della mente quando connette testi e autori molto amati.

E un punto di forza del libro è la commossa e commovente interconnessione tra luoghi amati e testi filosofico-letterari, tra autobiografia (ma che emerge per accenni discretissimi) e suggestioni culturali:

“Ieri sera una grande tristezza mi ha colto – e lo farà ancora, per momenti – al pensiero di essere qui a Parigi – no, ad Ancona, volevo dire Ancona, l’unica casa che da sempre mi rimane e la sola che non abbia mai avuto. L’impossibilità di abitare questo posto è per me l’impossibilità di abitare in ogni posto, questo esilio in terra che da sempre conosco, e che fa sì che l’unica cosa che potrò mai abitare siano le parole, le parole più inabitabili, la letteratura” (pagg. 21 e 22).

Non mi sfugge la definizione che Vannini dà di Posada Varela “madrileno e cittadino del mondo, perché sa come dimenticare il mondo” (pag. 22) e che mi fa pensare a José Bergamín, a Juan Goytisolo (pur se nativo di Barcellona, ma, mi pare ovvio, non è questo il particolare rilevante), a decine di altri scrittori e intellettuali capaci di un cosmopolitismo fecondo e dialogante – ecco, abitare e l’impossibilità di abitare sono concetti basilari per chi pratica e indaga la scrittura: da Edmond Jabès a uno dei suoi migliori interpreti e traduttori in Italia, Antonio Prete (che ha formulato il concetto dello “stare tra le lingue”), da Giorgio Agamben (si veda Autoritratto nello studio di recentissima pubblicazione presso Nottetempo) a Czesław Miłosz, a Josif Brodskij abitare la lingua” costituisce uno dei grandi temi dell’ultimo secolo, per cui la riflessione in forma di concatenazione di testi e di autori posta in atto da Angelo Vannini si situa in un solco molto fecondo e stimolante; è il Grenzland (territorio di frontiera tra solitudine e comunità) secondo Franz Kafka e i suoi Diari – Vannini ne parla ampiamente facendo riferimento all’ottobre 1921, quando lo scrittore praghese riflette proprio attorno a questa frontiera tra solitudine (Einsamkeit) e comunità (Gemeinschaft) narrando l’episodio di una partita a carte tra i familiari cui Franz viene ripetutamente invitato, ma cui si rifiuta di prendere parte, e, aggiungo io, il 1921 è proprio l’anno in cui Kafka affida a Milena Jesenská i suoi Tagebücher, quel lungo referto di un percorso esistenziale e artistico capace di rispecchiare il Novecento anche nelle sue radici più antiche e profonde.
È a questo punto che si fa udire la voce peculiare di Hélène Cixous, anzi, semplicemente Hélène e le parole di lei, in particolare quelle provenienti dal libro del 2013, Ayaï ! Le cri de la littérature – la scrittura di Vannini è rapsodica, sapienziale, profondamente nutrita proprio dello stile di Cisoux (“la magicienne” e “questa grande maestra delle lettere” la definirà Vannini a pagina 29) la quale supera d’un solo balzo ogni atteggiamento e intonazione accademica: è il grido, appunto, la liberatoria emissione di suono e di ribollente materia psichica che, unendo Kafka, Aiace, Derrida, Erodoto, Sofocle dà vita a quest’architettura audace e fascinante chiamata L’intermissione dei cigni, ché Vannini sembra immergersi in un testo e in esso scomparire, lo lascia parlare con voce propria, per poi riemergere e, in questo modo nuotando, in questo sogno andando (“Su, fallo, come fossi in sogno” gli aveva suggerito Varela), l’autore intesse il suo testo-tela, questa progressione di pensieri che sta all’incrocio tra i tempi e tra le lingue: non a caso Vannini riflette sulle diverse modalità sia d’esprimere il grido che l’idea (e l’immagine) della frontiera in latino, in inglese, in tedesco – e in italiano:

“In italiano, dopo tutto, ci mescoliamo, mostrando la fronte, che è latina, e la bocca, che è francese. Si parla francese in italiano calcando l’antico frontière, che prima di significare il limite di un territorio, la sua fine, indicava la parte frontale di un esercito. La parola frontiera è macchiata, non si scrolla di dosso i segni della guerra, le ferite inferte o patite al cozzo col nemico. Eppure oggi suona mite. Chissà se sincera o imbellettata. Chissà se questo natale bellicoso porta ancora per legato la sua aria di dolore, l’ombra delle lame e della morte, anche là dove oggi un territorio pretende pacificamente di finire, perché ne inizi un altro. Ma la frontiera della letteratura è un’altra cosa, questa impossibile rinuncia, questa interminabile rinuncia alla fine è il suo imp…” (pag. 24)

Ogni lingua ha un suo portato storico, sociale, culturale, lo sappiamo bene, e coerente da parte dell’autore risulta la scelta di citare i testi e nell’originale e nella loro versione in italiano, chi abita più lingue impara (e gli diventa istintivo) questo habitus.

“Possiamo soggiornare da stranieri, quando il tempo non ha tempo. Come stranieri cui basta solo un tetto, un fuoco.

Ma possiamo anche passare la solitudine, lasciarla oltre. Passer, ce n’est pas assez. E allora vite! la magia, il sortilegio della letteratura. Perché quando passare non è abbastanza, possiamo trapassare, questa grazia” (pag. 25).

Quel “vite!” si riferisce a un’altra caratteristica del libro e dell’opera e dell’esistenza di Hélène Cisoux, che Angelo Vannini assume pur esso come viatico e come spunto di riflessione: chi scrive ha l’impressione che il tempo non sia mai sufficiente, teme di non avere la possibilità di scrivere tutto quello che la mente reca dentro di sé e vive sempre l’apparente contraddizione della “hâte” (il bisogno di fare in fretta) e della necessità della calma, del tempo dilatato della riflessione.

Addiveniamo così, abbandonandoci alle parole di Angelo Vannini, a Socrate, al Fedone, e cominciamo ora a capire meglio il perché del titolo (e del sottotitolo) del libro: mi fermo un poco a notare quanto ancora fecondo risulti per il nostro pensare questo dialogo platonico, quanto il racconto della morte di Socrate sia fortemente presente al nostro presente di posteri, a tal punto che il baricentro dell’Intermissione dei cigni sono le pagine in cui l’autore ripensa in particolare due luoghi del racconto: il passo 59 e l’84d-85b, vale a dire quello in cui Fedone, ospite di Echecrate a Fliunte e da questi sollecitato, comincia a raccontare dell’ultimo giorno in vita di Socrate e il passo in cui Socrate paragona sé stesso ai cigni, sacri ad Apollo e dotati di virtù profetiche: Angelo Vannini, anche identificandosi con Platone che non era nella cella di Socrate perché quel giorno stava male, prosegue il suo originale discorso durante il quale proprio le peculiarità della scrittura gli consentono d’immaginare e d’immaginarsi, di vivere nel medesimo tempo la distanza dal narrato e la propria presenza dentro quello stesso narrato, di ridiscendere alle radici della filosofia e d’indagare la frontiera, labilissima e sempre cangiante, tra filosofia e poesia:

“Io stavo male e non c’ero, ma c’ero – c’ero e non c’ero –, «cero accanto a cero, barlume a barlume, / luce accanto a luce». Mentre lui non mi era accanto, potevo ascoltarlo; potevo ascoltare lui giungere accanto, invocare il vero, ricominciare intanto. Potevo ascoltare lui giungere a canto” (pag. 27) e un po’ più in là afferma Socrate: “la filosofia è per me il canto più alto” (ibidem) – e, si noti e non lo si dimentichi, Vannini non gioca con le parole, ma, per slittamenti impercettibili, applica quello che accade nella mente di chiunque legga con partecipazione e con spirito di co-autore un testo: affiorano altri testi, la citazione si fa strada non come sintomo di erudizione, ma come naturale associazione d’idee ed eco e richiamo e interconnessione e la lingua risuona, bellissima e potente, anch’essa nei suoi slittamenti fonetici che sono poi anche semantici, che ne richiamano alla mente la realtà di tessuto sensibilissimo e finissimo, cui basta una scelta leggermente diversa del filato, del colore, della direzione nella tessitura per rivelare territori nuovi, per alludere o per introdurre in mondi altri, diversi e affini, concomitanti eppure d’oltreconfine; e, riconducendo l’attenzione del lettore sul testo di Vannini, faccio notare lo slittamento dalle parole “platoniche” al distico di Celan (“cero accanto a cero” “Kerze bei Kerze” “barlume a barlume” “Schimmer bei Schimmer” “luce” “Schein” / “accanto a luce” “bei Schein”) che si legge in “Natura morta” appartenente alla raccolta Di soglia in soglia (pubblicata nel 1955 e non sfugga la presenza fin dal titolo della “soglia”, “Schwelle” in tedesco, forse un altro nome della frontiera), slittamento attuato anche tra l’avverbio “accanto” e il complemento di moto a luogo “a canto”, proprio perché inscindibile risulta la ricerca filosofica dal tentativo di verbalizzarla ed è lo scarto tra l’esperienza di pensiero (ch’è pure psicologica) e le possibilità di esprimerla con le parole un tema fondante del testo di Vannini, quella frontiera tra la speculazione filosofica e il canto poetico la quale, più che linea di demarcazione netta, sembra essere, com’è della rappresentazione della realtà nella fisica contemporanea e quantistica, un campo entro il quale sono in essere continue variazioni di forze soggette alla legge della probabilità e proprio il dialogo intorno all’immortalità dell’anima e alla filosofia propone la coincidenza, pur con strumenti e metodologie differenti, o almeno l’impossibilità di scegliere tra speculazione filosofica e poesia (διασκοπεῖν e μυθολογεῖν) – con Socrate e i suoi allievi, accanto a Derrida e Cisoux, a Montaigne e al Leopardi “filosofo” ecco la presenza forte dei testi di Francesco Scarabicchi e di Giorgio Caproni, cui Angelo Vannini fa appello per sostenere il suo discorso (dis-currere, ovvero trascorrere con la parola da una cosa all’altra, favellare ragionando) – ricordo qui, en passant, che Caproni è “il” poeta per eccellenza secondo Giorgio Agamben, ma tornerò sul tema; affascinante appare infatti il discorso socratico intorno ai cigni, il cui canto, bellissimo e struggente, si leva in previsione della morte, ché quegli uccelli, sacri ad Apollo, pre-vedono e pre-sentono le gioie dell’aldilà:

“La letteratura, come un cigno, λίγ’ ἀείδει, fende l’aria del suo urlo straziante, come farebbe una talpa, come gli uccelli all’alba si passano il grido ciascuno a sua volta; ma sta’ attenta, Hélène, sta’ attenta – dice Socrate – perché gli uomini mentono: non per dolore cantano gli uccelli, ma per la gioia della vita ulteriore. Non so come spiegartelo, non ho dimostrazione alcuna di quello che dico, lo vedo soltanto” (pag. 34).

La frontiera più carica di senso e di presenza, quella più pressante, quella ineludibile è, allora, mi vien fatto di concludere, la frontiera tra la vita e la morte, è qui il punto più profondo del libro, allora, qui Angelo Vannini ci conduce con sé e in compagnia degli autori che più ama e medita per esempio ora, nelle pagine che adesso attraversiamo, raccontandosi e raccontandoci miti legati agli uccelli (i cigni di Socrate, Procne e Filomela secondo Ovidio, L’elogio degli uccelli leopardiano), al loro canto e alla questione se siano felici o infelici quando cantano, il che equivale a chiedersi se l’essere umano sia felice o infelice quando scrive letteratura, se la spinta alla parola provenga da gioia o da tristezza e allora, come già ha fatto Cicerone nelle Tusculanae Disputationes, ci ricorda lo scrittore anconetano, anche noi dobbiamo tornare al Fedone, a meditare i sentimenti di cui il giovane allievo di Socrate parla proprio nel passo 59 (un sentimento strano aveva invaso gli astanti andati a visitare Socrate nella sua cella, tristezza e gioia contemporaneamente – e Socrate, durante tutto il dialogo, convince e non convince i suoi allievi) – è la frontiera, ancora, il limes, la soglia (l’insidia della soglia come direbbe Bonnefoy?) E ancora il grido, quell’aggettivo greco λιγύς (acuto) attribuito al canto estremo del cigno, la sua forma femminile λιγεία si riconnette alla lady Ligeia di Poe (ch’è, a sua volta, la letteratura stessa) e qui rammento che la sirena del notissimo racconto di Tomasi di Lampedusa si chiama Lighea e che Kafka stesso scrive un racconto nel quale rovescia il mito delle sirene (esse non hanno cantato al passaggio di Ulisse).

“Ma allora chi è che ha ragione, Hélène con Ovidio o Leopardi e Platone? Per cosa cantano i cigni in fondo, per gioia o per dolore?” (pag. 37);

e Vannini ripercorre ancora l’atmosfera del Fedone fino a porre l’accento sul profondo silenzio meditante che accoglie il lungo discorso di Socrate, giunge, cioè, e attraversa un’altra frontiera, quella tra parola e silenzio, quella (e ci si rammenti anche di alcune parti della settima Lettera di Platone) tra cose dette e cose non dette, tra dicibile e indicibile, non si trascuri la settima delle asserzioni principali del Tractatus di Wittgenstein (è un caso? c’è un legame? esiste una sorta di telepatia tra gli autori?, si chiederebbe Vannini a proposito di quest’occorrenza del sette), silenzio e indicibilità, lo sappiamo ormai, posseggono un valore pari, se non talvolta superiore, alla verbalizzazione e al detto.

“Tutto il Fedone è una smisurata messa in scena del dubbio, dove il silenzio dei presenti è forse ancora più filosofico delle parole di Socrate. E se questo suo ultimo canto, che egli compose per essere fedele a un sogno, non fosse esso stesso altro che un sogno, dove tutte le questioni sono in fondo destinate a rimanere sospese?” (pag. 39)

La moderna ἐποχή (sia essa cartesiana o husserliana o sulla strada del decostruzionismo di Derrida) si affaccia, allora, nel discorso intorno alla frontiera, rinnovando l’atteggiamento insito nella nostra modernità, per cui si saggia il terreno, si dà inizio all’indagine, ma senza certezza di addivenire a conclusioni certe e definitive; e il sogno, poi, è prossimo alla frontiera tra sonno e veglia, forse prende vita proprio su tale frontiera la quale, poi, è prossima alla frontiera con il paese dei morti.

“A proposito di sogno – e di frontiera, di frontiera tra filosofia e letteratura – mi viene in mente quello che dicesti qualche anno fa nella tua Frankfurter Rede (era il 2001, lo ricordo benissimo, appena undici giorni dopo un incubo, quel disastro che fece tremare il mondo) e che dovrei considerare più attentamente, se ne avessi il tempo; ma tu mi perdonerai, spero, di scrivere per un attimo anch’io come lei, à la hâte, e di correre un poco con esso, o forse a lato di esso.

A Francoforte, allora, ti domandavi se fosse mai possibile parlare del proprio sogno senza risvegliarsi. Entre rêver et croire qu’on rêve, chiedevi, quelle est la différence? Un rêveur saurait-il d’ailleurs parler de son rêve sans se réveiller? Due risposte avevi profilato: quella del filosofo, risolutamente negativa; quella del poeta, più aperta – e ubbidiente, dicevi, à l’événement, alla sua eccezionale singolarità: sì, forse non è impossibile, talvolta, dirsi nel sonno qualcosa come una verità del sogno, un senso e una ragione del sogno che meriti di non sprofondare nella notte del nulla.

Io so che nello schizzare questa differenza tra poesia e filosofia volevi prima di tutto confondere tale dicotomia, renderne tremolante la frontiera, per sognare, assieme ad Adorno, una filosofia diversa, die Möglichkeit des Unmöglichen, una filosofia che pur coltivando la veglia e la vigilanza (conditio sine qua non) resti in ogni caso attenta al senso, fedele agli insegnamenti e alla lucidità di un sogno. E so pure che dicevi quello che dicevi dal lato della filosofia, tu filosofo che sempre hai avuto nostalgia, o hai sognato, il poema” (pagg. 39 e 40), aggiungendo subito: “Ma – devo confessartelo – ho l’impressione che proprio dal lato della poesia quella risposta trovi riscontri soltanto apparenti. Perché se è vero che la letteratura coltiva una meravigliosa adiacenza al sogno, essa lo fa sempre e solo dal lato della veglia, e in nome di essa. Ti direi persino che in letteratura il sogno non esiste perché in essa ogni sogno è realtà e ogni realtà è vissuta come in sogno, perché sogno e veglia non si oppongono più di quanto non facciano vita e morte” (pag. 40) – si osservi la pregnanza dei ragionamenti, l’eleganza dello stile e l’alta problematicità di quanto proposto, anche perché, mi sembra, lo scrittore e studioso marchigiano raccoglie con grande finezza ed efficacia la lezione d’intellettuali quali Roland Barthes, Carlo Sini, Ivan Illich tra i molti, tutti aperti a suggestioni e suggerimenti provenienti dai vari campi del sapere (degnissimi allievi tutti di Socrate, oserei affermare, esperti dell’arte maieutica) e tutti eccellenti scrittori – e (l’ho già anticipato) Vannini s’appella anche ai poeti, Francesco Scarabicchi tra i nostri contemporanei, del quale riporta testi dalla magistrale raccolta L’esperienza della neve: e proprio Scarabicchi firma un appassionato, partecipato testo che precede il lavoro di Vannini (Dal diario – fuori tema) nel quale il poeta prende spunto e discute alcuni passaggi dell’Intermissione dei cigni; direi che è in tal modo, e cioè sia tramite il dialogo che s’instaura dalla compresenza nello stesso volume dei lavori dei due autori, sia a mezzo dell’insistito ricorso ai testi poetici, che Angelo Vannini dimostra come la poesia migliore tocchi da sempre le radici del nostro esistere e del nostro pensare, quanto da sempre essa viva in territori di frontiera e non sia ornamento del vivere, ma a esso intrinseca, non generica espressione di stati d’animo magari soggetta alla famigerata “ispirazione”, ma anche attività filosofica, pensiero che sa farsi canto.

“Vita e sogno ora si incorporano e si fondono, ora si susseguono, ma perché vi sia letteratura bisogna che il sogno si ricordi della vita, la richiami al cuore nella prossimità del nome – perché la vita, come il sogno, come il nome, deve solcarsi, deve aprirsi ad accogliere ciò che la eccede: la poesia non nasce se non da qui, da questa oscura ospitalità” (pag. 42).

“Ospitalità”, meraviglioso concetto già molto caro a Jabès ed ecco che Vannini, narrando un’altra sua passeggiata notturna nell’amata Ancona, ci dice di aver desiderato d’incontrare lì, in prossimità del porto antico e all’altezza dell’Arco Clementino, l’architetto Apollodoro di Damasco e il suo testo ospita, ora, i nomi e i titoli delle opere di Frontone, di Marco Aurelio, così il passo verso il poema (perduto in grandissima parte) di Quinto Ennio è breve – e, prima di proseguire, mi soffermo a considerare come questo testo possegga il passo d’ una “passeggiata” (flânerie, Wanderung) attraverso un’Ancona molto amata e notturna e devo dire che anche questo mi piace, riconoscere lo stesso andamento erratico dell’esperienza e della narrazione che già ho amato in Robert Walser, in Sebald, in Benjamin e che ci riconduce irresistibilmente alla matrice francese (Baudelaire, Valéry, Char, Risset, Deguy, Quignard) che pratica l’andare errando d’opera in opera, da luogo a luogo, da testo a testo sottraendo così la letteratura ai diversi tentativi d’imbalsamazione e di museificazione, infrangendo continuamente il “canone” occidentale spesso ordinato secondo suddivisioni ed etichettature cronologiche e geografiche che trasformano i testi in cadaveri da notomizzare; e invece quest’Intermissione dei cigni è attraversata da infocata passione e vivida curiosità, da inventività ed estro conoscitivo, da antiaccademicità e attrazione per il non ancora tentato e per i territori inesplorati.
Torniamo ora a Quinto Ennio:

“All’origine della letteratura latina c’è un sogno che non è un sogno. Più che di sognare Omero, si trattava di farlo rivivere, di rifare Omero facendo Omero: non è sogno, ma ospitalità. La letteratura nasce così, da una sorta di eccedenza spirituale, essa accoglie sempre un’altra voce. E se la letteratura è albergo d’altra voce, ogni frontiera si rompe, l’idea stessa di frontiera va in frantumi e perde ogni ragione di essere, se non fosse che la frontiera, essa stessa, diventa la sede della letteratura, quello spazio interstiziale dove soltanto trova loggia” (pag. 45): si poteva dire meglio?
E, passando per un breve racconto autobiografico intorno alla propria vocazione di studioso, Angelo Vannini approda a un altro poeta, a Giorgio Caproni come già si diceva e al suo Il seme del piangere del 1959: siamo di nuovo al significato simbolico o di presagio del 59, siamo all’anno in cui Caproni comincerà un silenzio poetico durato fino al 1965, l’anno del Congedo del viaggiatore cerimonioso – è tale silenzio che colpisce e interessa Vannini, ma non escluderei neanche la valenza dell’opera caproniana, così improntata anch’essa al tema della frontiera e alla dialettica essere /non-essere, presenza / assenza, qui / oltre, vivi / morti («Confine», diceva il cartello. / Cercai la dogana. Non c’era. / Non vidi, dietro il cancello, / ombra di terra straniera. / Giorgio Caproni, Falsa indicazione – riportando questi versi Scarabicchi significativamente apre il suo intervento a inizio dell’Intermissione dei cigni) e, poi, ecco un’altra concatenazione:

“Su esempio di Caproni anche Celan, nel Cinquantanove, trae partito dal silenzio, come provento di ciò che è perduto; quell’anno l’aveva visto senza averlo visto, avrebbe dovuto incontrarlo su una montagna, alla fine di una strada bella, ma lui non è venuto, non poté venire quella volta – la volta che fu l’unica. Niente dono di dio, nessun Teodoro” (pag. 48) e questa volta Angelo Vannini gioca con il nome del filosofo Adorno, Theodor appunto, che Paul Celan, sempre nell’anno 1959, non riuscì a incontrare e al cui “non incontro” il poeta dedica un breve racconto (Gespräch im Gebirg, Conversazione in montagna) che è, anche, una riflessione sull’essere Ebrei, anche questa, se ci si pensa, identità e appartenenza di frontiera, territorio d’intersezione tra più culture e tra molti dolori; e il ’59 è l’anno di pubblicazione di una delle raccolte più complesse e significative di Celan, Sprachgitter (Grata di linguaggio) – bisognerà attendere l’ottobre del ’63 per leggere un’altra raccolta celaniana (La rosa di nessuno), ma gli anni intercorsi sono quelli, per Celan terribili, dell’accusa di plagio rivoltagli dalla vedova di Yvan Goll e del primo ricovero in ospedale psichiatrico, altre vicende di frontiera per il poeta della Bucovina; da parte mia, leggendo questo passaggio dello studioso anconetano, ho rammentato e ho consultato una pubblicazione preziosa, Microliti, editi da Emanuela Zandonai Editore nel 2010, curati e tradotti da Dario Borso e ho ricopiato qui alcuni testi dell’anno 1959 (ricordo brevemente che i Microliti celaniani sono aforismi, brevi testi in prosa, abbozzi, appunti rimasti inediti e pubblicati in Germania nel 2005) perché vi ho trovato affinità assai significative con il testo di Vannini e vi ho riconosciuto interessanti suggestioni; eccoli:

[4] Il poeta: sempre in partibus infidelium (pag. 67).

[14] Non ci sono nel pensiero solo percorsi logicamente determinati; ci sono anche intuizioni. A tali intuizioni può appartenere per esempio questa: che, quando una poesia perviene a determinate formazioni sintattiche o fonetiche, viene spinta su piste che essa traccia fuori dal suo proprio ambito, ossia dall’attualità che codetermina la sua necessità. C’è, in altre parole, un tabù linguistico proprio alla poesia e soltanto a essa, che vale non soltanto per il suo lessico, ma anche per categorie come sintassi, ritmo o fonazione; dal non-detto esce qualcosa di comprensibile; la poesia conosce l’argumentum e silentio.
C’è dunque un’ellissi che non è lecito fraintendere come tropo o addirittura raffinamento stilistico. Il dio della poesia è incontestabilmente un deus absconditus (pag. 71).

[34] Non vorrei qui in alcun caso difendere le qualità oniriche della poesia; le poesie sono senz’altro il risultato di vigilie; e poi ci sono “ebbrezze sobrie” (pag. 79).

[36] Porosa, spugnosa: la poesia, lei sa delle erosioni cui si espone (ibidem).

[38] La poesia ha tempo e non ha tempo (ibidem).

[53] Chi impara realmente a vedere, si avvicina all’invisibile (pag. 85).

Come si può constatare, molti sono i contatti con il testo di Vannini e ricordo soltanto che Argumentum e silentio è anche una delle composizioni poetiche più importanti di Celan, è dedicata a Char (poeta della “folgore” che squarcia il buio e scarica la sua energia conoscitiva in parola poetica e poeta che riconosce molti “alleati sostanziali”, a partire da Eraclito e con i quali conduce un continuo dialogo attraversando la frontiera del tempo, le “crepe del tempo” come dice Adorno).

“Forse, la letteratura semplicemente accade, e questo suo accadere non è altro se non il perfetto stato di presenza di qualcosa che arriva in linguaggio angelico o demonico. Di questo qualcosa, quando scrivo, faccio la mia dimora, mi dono ad esso così come esso si dona a me in una prossimità spietata, irrevocabile. La letteratura è legata al dire, ma che cosa questo dire sia, quale tipo di discorso essa produca, è quanto più ci sfugge, poiché legato a un’oscura eccedenza, a un’ospitalità del silenzio coltivata profondamente, ogni volta, in ogni voce, e per vocazione.

La letteratura come voce di frontiera nasce come esperienza di confine e come confine d’esperienza in un luogo che non ha luogo se non come impercettibile frattura, come crepa senza inizio né fine del vivibile, inabitabilità profonda e unica dimora dove convergono e miracolosamente si toccano i due estremi del linguaggio, nella doppia ingiunzione di un’assoluta impossibilità di esprimere quel che mai potrà essere chetato e di una necessità incondizionata di dire ciò che soltanto può essere taciuto. Questa inabitabilità è la chance della letteratura, la sua tristezza. La sua gioia è la sua tristezza” (pagg. 49 e 50).

“Per cammino, par essais”, sempre andando per i luoghi più evocativi di Ancona, ecco profilarsi il cigno di Bokusui e poi Michel de Montaigne, maestro par excellence del camminare saggiando, e, di nuovo, il libro di Héléne Cisoux, la pagina 59 del libro stesso della scrittrice in cui Vannini intuisce la natura delle opere di Proust e di Dostoevskij e di Sofocle nel momento in cui l’autrice francese parla della double souffrance (ella prende in prestito l’espressione dalle parole del corifeo dell’Aiace sofocleo); l’io è “poroso” (come la poesia, direbbe Celan), accoglie in sé le molteplici possibilità, è in tal modo che si spiega la “doppia sofferenza” di Aiace, il quale soffre in preda alla follia e soffre una volta che, cessata la follia, ne prende coscienza e molto interessante è l’affermazione di Cisoux a proposito di Derrida, che “scrivendo i suoi États d’âme de la psychanalyse può ascoltare le grida di Aiace senza averlo letto, così come Proust, dopo aver intercettato Sofocle a propria insaputa, scrive nel quaderno numero 59 che bisogna «trouver le rythme de la double souffrance»” (pag. 53), dal momento che, sostiene Angelo Vannini appellandosi anche ad Adorno, la letteratura è sogno, ma sogno che reca in sé la coscienza dolorosa del risveglio, la “macchia” del doversi risvegliare ed ecco ancora l’idea di frontiera, notiamo, il ritornare del concetto di grido, espressione di dolore, ma anche movimento verso il nome e il nominare, quindi empito creatore, “dolorosissima gioia” secondo l’ossimoro che chiuderà il testo.

Ma desidero che questo testo continui a lievitare e a levitare, a essere quella “Letterathule” secondo l’ingegnosa invenzione di Vannini, zona di frontiera tra memoria e oblio, e, aggiungerei, tra giorno delle occupazioni mercantili e sera da dedicare alla mente secondo il bellissimo racconto di Niccolò Machiavelli nella lettera a Francesco Vettori: “Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro”.

E voglio concludere citando il testo di un poeta che sto leggendo intensamente in queste settimane, Domenico Brancale, il testo proviene dal libro del 2013, Incerti umani edito da Passigli e, come tutta l’opera di Brancale, vi si riconosce la capacità della parola poetica di esprimere (cito ancora da Vannini, pagina 56) “il proprio della letteratura (…) di trovare nome all’innominabile e prendere così partito per l’impossibile”:

tempia a tempia con l’argilla
cera a sole

lontano dalla portata delle mani
lontano dalla portata dell’aorta

in questo perenne
sangue aperto
incorporato
devi
restare

in quanto essere scritto

porta la tua erranza verso il terreno crepato

così in disparte
nelle promesse di un miraggio
in cui l’occhio ha rassegnato per sempre la vista

afferma il tuo frammento

……………………….di nostri incerti umani

 

 

Mappe bianche, mimi, teatri notturni, dimenticàti e altro

 

 

Si potrebbe rubricare l’opera di Enrico De Vivo Poche parole che non ricordo più (Roma, Exòrma, 2017) come un romanzo soltanto per comodità definitoria e per offrire immediatamente al lettore un punto d’appoggio per orientarsi (anche se è proprio l’autore a usare il termine “romanzo” sul finire dell’opera) – ma non ci si aspetti né una trama univoca e facilmente riassumibile, né gli ingredienti del genere romanzo più in voga negli ultimi anni; come primo, necessario passo ci si deve abbandonare totalmente alla lettura (e questo, lo so, potrebbe valere per qualunque libro ci si appresti a leggere), ma il passo successivo, mentre si legge, è proprio il riconoscere e l’apprezzare il fatto che  Poche parole che non ricordo più vada (in maniera anche programmatica) contro le convenzioni narrative cui la gran parte dei lettori è avvezza e contro le idee più vastamente condivise sia nell’ambito culturale che sociale.
A me sembra di scorgere dietro il solido impianto narrativo e concettuale innanzi tutto l’idea della letteratura carnevalesca elaborata da Michail Bachtin e poi il dialogo continuo che Enrico intrattiene da anni (anche attraverso Zibaldoni) con autori fondamentali e, mi sia consentito dirlo, non convenzionali e capaci di portare avanti una propria e vera ricerca letteraria (ma non solo): Massimo Rizzante, Gianni Celati, Giuliano Scabia, Franco Arminio, e, aggiungerei, Ermanno Cavazzoni e Antonio Moresco – senza dimenticare il magistero walseriano, né quello di coloro che ancora oggi mi appaiono esponenti di una “scuola napoletana” che, dal Cinquecento in poi, è straordinariamente feconda di suggestioni e insegnamenti.
L’io narrante, che costituisce il collante tra le molteplici vicende narrate (o sarebbe meglio dire “rappresentate”, “messe in scena”) e del quale, in realtà, veniamo a sapere pochissimo, imbastisce un libro che riesce a trasmettere al lettore la sensazione-idea della danza, dell’esistere-nel-mondo-e-col-mondo quale moto incessante di danza, ché il dipanarsi delle singole storie simili a fiumi che si dipartono da una medesima fonte e che si avventurano, andando sempre andando, nei paesaggi più vari, possiede come struttura fondante proprio l’andanza del viaggio, del camminare e del muoversi.
L’elemento carnevalesco cui accennavo poc’anzi (molte situazioni e figure sono grottesche o comiche o caricaturali) recupera l’origine stessa del narrare romanzesco, il suo essere un serissimo giuoco di rovesciamento della realtà sociale e politica e culturale, un rabelesiano rappresentare il mondo per riconoscerne la felicità e la libertà nella messa in ridicolo della seriosità luttuosa e demagogica, violenta e autoritaria che governa i rapporti politici, sociali e culturali. De Vivo scrive pagine formidabili e impietose (talvolta paradossali e caricaturali in maniera volutamente esagerata) che mettono alla berlina, sbeffeggiano e condannano comportamenti e meccanismi del mondo culturale – ma il mondo della cultura è parte e riflesso di un sistema politico-sociale altrettanto negativo, inteso a ottundere la libertà personale e nemico della felicità stessa, cioè di quel ritmo danzante e cantante che, secondo l’io narrante, costituisce il vero tessuto dell’esistere.
La ricerca (il libro è una recherche, una quête, un’avventura nel senso, per esempio, analizzato con la sua solita maestria da Giorgio Agamben nel saggio L’avventura, Roma, Nottetempo, 2017), la ricerca, scrivevo, della naturalità che caratterizza moltissimi dei personaggi del libro, il gusto e il piacere del loro raccontare, il loro essere e voler rimanere “ai margini” della società in senso lato (se non, addirittura, da essa scomparire, da essa venirne dimenticati), il loro raccontare che è un cantare e un danzare, tutto questo oltre che carnevalescamente liberatorio è, dal punto di vista letterario, la liquidazione della seriosità (impostata, egotica, velo sul vuoto) che si può riconoscere in molte narrazioni contemporanee.
Rossana allora (l’eterno femminino che sa le ragioni profonde dell’esistere, che le sorregge e nutre), Gargiulo (l’amico d’infanzia “analfabeta ignorantone” e geniale musicista blues, campione di una sorta di docta ignorantia che è istinto del vivere di contro ai contorcimenti verbosi e arroganti dei molti maîtres à penser) sono i due “virgilii” che introducono l’io narrante a un onirico viaggio che si duplica e triplica e quadruplica e via enumerando nei viaggi e nei racconti di viaggi dei numerosi personaggi che popolano le pagine del libro. Il vedere, o meglio, il saper vedere oltre le apparenze è la facoltà imprescindibile, la più importante che possa e debba innervare l’intero impianto narrativo e conoscitivo, dal momento che Poche parole che non ricordo più implica, in fase di sua scrittura e di lettura, un atto di conoscenza nei confronti del sé e del mondo che valica i confini del solo fatto narrativo-letterario. La dialettica mascheramento/smascheramento, apparire/scomparire, ricordare/dimenticare (ed essere ricordati/essere dimenticati) è il motore del narrare (un narrare, ribadisco, non tradizionale né lineare, ma fortemente allegorico e simbolico, visionario e spesso ironico, paradossale e irriverente), figure sovraccariche di senso (il clown, il bluesman, il mimo, il Conoscitore di Mappe, i dimenticati, l’omino rotondo, Torquato Scapece autore di drammi barocchi, Gennaro Di Gennaro piastrellista gran conoscitore di poemi antichi, Giovanni Cardone carpentiere, e tanti altri ancora, ma anche scrittori e poeti come – ne cito solo alcuni e a caso – Anna Maria Ortese, Franz Kafka, Giacomo Leopardi, Giordano Bruno che compaiono e agiscono nel libro di Enrico De Vivo) popolano paesaggi differenti, dalla valle in cui c’è un “piccolo lago di un verde scuro e profondissimo” alla “pianura intervallata da corsi d’acqua che probabilmente erano un unico corso d’acqua che si diffondeva a serpentine tra isolotti collegati l’uno all’altro per mezzo di esili strisce di terra”, dal “campo di patate” ove la notte avevano luogo “rappresentazioni teatrali con musiche rumorosissime” alla cima del Monte Taccaro dove si hanno visioni particolarissime, dal “deserto sterminato di sabbia e arbusti” (ma “affollatissimo di uomini e donne”) al “paese dei mimi” – e leggendo il libro di Enrico mi tornano alla mente i suoi “Saggi inventati”, la bellissima rubrica “fantasticare sui popoli” ispirata a Gianni Celati (ma anche le indimenticabili descrizioni della Pianura Padana e del Delta del Po di quest’ultimo) e pubblicata in Zibaldoni e altre meraviglie, e, sempre su Zibaldoni, gli articoli di “paesologia” suggestionati dalla scrittura di Franco Arminio (e, pure, i personaggi e i luoghi da questi descritti, per esempio, nel suo Vento forte tra Lacedonia e Candela), la geografia fantastica delle Foreste sorelle e dei Ronchi Palù e l’epopea di Nane Oca di Giuliano Scabia, le riflessioni sul romanzo contemporaneo di Massimo Rizzante (leggete, vi prego, leggete un libro fondamentale come Un dialogo infinito – Milano, Effigie, 2015)… Quello messo in atto da Enrico, credo, è un realismo rovesciato: alla descrizione di quanto appare ai nostri occhi si sostituisce la rappresentazione d’una realtà molteplice, cangiante e in continuo divenire la quale, però, sotto l’apparenza del paradosso e del comico, del grottesco e del folle, si disvela soltanto a occhi che sappiano e che vogliano vedere, occhi di chi cerca davvero libertà e affrancamento dalla schiavitù del prosaico quotidiano – e torno in tal modo a riallacciarmi al tema (fondamentale per il libro) della danza e del canto che sono i ritmi, le andanze del pensiero e del sentimento, i cicli del sangue e del respiro, le onde sonore psichiche e culturali capaci di rifondare una socialità e il senso d’appartenenza a una comunità. Ecco: il pícaro di castigliana tradizione, il Wanderer romantico e il Taugenichts (“perdigiorno”), la marionetta secondo Kleist, il flâneur baudelairiano e benjaminiano, ‘o pazzariello della tradizione napoletana, il narratore di fole della cultura emiliano-romagnola, ma anche il clericus vagans del tardo Medioevo, il Narr del Medioevo e del Rinascimento tedesco, i Trasparenti di René Char e della tradizione provenzale, i personaggi e i luoghi di Bolaño, Cortázar e Saramago, e tutte quelle culture ormai quasi irrimediabilmente perdute (la circense, la nomade, la contadina, quella dei giostrai, quella dei saltimbanchi) si materializzano nel libro del carissimo Enrico De Vivo, ma non in maniera nostalgica, no, nient’affatto: siamo di fronte a un preciso richiamarsi alle radici della nostra civiltà traverso l’arte narrativa che è essa stessa, se libera e memore della propria identità, ritmo di danza (cioè di vita), canto (cioè respiro e battito cardiaco), erotismo (cioè amore al mondo). Leggiamo pagine che in maniera vibrata si ribellano contro le mentalità mercantili e opportuniste imperanti, per cui nel libro di Enrico s’impara a “viaggiare sulla carta bianca”, cioè a percorrere e interpretare mappe tutte bianche: «Per imparare a leggere le carte», spiega (Il Conoscitore di Mappe, n. d. r.), «basta poco, si può cominciare a studiare una carta qualsiasi, e subito spunteranno fuori nuove terre, popolazioni mai sentite, storie al limite dell’inverosimile, che possono far perdere la strada, è vero, ma possono anche aiutare a ritrovarla. Che cosa ne pensi?». Non sapevo che cosa rispondere. Nell’incertezza, dissi che ero d’accordo, anche perché il Conoscitore di Mappe aveva assunto una strana espressione, fissandomi con due occhi benigni ma strabuzzati. «Le carte, le mappe», continuava, «possono far perdere la strada perché parlano di cose completamente diverse da quelle di cui parlano i giornali e la tv. Ma possono anche farla ritrovare perché facendoci dimenticare dei giornali e della tv, ci fanno accorgere che il mondo non è ancora finito. Anzi», proseguiva sgranando gli occhi sempre di più, e con il dito indice levato, come un vero maestro (ma un po’ pazzo), «è proprio allora che il mondo comincia davvero, quando cominciamo a dimenticarcene!».
Subito dopo aver proferito queste parole, mi ordina di scegliere dal mucchio, a caso, una delle sue carte. Io, non volendo contraddirlo, faccio quello che mi chiede, ma quando mi srotola davanti la carta che ho scelto, mi accorgo che si tratta di una carta completamente bianca, e lo guardo perplesso. Me ne fa scegliere un’altra, ma anche questa si rivela bianca. Un’altra ancora, lo stesso.
Alla fine, dopo che l’operazione si è ripetuta diverse volte, forse impietosito dal vedermi così spaesato e turbato, il Conoscitore di Mappe mi sorride amichevolmente e mi sussurra all’orecchio, senza più strabuzzare gli occhi, ma sempre con il dito indice levato: «Imparare a viaggiare sulla carta bianca…» (pagg. 47 e 48).
Enrico, a paragone delle proprie vastissime letture e dell’impegno ormai molto più che decennale per Zibaldoni, pubblica molto poco e approda a questo poema-romanzo, sogno-visione, una satura lanx dolcissima e divertita, un racconto in cui insegue la leggerezza (ma già i Saggi inventati andavano nella medesima direzione) intesa come ricongiungimento alla gioia istintiva e naturale del vivere, riscoperta della verità secondo cui la vita d’una comunità somiglia a un grande spartito sul quale ognuno, senza costrizione e senza artificiosità, esegue la propria parte in un gioioso atto di coralità.

 

 

A seguire propongo alcuni brevi estratti dal libro.

“Gli esseri viventi, mentre
dolore e sofferenza li travolgono ineluttabilmente, non
possono far altro che intonare ciascuno il suo proprio
canto, che – si scopre ascoltando la Caduta di Varsavia di
Frédéric Chopin – è l’attività più profonda che li riguardi,
o che li riguardi più nel profondo. Il canto con cui ciascun
essere partecipa dell’armonia universale, innervata di do-
lore e sofferenza, è un movimento disinteressato, l’unico
che coinvolga l’interiorità e l’amor proprio non per mero
utilitarismo, ma per una necessità speciale, ossia per spingere
l’individuo a rappacificarsi con il destino comune” (pagg. 11 e 12).

“Avevo sempre pensato che a Rossana non fosse estranea
l’arte misteriosa (ammesso che di arte si trattasse) che
Gargiulo avrebbe voluto insegnarmi quella sera di dicembre,
quando prima mi aveva parlato di ritmo e cadenze e
poi si era messo a cantare i suoi ideogrammi. Del resto,
erano stati amanti, amanti socratici, a detta di Gargiulo,
in quanto Rossana, novella Diotima, gli aveva insegnato
che non può esserci sapienza senza eros, senza amore dei
fenomeni ai quali dobbiamo continuamente consacrarci.
«Rossana ci aiuta a non vergognarci», diceva il mio amico,
«a provare affetto per tutte le apparenze, anche le più
strambe, di cui invece si vergognano in continuazione
tutti coloro che vorrebbero bastonarci».
Rossana aveva l’aspetto di una maga nordica dall’età indefinibile,
dotata, allo stesso tempo, di tutta la bellezza e
l’inquietudine della gioventù e della vecchiezza. Era questa,
credo, la causa dello stordimento e del leggero capogiro
che potevano colpire chi la incontrava. Lunghi capelli
biondi e lisci le scendevano sulle spalle, il corpo asciutto e
longilineo era illuminato da un volto ovale in cui gli occhi
color del mare sovrastavano un sorriso perenne e spontaneo.
Il suo eloquio era fluido ma esitante, come di chi
parla con accento straniero, e le parole le uscivano di
bocca quasi a fatica, eppure sempre con un tono affabile,
che non metteva mai a disagio. A differenza di Gargiulo,
che pensava dopo aver agito, o nello stesso istante (questo
era forse il motivo che gli dava spesso la sensazione che
tutto dovesse crollare da un momento all’altro), Rossana
agiva e parlava solo dopo aver meditato a lungo, per cui il
mondo era come se lo costruisse lei, con gran criterio, a
ogni passo, a ogni pensata. Gargiulo sosteneva i suoi discorsi
per mezzo delle fragili ragioni del suo sentire: e quand’è
così, si sa, il mondo non può fare a meno di mostrarci gli
abissi della nescienza. Rossana, invece, costruiva il mondo
con i propri pensieri, e dialogare con lei significava aprirsi
a esperienze quasi metafisiche, che avevano il potere di
sanare e rimettere in circolo l’eros che feconda. Gargiulo
stesso l’aveva frequentata per anni, e so per certo che la
reputava una fonte inestinguibile di conoscenza.
Conoscenza di che cosa? Questo, a dire il vero, non lo
so. Lui diceva così, e io mi adeguavo, nella speranza di
poter capire un giorno che cosa volesse intendere di preciso,
anche perché di lui mi fidavo ciecamente, al punto
da definirlo spesso “maestro”, e non solo perché era un
eccelso musicista. Eppure, proprio quando lo chiamavo
“maestro”, Gargiulo si metteva a ridere, dicendo che bisognava
parlare con Rossana di queste cose, lui era un
semplice scolaro, anche piuttosto incapace e asino. Soltanto
Rossana sapeva tutto e poteva insegnare tutto, lui era un
umile pappagallo o un ventriloquo, ma soprattutto – ripeteva
– un grande asino.
Probabilmente anch’io, mentre passavo davanti alle matrone
africane che mi guardavano serie e circospette, avevo
pensato a Rossana perché c’era qualcosa che ancora non
sapevo o di cui dovevo venire a conoscenza. Tornato a casa
dopo aver accompagnato Gargiulo alla stazione, avevo subito
deciso di farle visita per raccontarle quello che mi era
accaduto, incluse le storie sui tradimenti e sulla fine del
mondo, dell’arte e così via.
Rossana viveva in un quartiere popolare della periferia
di Napoli, all’ultimo piano di un palazzo altissimo. Mi accolse
con il solito affetto. Ci sedemmo su delle poltroncine
di plastica sul balcone e, mentre bevevamo del tè, io cominciai
a raccontare. All’orizzonte si scorgeva il Vesuvio,
dai contorni tremolanti stagliati nell’aria umida del tramonto.
Rossana in risposta al mio racconto disse solo
poche parole che non ricordo più. So soltanto che quasi
subito dopo averle ascoltate, caddi in un sonno profondissimo” (pagg. 24-26 – il capitolo s’intitola, molto significativamente, “L’eros che feconda”).

 

 

“Non era chiaro il motivo dello scrutare. Gennaro si avvicinò
cautamente al rudere per captare qualcosa dei
discorsi dei passeggiatori, e fu così che si accorse che
quelle figure avevano i volti di personaggi che gli erano
fin troppo noti. Si trattava nientedimeno che di Marcel
Proust, James Joyce, Franz Kafka, Dante, Cavalcanti… ma
anche di Giambattista Basile, di Vittorio Imbriani, di Anna
Maria Ortese. C’erano – e questa fu la somma meraviglia
– perfino scrittori contemporanei, che non si capiva che
cosa ci facessero lì, loro ancora vivi tra quelli che dovevano,
con tutta evidenza, essere dei fantasmi.
Lungo i bordi del sentiero che costeggiava il rudere e
per il quale passeggiavano i fantasmi degli uomini illustri,
il piastrellista riconobbe l’uomo occhialuto e altissimo che
poco prima gli aveva parlato in modo criptico. Adesso
stava lì a osservare il passeggio con lo stesso stupore quieto
con cui si guarda l’acqua di un fiume, che si rinnova e
cambia aspetto a ogni istante. Con un piccolo taccuino
in mano, prendeva appunti instancabilmente su quello che
riusciva a cogliere dalle conversazioni tra quei personaggi.
Qualche volta si interrompeva in contemplazione della
processione, assumendo un’aria assorta e pensosa, ma poi
subito riprendeva a scrivere, o meglio a trascrivere i frammenti
di conversazione che gli capitava di ascoltare. Di
tanto in tanto, qualcuno lo salutava, qualcun altro gli sorrideva.
Gennaro raccontava che ebbe modo di constatare
che soprattutto Franz Kafka e Curzio Malaparte gli dimostravano
una particolare simpatia, perché addirittura si
fermavano a chiacchierare con lui, ridendo poi tutti assieme
di chissà che cosa.
Ho chiesto più di una volta a Gennaro se era capitato
anche a lui di intercettare dei frammenti di quelle conversazioni,
che dovevano essere senz’altro interessanti. Lui mi
ha detto che la prima cosa che aveva tentato di fare era
stata appunto quella di trascrivere qualche brano dei dialoghi
he si svolgevano tra gli uomini illustri. Si era avvicinato
e si era messo in ascolto, come l’occhialuto con il
basco, ma la delusione era stata grande. Lui si aspettava
chissà quali pensieri profondi, e invece scopriva che quei
magnanimi si raccontavano nient’altro che facezie, aneddoti
e barzellette – tutti, nessuno escluso. Giacomo Leopardi,
dice ancora oggi allibito Gennaro, raccontava dei
fatterelli bizzarri che piacevano molto a Boiardo, anche
lui avido di facezie. Alcuni invece preferivano ascoltare, e
tra questi c’erano Cavalcanti e Giambattista Vico, mentre
Hölderlin conosceva barzellette oscene irriferibili.
Così, dunque, trascorrevano il loro tempo quei grandi.
Ed era questo che probabilmente conferiva loro un aspetto
perennemente allegro e trasognato. Tuttavia, colui che più
di tutti stupiva il mio amico era l’uomo alto e occhialuto,
che in un primo momento gli era sembrato un grande
studioso, e invece altri non era che un trascrittore di facezie.
Era mai possibile? Aveva provato a chiederglielo. «Giovanotto»,
gli aveva risposto l’occhialuto con la consueta
gentilezza, «quelle che a lei sembrano barzellette, sono la
quintessenza della sapienza umana. Questi signori che lei
qui ha la fortuna di incontrare sono stati esiliati dal mondo,
che di loro non sa più che cosa farsene. E sa perché? Perché
quasi nessuno più, nel mondo, ha orecchio per quello
che hanno pensato e scritto. Per lo stesso motivo, quelle
che a lei sembrano solo facezie, per molti secoli sono state
delle grandi verità» (pagg. 97-99).

 

 

“Bisogna sapere che Felice Sportiello ogni mattina, di
buonora, va a fare footing. Parte che ancora non è l’alba,
lascia la sua casa in campagna e si dirige verso la montagna,
prima a passo sostenuto, poi di corsa. Arriva quasi in
cima al Monte Taccaro quando il primo sole illumina la
valle dove si trova il paese in cui viviamo da quasi cinquant’anni,
cioè da quando siamo nati. È in questo preciso
momento che Felice, solo sul cocuzzolo della montagna,
seduto su un masso a riprender fiato e ad asciugarsi il sudore,
comincia ad avere delle visioni. Mi racconta che
scorge in lontananza, laggiù nella valle, invece dei lunghi
capannoni delle fabbriche di conserve alimentari, sterminate
file e ammassi di alberi che formano come un fitto
bosco. Al posto delle strade asfaltate e dell’autostrada che
corre tutt’intorno ai paesi, vede immensi cespugli punteggiati
da fiori di ogni specie. Ma soprattutto, al posto
della distesa di palazzine e palazzoni che costituiscono
gran parte del paesaggio ordinario da queste parti, c’è una
massa d’acqua immensa a formare un lago di colore verde
smeraldo, che brilla sotto la luce del primo sole con una
forza tale da costringere Felice a inforcare gli occhiali da
sole. Da lassù, il suo sguardo diventa più aguzzo, dice Felice,
e lui riesce a distinguere addirittura le persone e gli
animali che si aggirano in quel paesaggio, anche se non
sono le persone e gli animali che siamo abituati a conoscere.
Ci sono, ad esempio, persone che vanno in giro
senza vestiti o con pochi cenci addosso, e anche persone
che assomigliano stranamente agli animali, con facce canine,
musi porcini, membra feline e posture a quattro o a
tre zampe. Viceversa, si vedono animali che assomigliano
molto agli uomini, come ad esempio cani vestiti con eleganza,
gatti che vanno in giro su due zampe, uccelli con
il sigaro. Tutti, precisa Felice quando mi racconta queste
sue visioni, trascorrono la vita senza darsi fastidio reciprocamente,
anzi, quando si incontrano si salutano con scappellamenti
e salamelecchi, si abbracciano spesso, si
perdono in discorsi fitti e appassionati, e ogni cosa che
accade, ogni avvenimento, assicura Felice, assomiglia a una
cerimonia collettiva. Meglio ancora, è come se tutti danzassero
al suono di una musica che da lassù non si riesce
a sentire, ma che è evidente che c’è, perché le posture raggiunte
dai vari esseri – dai gatti ad esempio su due zampe,
o da certi uomini dall’aspetto animalesco – corrispondono
come alle figure di una coreografia teatrale ritmata
con sapienza.
«In effetti, questo racconto sembra un’invenzione un po’
teatrale», ho obiettato a Felice mentre eravamo seduti su
una panchina, «neanche tanto verosimile, con il gatto che
cammina su due zampe e gli uccelli con il sigaro». Lui mi
ha guardato sorridendo sarcastico. Ci ha pensato un po’ su,
quindi mi ha risposto che all’inizio anche lui pensava che
si trattasse soltanto di scene immaginate. Poi, però, si è autoanalizzato
(ha detto proprio così) e ha osservato che lui
in fondo droghe non ne prende, è un normale padre di
famiglia e al lavoro non ha mai avuto problemi – di che
cosa si dovrebbe preoccupare? Di scoprire che, visto da
quella lontananza, e dunque sotto un’altra luce e da un’altra
angolazione, il mondo ha un altro aspetto? «C’è una
cosa molto semplice che voglio farti notare», mi ha spiegato
quel giorno, mettendosi seduto di sguincio sulla panchina.
«Se guardi il mondo da molto lontano o da molto
vicino, ti accorgi subito che nonostante la deformazione
prospettica, o forse proprio a causa di essa, tutto ciò che
appare ti dice una specie di verità. Forse non essendo più
a distanza di sicurezza, i pensieri consolidati, quelli che solitamente
ti orientano ma ti annebbiano anche la vista e il
comprendonio, all’improvviso non servono a niente. La
deformazione ti mostra immagini e suggerisce pensieri
che non avevi mai avuto prima, dall’evidenza tanto veritiera
che ti sconvolgono, come io sono rimasto sconvolto
dal paesaggio intravisto dalla cima del Monte Taccaro».
A questo punto, Felice faceva una breve pausa, soffermandosi
a osservare gli aghi secchi di pino sparsi ai nostri
piedi. Poi ne raccoglieva qualche mazzetto e riprendeva:
«Se invece guardi il mondo da dove ti dicono di guardarlo,
ovvero dalla distanza di sicurezza da cui solitamente lo
guardano tutti, non ci vuole molto ad accorgersi che dice
solo menzogne di conferma allo stato delle cose, presunto
immobile. Ma le cose non stanno mai ferme, non sono
mai statiche!», sentenziava alzando leggermente la voce,
mentre lanciava in aria gli aghi secchi di pino, che ricadevano
un po’ sulla nostra testa, un po’ per terra. «Quello che
tu racconti della valle del lago mi stupisce perché si sente
che si tratta del mondo visto come l’ho visto io, ossia da
un’altra distanza, e dunque con una verità cangiante al suo
interno. Per me è la conferma che non sono solo e che
non sono pazzo, o almeno vuol dire che siamo almeno in
due a non sopportare le menzogne di tutto quello che ci
sta intorno» (pagg. 111-114).

 

Le fotografie che corredano l’articolo sono di Pavel Pecha, provengono dal suo sito e restano di proprietà dell’autore.

 

 

Concatenazioni 9: fogli di un diario genovese, l’Eternauta e i telefilm degli anni Settanta

 

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1. Queste Concatenazioni sono anche un gioco ed un amarcord, un esercizio di nostalgia ed una brevissima autobiografia sentimentale. Queste Concatenazioni sono un grazie a tutti gli amici con cui condivido passioni e progetti e sono molti, mi rendo conto con gioia: amici e progetti, passioni e luoghi.

2. È il 24 aprile 2015: nel pomeriggio l’incontro a Genova dedicato a Robert Walser (Marco Ercolani si è inventato un titolo bellissimo: La grazia e l’abisso), a sera cena al ristorante: presenti Lucetta Frisa e Marco Ercolani, Giuseppe Zuccarino, Marco Furia e Lucetta Tondi, mia moglie Elma, nostra figlia Giulia ed io. Convivialità di comuni interessi, convivialità di bella amicizia.

3. Dopo la prima portata Ercolani e Furia si lanciano in una gara sui film degli anni Cinquanta e Sessanta (preferibilmente noir): attori, registi, trame, tutto un armamentario immane da tirare fuori dagli armadi della memoria, esilarante gara ad inseguire le proprie passioni, i propri ricordi.

 

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4. Non posseggo nemmeno lontanamente la loro competenza e a me vengono alla mente soltanto alcuni telefilm che hanno affascinato i miei anni di ragazzo: ad esempio non capivo quel telefilm nel quale un uomo fuggiva lungo la spiaggia inseguito da un grande pallone candido. Ne ero soggiogato. Non capivo ed ero succube del fascino di ciò che non comprendevo. Il pallone lo raggiungeva, pareva ingoiarlo: si vedeva il volto, maschera bianca d’orrore, si vedevano il volto e la bocca soffocati nel lattice orrendo. (Ercolani pone spesso al centro della sua scrittura la questione di un’eresia: scrivere contro un potere costituito, trovare nella scrittura lo spazio per la propria ribellione, scrittura quale stridente contrasto tra oppressione e libertà).

5. Nel bellissimo pomeriggio di sole abbiamo parlato di Robert Walser e dei suoi Mikrogramme, quel lungo momento (durato anni) di libertà estrema e giunto fino a noi raccolto in una vecchia scatola per le scarpe strapiena di fogli d’ogni natura e taglia ricoperti di minuscola, talvolta indecifrabile grafia a matita. Lucetta Frisa ne legge alcuni a voce alta, li fa risplendere. Non saprò mai ringraziarla abbastanza per questo. Villa Piaggio, balcone affacciato alto su Genova antica, invita a soffermarsi, a conversare, a guardare.

6. Anni dopo m’innamorai dell’Eternauta: lo incontrai, a puntate, in un albo a fumetti e vidi la nevicata incessante, lo stadio in cui venivano rinchiuse le persone, il kol che aveva almeno 14 dita per mano.

 

il kol

 

7. Più tardi lessi e capii che quel fumetto aveva saputo anticipare l’Argentina dei militari e delle sparizioni (come la Colonia penale di Kafka la Germania hitleriana?) Lessi Cortázar e forse capii ancora meglio.

8. Kafka, si sa, apprezzava Walser, Walser cercò nella scrittura una libertà che riscattasse la volgarità della vita quotidiana. Scrittura che vuol essere luogo di libertà. E quante volte, durante il pomeriggio, si riaffaccia il nome di Sebald, nume tutelare per tutti noi che ci affanniamo a scribacchiare le nostre cosucce. E un giorno, ribadisco tra me e me, scriverò un testo su Sebald e la sua passione per i viaggi in treno e le stazioni ferroviarie (vale davvero la pena scrivere di quelle tedesche, mondi-tempo).

 

number 6_a

 

9. The prisoner number 6 si chiamava il telefilm e la sfera bianca inseguiva chi tentava di fuggire dal perimetro di quella che sembrava una bella cittadina di villeggiatura estiva in riva al mare e c’erano mezzi di locomozione avveniristici. Ci ripenso ogni volta che riprendo in mano Die Gelehrtenrepublik (La repubblica dei dotti) di Arno Schmidt, il racconto distopico intorno ad un’isola dove gli intellettuali (spesso stronzi assai, ahimé e non liberi, ma non certo corrucciati per tale mancanza) sono posti nelle migliori condizioni materiali per creare.

 

villagemap

 

Giuseppe Zuccarino mi racconta di Saorge, quell’antico monastero francescano dove intellettuali d’ogni parte del mondo si ritrovavano per studiare e confrontarsi: ne parla nei suoi Grafemi e Saorge è l’opposto della repubblica dei dotti di Arno Schmidt. E nei Grafemi Giuseppe scrive anche della Fondazione Burri a Città di Castello, di una bravissima artista genovese, Luisella Carretta, di amori letterari e filosofici: Pascal Quignard, ad esempio, scrittore del silenzio e del rigore. Riparlerò anche dei libri di Giuseppe, squisito commensale nella bella sera genovese che finalmente incontro di persona dopo averne conosciuto la scrittura grazie alla Dimora del tempo sospeso: la lettura dei suoi libri ne è stato il necessario, felice séguito.

10. Il disegnatore dell’Eternauta scomparve come migliaia di suoi connazionali; Walser scelse d’essere dimenticato (Preferisco sparire, titola Ercolani il suo libro-apocrifo su Walser). Incessante attualità del tema intellettuali e potere, soprattutto adesso, quando il potere è così liquido, sfuggente, onnipervasivo e mentitore (ma, a ben pensarci, com’è sempre stato).

 

donde esta oesterheld

 

11. Spesso gli alieni erano cattivi, come lo erano stati sempre i pellirosse nei film con John Wayne. Quando ero bambino spostarsi in macchina la sera da un paese all’altro significava percorrere le strade provinciali che tagliavano i bui oliveti i cui tronchi contorti e fantastici ai lati della strada erano illuminati per un attimo dai fari dell’auto – e buio totale, inscalfibile intorno. Le fronde degli olivi occupavano lo spazio visivo davanti all’automobile, lasciando scorgere, in alto, il cielo stellato. Spesso nel telefilm si vedeva l’ufo ruotare velocissimo e luminoso sopra le fronde degli alberi e la strada, in basso, tagliava diritta il bosco.

 

ufo_shado

 

12. Si chiamava Ufo Shado il telefilm e nei fotogrammi ci sembrava di vedere il futuro: la base lunare, il disco rotante su se stesso velocissimo, gli intercettori spaziali o sottomarini… Era stata da poco raggiunta la Luna ed il futuro, ai miei occhi bambini, si profilava nello spazio: non mi accorsi dell’uccisione di Pasolini, ma ricordo bene i giorni del rapimento di Aldo Moro e ancora meglio gli anni che seguirono. Diventare contemporaneo del mio tempo fu un esercizio di quegli anni: Liceo ed Università e forsennate letture (Appartiene veramente al suo tempo, è veramente contemporaneo colui che non coincide perfettamente con esso né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio per questo, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo. (…) Un uomo intelligente può odiare il suo tempo, ma sa in ogni caso di appartenergli irrevocabilmente, sa di non poter sfuggire al suo tempo. La contemporaneità è, cioè, una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze; più precisamente, essa è quella relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo – Giorgio Agamben in Che cos’è il contemporaneo? Da Nudità, Nottetempo 2013 e dedico a te questa citazione, caro Ercolani, abbiamo parlato di Agamben andando verso Santa Margherita Ligure, ricordi?, e quanta polemica nei confronti della nostra contemporaneità si coglie nei tuoi libri!).

 

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13. Ed anche Corto Maltese mi era allora oscuro e affascinante, incomprensibile e bellissimo; mi chiedo se sia passato per Genova (ma sono certo che sì) e vedo la poesia calda di Lucetta specchiarsi nel velluto denso del vino nel calice davanti a lei, Lucetta che, il giorno dopo, ci mostra il mare e la passeggiata a mare di cui canta nel suo Ritorno alla spiaggia. Quanti mondi e quanti nomi nei libri degli amici genovesi! E tu, Lucetta carissima, scrivi ancora, ti prego, del mare e del sogno, della luce all’alba e del ricordo.

14. Lucetta Tondi racconta con grazia e dolcezza della sua musica – e delle sue insonnie. Derivano anche da qui le concatenazioni musicali nella poesia recente di Marco Furia, suo marito? Gli affetti sanno filtrare nella scrittura, la pervadono aerei e persistenti. E l’insonnia è forse un portato dell’attenzione ininterrotta per il mondo.

15. Marco Furia ha un senso dell’ironia finissimo: incontrare i veri poeti a tavola schiude spazi di felicità. Leggerli è promessa costante di bellezza.