Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Tag: Il Primo Amore

Raramente

 

 

Raramente si leggono, in “rete”, interventi di questo livello intellettuale e stilistico, oltre che di coinvolgimento emotivo:

ULTRAJAZZ di Jonny Costantino sul Primo amore.

 

 

 

Dal “Primo amore” un intervento di Federica Fracassi

 

 

Segnalo quest’articolo nel quale Via Lepsius si riconosce completamente:

“Allenatevi, vi prego, alla differenza tra poesia e intrattenimento”

 

 

 

(Segnalibri) Giovanni Giovannetti sui crimini di guerra italiani

 

Segnalo quest’articolato intervento di Giovanni Giovannetti (Tra pianti e pianti e pianti) sul Primo amore.

Vi si parla di un’Italia nostalgica del fascismo, razzista, violenta sia nei fatti che nelle parole, incline alla rimozione e ad autoassolversi. Italiani brava gente? no, nient’affatto. Conoscere certi accadimenti aiuta a prendere coscienza dell’oggi, a inquadrare ancora meglio le menzogne, i travisamenti consapevoli, i colpevoli silenzi su certi episodi che il ministro Salvini continua a diffondere a piene mani. Ma, al di là dell’onnipresente Salvini, è necessario che una nazione faccia i conti con il proprio passato – è anche questo (non avere fatto i conti con il passato coloniale, fascista, razzista) che ha portato l’Italia alla vergognosa situazione attuale.

 

Riflessioni (2): “Assentarsi” di Federico Ferrari

 

 

 

Sul Primo amore leggo questo contributo di Federico Ferrari.

 

 

 

Breve saggio sul camminare

 

Giuseppe Ugonia, la Chiesa della Commenda a Faenza (litografia, 1940).

 

(L’idea di questo scritto deriva da uno splendido e vibrante intervento di Jonny Costantino pubblicato sul Primo amore: L’Austria di Bernhard specchio dell’Italia di oggi).

 

: ma, più che un saggio, scriverò un elogio del camminare, anzi un doppio elogio di un doppio modo di camminare: l’andare a piedi (ma, anche, integrando il camminare, quando necessario, con un tragitto in autobus o in treno, in automobile o in bicicletta) e lo scrivere (sempre rigorosamente a mano).
Tutte e quattro le estremità del corpo accompagnano la mente nel suo andare traverso i paesaggi del mondo e del pensiero – ma paesaggio (Landschaft) suggerisce l’idea di uno sfondo al camminare e allo scrivere, all’andare e al dispiegare la sintassi della lingua; sia invece da subito chiaro che il camminare e lo scrivere s’immergono nel paesaggio (naturale o urbano, non importa) per riconoscerne il respiro e a esso accordare il proprio. Camminare e scrivere non vogliono impossessarsi di nulla (possesso è violenza e tracotanza), desiderano invece attraversare e farsi permeare da quello che vedono e sentono.
Gratuità del camminare, gratuità dello scrivere: qui si riflette, infatti, sul camminare che non ha altro scopo se non sé stesso e il piacere che ne deriva, insieme con un senso insostituibile di libertà e di curiosità nei confronti di tutto ciò che è “fuori” del soffocante io. Allo stesso modo lo scrivere immerge la mente in paesaggi del pensiero (i quali spesso rimandano ai paesaggi dentro i quali abita o che attraversa il corpo) e in tal caso la capacità architettonica e immaginativa della mente, che si manifesta tramite la lingua (e che dalla lingua è anche determinata, o almeno condizionata) si dispiega in atto di creazione.
Camminare implica attenzione e scoperta, insieme con un atto eretico e libertario: il sottrarsi al condizionamento produttivistico e consumistico – ché camminare è riconquistarsi la libertà all’interno di un sistema opprimente e oppressivo – perché camminare al solo fine di camminare si chiama fuori dalla logica ferrea del produrre e del consumare: il tempo del camminare è sottratto al tempo della produzione e del consumo, è rallentamento e dilatazione dell’attenzione, nulla ha esso a che fare con la capitalizzazione monetaria o con il consumo di prodotti, ma, al contrario, camminare è, scientemente e programmaticamente, tempo posto fuori e contro la logica economicistica (- e camminare senza telefono cellulare né computer).
È bene però distinguere il camminare quale libera scelta e il camminare quale moda (penso al Camino de Santiago o alla Via Francigena, per esempio, che hanno cominciato a coinvolgere molte persone – non tutte! – in quanto fenomeni di tendenza, quindi anch’essi generati e condizionati da meccanismi produttivistici): penso invece al camminare di Robert Walser o di Thomas Bernhard, al camminare comunitario di Antonio Moresco o al viaggio a piedi sino a Bordeaux di Friedrich Hölderlin (traversa la Francia rivoluzionaria nel cuore dell’inverno il poeta, sceglie di viaggiare a piedi, ha bisogno di quell’arduo, difficile itinerario…)
Assai problematico risulta, invece, il rapporto tra scrittura e produzione: scrivere, dicevo, è un tipo di camminare traverso paesaggi del pensiero e scrivere conduce, spesso, alla produzione di un libro, dunque a un prodotto per il mercato sottoposto alle regole dell’economia – è qui che si attua la divaricazione tra la gratuità del camminare e l’eventuale funzione mercantile della scrittura. È ovvio che una soluzione radicale possa essere una scrittura del tutto privata o, se pur resa pubblica, senza alcuno scopo di lucro; in tale direzione si apre la riflessione sulla circolazione di una scrittura del genere e sulle strategie attuabili (sempre che tutto questo sia possibile: io stesso, mettendo gratuitamente a disposizione dei lettori questo breve saggio in realtà favorisco e alimento i profitti della piattaforma wordpress e degli indotti a essa collegati) per sottrarre la scrittura al mercato.
Scrivere, camminare: avanzare passo dopo passo, ma anche tornare sui propri passi, pedetemptim andare, ma anche tornare indietro per cancellare e per modificare, per guardare di nuovo trovando magari qualcosa ch’è cambiato, o percorrendo un altro sentiero, attraversando un’altra piazza, imboccando un vicolo prima non visto.
Camminare e un taccuino tra le mani, alleati sostanziali la memoria, l’appunto, il disegno, la fotografia. Camminare è anche arricchire la memoria personale, tenerla desta, ricordare per raccontare; chi cammina è assuefatto al cambiamento, al variare degli orizzonti, dei punti di vista, recupera l’ancestrale nomadismo dell’essere umano. E la macchina fotografica usata come il taccuino: pochi scatti, concedendo tempo e lentezza all’atto di fotografare. E la mente come un magnetofono, per registrare suoni e dialoghi.
Che cosa, ancora, per concludere? Forse Arno Schmidt che cammina nella Brughiera di Luneburgo e il binocolo al collo, uno sguardo acuminatissimo dentro la lingua tedesca, quella necessità di dire l’offesa in una lingua violata e violentata.
Forse Dino Campana che cammina per l’Appennino tosco-emiliano con falcate nervosissime e affamate, esattamente come la sua scrittura.
Forse Antonio Machado e la sua Castiglia interiore, Juan Goytisolo e il labirinto urbano dell’antica Marrakech nella quale riconoscere le radici della propria cultura.
Forse Matsuo Basho lungo le strade del Giappone, Gastone Novelli lungo quelle di Grecia.
Forse Joseph Cornell in giro per New York a cercare materiali per le sue scatole come lo racconta Charles Simic.
Forse Yves Bergeret per il quale camminare e scrivere significa arrampicarsi in alta montagna (moto ascensionale del pensiero) o sulla falesia di Koyo insieme con quei posatori di segni che posseggono la sapienza dell’origine della civiltà umana.
Forse Fernando Pessoa il vagabondo di Lisbona e Walter Benjamin Wanderer prima berlinese, poi parigino.
E ancora: Sebald camminatore nel paesaggio inglese e corso, la scrittura mobilissima figliata da una mente mobilissima.