Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Tag: Italia

Hommage à la France

 

 

Che cos’è Francia per me – e vado a dire qual è la mia idea di Francia, che cosa essa significhi per me e che cosa abbia significato per la mia formazione intellettuale, politica ed etica
(non vado qui a sciorinare considerazioni sociologiche o politiche o storiche che non sarei, comunque, capace di fare).
Questo è un testo dettato dal sentimento e da un bisogno di dichiarare il mio amore alla Francia,
o almeno a una MIA idea di Francia:
Francia è il gesto libertario e liberatorio, antiautoritario e gioioso di Michel Foucault in una fotografia-ritratto,
Francia è pensare che lo stato di diritto esiste
e che esiste una comunità di liberi,
Francia è, per me, la dolcezza del tramonto sull’isola di Saint Louis
e il colore dei tetti del Marais,
Francia è Blaise Pascal e la rettitudine etica di Port Royal (non sono credente, ma
quella rettitudine e quel rigore del pensare e del sentire desidero m’appartengano),
Francia sono il razzismo e il colonialismo sottoposti a impietosa critica,
i suoi intellettuali liberi e indipendenti,
René Char che non separa poesia da impegno politico ma trascinato da furore vive e lotta,
Francia è la curva del Rodano ad Arles
e Bordeaux verso cui s’incamminò a piedi Hölderlin traversando un durissimo inverno,
Francia è, per me, pensare Paul Celan camminare lentamente in Rue des Écoles
e cercare ospitalità in un’altra lingua,
Francia è pensare un presente e progettare un futuro senza mafie e senza paure,
sono i decenni parigini di Heinrich Heine,
i corsi al Collège de France ancora di Foucault e di Roland Barthes,
Francia è la lingua che accoglie chi proviene da altre latitudini
e la musica di Django Reinhardt,
l’orlo dei Pirenei là dove due, tre, più Europe si congiungono
e Francia è Cartier-Bresson giramondo,
le maree di Normandia e
lo sparo che uccise i fratelli Rosselli,
Francia è il verso di Corneille, il pennello di De Staël, il volto di Giacometti,
le mani delle maestranze che edificarono Chartres,
il Quatuor pour la fin du temps di Messiaen,
Francia è, per me, Leonardo Sciascia che passeggia alle Tuileries
e il monacale rigore di Cézanne,
Francia è una lingua cosmopolita, una speranza, una strada lungo la quale incamminarsi
quando questa barbarie fascista e razzista monta.
Francia è rimanere in Italia e avere un’idea dell’Italia
da realizzare, per la quale scrivere – e combattere.

 

Nata a Parigi travagliata nell’epopea della nostra generazione
fallace. Giaciuta in America fra i ricchi campi dei possidenti
e dello Stato statale. Vissuta in Italia, Paese barbaro.
Scappata dall’Inghilterra Paese di sofisticati. Speranzosa
nell’Ovest ove niente per ora cresce.
Il caffè-bambù era la notte.
La congenitale tendenza al bene si risvegliava.
Amelia Rosselli (da Variazioni belliche)

 

 

Paesaggi d’Italia

 

 

(a mia figlia, da poco diciottenne)

Perdonami, carissima,
se non so fermare questa marea
violenta e fascista che monta, monta
con deliberata volontà
di spargere sangue.

Avrei desiderato ben altra Italia
per te che vai incontro ora
ai tuoi diciannove anni.

Sempre m’intenerisco quando
ti vedo concentrata sulla versione di greco,
impegnata a studiare i prediletti Francesi.

E anche tu senti
le rabbiose contumelie urlate
senza sosta in queste città
ormai disumanate.

Da sempre ho desiderato un’altra
Italia e un’altra
Europa –
ma non ho saputo donartele,
sognarle sì, le ho sognate
e le sogno,
ma donartele ulteriore atto d’amore
per te
e viatico dalla mia
alla tua generazione questo no:

non l’ho saputo fare.

 

 

 

In morte di un sindacalista

 

 

(per Soumaila Sacko)

 

Perché si uccidono i sindacalisti, i giornalisti, i preti (alcuni preti)? La risposta è ovvia: perché in terre di mafia essi sono scomodi, danno fastidio, rompono il muro dell’omertà, portano alla luce delitti, interessi illegali, progetti criminali.
Questa volta è stato ucciso un giovane sindacalista, come si suol dire “di colore” e, tranne le proteste dei migranti ch’egli assisteva, quel ch’è seguito è il silenzio.
Qui a Via Lepsius questo silenzio fa un rumore immane e conferma la situazione di un Paese (l’Italia, ma con essa l’intera Europa) imbarbarito e ormai esplicitamente razzista.
So che per tantissimi dei miei connazionali questa morte non ha significato, conferma, anzi, la pretesa verità secondo cui i migranti o, con termine divenuto ormai interscambiabile nel pericoloso pressappochismo linguistico in atto, i clandestini sono tutti coinvolti in affari loschi e malavitosi, che ce ne sono troppi e che pretendono di vivere a sbafo alle spalle degli Italiani.
Peccato che il giovane sindacalista e le due persone che erano con lui possedessero permessi di soggiorno legali, peccato che l’uccisione abbia, con molta probabilità, motivazioni anche mafiose (ma non solo).
Il silenzio del mio Paese intorno a questa morte mi scandalizza e mi spinge a reagire.
Esiste un odio sordo, molto diffuso e ormai non più celato nei confronti dei lavoratori africani presenti in Italia, i quali sono, spesso, tenuti in condizioni di vera e propria schiavitù: ma essi non hanno il diritto di lamentarsi, tanto meno di protestare, visto che noi Italiani, fin troppo generosi, li teniamo qui a godersi la vita e ancora non li rimandiamo a calci nel culo nel loro paese di merda. Ecco: questa violenza verbale che ormai sempre di più diventa violenza fisica si rivolge contro persone che raccolgono in condizioni antiumane i pomodori per le nostre squisite passate, le frutta per le nostre confortevoli tavole estive, le uve per i nostri raffinati vini. Queste persone (ma sono animali, pare) hanno il torto di non essere invisibili, di osare, qualche volta, pretendere dei diritti.
Invece è morto (assassinato) un sindacalista, è stato ucciso un ragazzo che cercava di aiutare i suoi compagni a drizzare un paio di lamiere per un ricovero di fortuna, è morto per mano mafiosa e per odio razziale un essere umano che aveva trovato il coraggio di non abbassare la testa. E, si noti, attivisti e sindacalisti vengono ammazzati spesso nel mondo (persone che difendevano i diritti di popoli indigeni o delle donne o l’integrità di territori o rivendicavano il diritto a un lavoro pagato con equità) per interessi legati a un’economia schiavista e criminale, dunque fascista e violenta. Soumaila Sacko muore in terre di mafia dove l’odio contro gli immigrati africani viene alimentato per distogliere l’attenzione dalla situazione reale (quelle terre sono esclusivo feudo mafioso e, in ogni caso, quei lavoratori servono per il lavoro nei campi, vengono arruolati dai “caporali” esattamente come fino a pochi anni addietro accadeva ai braccianti calabresi e pugliesi, campani e siciliani) e in un momento in cui la politica (anche alleata di dittatori e massacratori, speculatori e assassini) soffia sul fuoco, cavalcando un malessere diffuso e alimentando un’atroce guerra tra poveri della quale una parte di quei poveri (gli Italiani di un Sud sempre più disperato, rancoroso e povero anche da un punto di vista culturale, psicologico, umano) non si rende conto.
È morto un sindacalista, un altro figlio d’Italia macellato da una violenza che prelude ad altre violenze, che spinge ulteriormente il mio Paese in una notte tristissima e maleodorante di disonestà intellettuale e politica.

 

 

Poesia pura e poesia sporca

 

 

Eccoti ancora qui, mia scrittura, tu che vuoi fare i conti con quello che, intorno a te, nel mondo, accade, tu che non vuoi chiudere gli occhi, ma immergerti dentro il mondo; leggi e impara dall’amico carissimo e poeta, ringraziane la lucidità e il coraggio e continua, mia scrittura, a sporcarti con le cose del mondo e con il dolore del mondo, guarda diritto negli occhi la violenza, il terrore, l’ingiustizia.

Spesso ti senti sola e impotente, mia scrittura: ma ecco giungere, dalle terre di Sicilia e di Francia, un messaggio ed è tassello ulteriore d’un dialogo che si dispiega ormai da qualche anno: impara e sii forte, mia scrittura, ringrazia e continua a essere tu, testarda e sporca di mondo.

 

Yves Bergeret, Carnet de la Langue-Espace, Radoub, en Sicile, août 2o17