Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

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“Tratteggi” di Marco Furia

 

Thomas Ruff: Interieur 1d, 1982.

 

Tratteggiare affidandosi a sottile scrittura, a finissima ironia, tratteggiare in un apparente gioco letterario: apparente: ché, al di là della lettera, questo libro di Marco Furia ha i suoi centri focali nel rapporto della mente con gli oggetti e le situazioni più comuni, nell’irrisolto che, spesso, avvolge l’esistere quotidiano, in quel frammento di futuro immediato che viene deciso da una piccola mancanza, da un’incertezza, da un lapsus o, viceversa, dal realizzarsi di un gesto, dall’andare a buon fine di un’operazione pratica, da una minuscola decisione presa e attuata.
Questo è un libro calviniano nella premessa (recita l’exergo: “In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana” – dalle Lezioni americane) e nella sua realizzazione, un’opera fedelmente calviniana nel modo che assume la scrittura di avvicinarsi o di tentare di avvicinarsi alla realtà: i brevi testi sono ordinati alfabeticamente secondo la vocale o la consonante con cui ognuno di essi inizia (e questa scelta rimanda alla tendenza catalogatrice di Calvino, ma anche, in maniera lievissima, alle “costrizioni” cui lo scrittore sottoponeva sia la propria scrittura che l’architettura dei suoi libri), pressoché sempre il personaggio agente è narrato in terza persona (ne manca qualunque descrizione, sia pure minima e manca qualunque riferimento cronologico o geografico), personaggio affine a Palomar, direi, minuziosamente raccontato nelle sue azioni comunissime, del tutto familiari a qualunque lettore – è così che Marco Furia propone un modo di narrare il nostro vivere quotidianissimo, mi vien fatto di scrivere, additando al di là, appunto, dell’ironia e della finezza linguistica un nostro esistere che sembra galleggiare in una successione d’istanti e di atti irrelati, di gesti piccoli e piccolissimi privi di drammaticità o di pathos, magari talvolta anche rassicuranti nella loro ripetitività e ovvietà, ma, pure, orfani di qualunque slancio o eroismo o eccezionalità, come se il vivere entro la realtà contemporanea e informatizzata fosse un esistere d’irrimediabile prosaicità, abitudinarietà e banalità – ma, bisogna dire, nello stesso tempo si può assistere, nel libro, ad atti piccoli ed eleganti (l’accurato ripulire le lenti degli occhiali, per esempio) o rinvenire oggetti altrettanto fini ed eleganti (una scrivania d’epoca, una “girevole poltroncina”, un “policromo tappeto”), particolari tutti che mostrano il Giano bifronte ch’è la realtà nella quale siamo immersi.
E mi spiego, allora, la frequentissima anticipazione dell’aggettivo qualificativo rispetto al sostantivo cui esso si riferisce, il ricorso a perifrasi per indicare gli oggetti, nel senso che il ritmo linguistico che ne deriva, desueto o inconsueto rispetto al linguaggio dell’italiano “standard”, nel suo farsi lievemente ironico in realtà evidenzia proprio la nostra, comune, condizione esistenziale e la misura breve e brevissima di questo catalogo d’episodi vuole essere la forma più coerente e consona per raccontare la storia quotidiana d’ognuno di noi: nulla cambierebbe se un episodio fosse posto altrove nel libro rispetto alla sua collocazione determinata dal mero ordine alfabetico, verrebbe meno soltanto la sequenza catalogatrice, il linguaggio da entomologo dell’esistere rimarrebbe elegante, continuando a nascondere (ma solo a occhi ingenui) l’abisso dentro il quale il mondo e l’esistere umani sono gettati: c’è qualcosa di vagamente kafkiano e walseriano nel libro, ma pure allusivo alle Città invisibili (i molti oggetti e le numerose situazioni rimandano tutti alla medesima, unica realtà esperita con attenzione di agrimensore o di solitario viandante – confermando il fatto che si possono compiere viaggi lunghissimi senza uscire dalla propria stanza).
E allora Tratteggi s’inserisce perfettamente nella riflessione contemporanea intorno alla ricerca del senso e intorno alla natura ambigua del linguaggio il quale, nel mentre sembra riuscire a descrivere minuziosamente un oggetto o una situazione, ne mette in luce, al contrario, gli aspetti sfuggenti, inafferrabili, inconoscibili – lo stesso linguaggio, strumento apparentemente acuminatissimo, per paradosso non riesce a cogliere in toto la natura delle cose e dei fatti, sontuosa tessitura lessicale e sintattica, esso sembra obbedire al principio d’indeterminazione di Heisenberg:

“Accomodatosi attorno ad apparecchiata tavola, venne raggiunto da zelante cameriere che gli consegnò, con cortese gesto, menu e lista dei vini.
Scorsi i due invitanti elenchi, chiamato con un cenno il solerte individuo addetto al servizio, comunicò le proprie scelte.
Nell’attesa, sbocconcellò uno dei pezzetti di focaccia offerti, in un cestello, assieme a fette di pane e a sottilissimi grissini: svoltasi, con positivo esito, la prova d’assaggio dell’alcolica bevanda contenuta in piccola bottiglia, consumò quanto restava dell’unta porzione.
Avrebbe dovuto aspettare ancora molto?
Riempito per metà cilindrico bicchiere, inghiottì un sorso d’acqua” (pag. 12)

“Attenta osservazione di minuscolo acquerello, appeso ad ampia parete di rinomata galleria d’arte, provocò l’emergere di molteplici ricordi, alcuni dei quali, non legati ad altri da nessi immediatamente riconoscibili, parevano essere affiorati senza motivo.
Il successivo dipinto avrebbe provocato analoghi effetti?
Occorreva provare” (pag. 15)

“Consultata l’edizione “minore” (l’unica al momento disponibile) di rinomato dizionario, non avendo rinvenuto un certo termine di non comune uso, condotta a buon fine laboriosa manovra, poté leggere su elettronico schermo la definizione oggetto della sua ricerca.
Ritornato a scrivere, resosi conto del fatto che quel vocabolo non era il più adatto, decise, senza necessità di ulteriori consultazioni, d’impiegarne un altro” (pag. 18)

“Occupato comodo sedile posto di fronte ad ampio specchio e a marmoreo lavabo, rispose, con concisa cortesia, ad altrui solerte richiesta. Le (necessarie) operazioni di taglio e lavaggio della sua folta chioma si sarebbero protratte troppo a lungo?
Avrebbe raggiunto il non attiguo istituto di credito prima della chiusura?
Ritenendo poco opportuno disturbare l’attento lavoro di apprezzato parrucchiere, non manifestò la propria fretta e, chiusi gli occhi, quasi si appisolò” (pag. 25)

“Osservato lo schermo di elettronico termometro, prese atto del basso livello della temperatura esterna: aperto ampio cassetto, non avendo trovato utile accessorio, percorse rettilineo corridoio e raggiunse ligneo armadio.
Condotta a termine parziale rotazione di rettangolare anta, rovistò all’interno di grossa scatola: poiché la ricerca fu infruttuosa, ritornò sui propri passi e indossò pesante giaccone.
Nell’atto di uscire, rinvenne (finalmente!), sul fondo di profonda tasca, morbido paio di guanti: non restava che indossarli” (pag. 27)

“Percorso lastricato vicolo, raggiunta ampia piazza, notò come foschi nembi fossero spinti dal vento verso ripidi rilievi montuosi.
Il ricordo di un antico adagio, imparato a memoria in tenera età, lo indusse ad affrettarsi: forse la proverbiale previsione meteorologica non si sarebbe dimostrata, almeno nell’immediato, attendibile.
Tale speranza, purtroppo, risultò vana” (pag. 29)

Nel libro è presente un solo testo redatto usando la prima persona, significativamente incentrato sul tema dell’informazione richiesta e non compresa, della carta topografica insufficiente, della direzione errata – si noti la parentesi che apre e chiude il testo:

“(Poiché articolata domanda mi venne rivolta in maniera imprecisa, chiesi ulteriori delucidazioni: non avendo ottenuto soddisfacente risposta, fui costretto a ripetermi.
Attempato individuo mostrò, allora, poco dettagliata carta topografica la cui consultazione si rivelò inutile: indirizzai, così, il non più giovane turista all’ufficio informazioni la cui sede era ben evidenziata sulla mappa.
Pronunciate parole di riconoscente ringraziamento, l’anziano viaggiatore scomparve imboccando tortuoso vicolo nella direzione sbagliata: il mio vocale, immediato, richiamo, evidentemente non avvertito, fu privo d’effetto)” (pag. 30)

“Poiché l’articolata sequenza di parole, appena scritta, non gli parve sufficientemente espressiva, dopo essersi servito, per cancellare, di arrotondata gomma, adoperò ancora (non appuntito) lapis: scontento, eliminò anche la nuova frase.
Una terza stesura l’avrebbe soddisfatto?” (pag. 33)

E una sola volta compare una figura femminile, essendo il soggetto agente in tutti gli altri testi maschile – o meglio, bisogna osservare, fatti salvi i testi in cui le forme pronominali sono inequivocabilmente maschili o nei quali sono presenti riferimenti certi a una figura maschile, potrebbe risultare un pregiudizio infondato pensare a un soggetto sempre maschile, ma la tendenza irrazionale della mente è quella di identificare l’autore con il soggetto agente:

“Premendo sagomato tasto, mise in funzione potente asciugacapelli il cui getto d’aria risultò piuttosto freddo.
Poiché non poche gocce d’acqua scivolavano lungo la folta capigliatura, appoggiato spento fon su marmorea mensola, adoperò spugnoso asciugamano per porre fine al fastidioso inconveniente.
Ritornata di fronte ad ampia specchiera, riacceso l’elettrico apparecchio, ottenne, modificando la posizione di dentellata rotella, un flusso più caldo che le consentì di dare inizio, con l’aiuto di alcuni bigodini, alle laboriose operazioni di messa in piega.
Ripetuto trillo proveniente da (non attiguo) telefono venne ignorato” (pag. 35)

“Superata ampia soglia di confortevole appartamento, appeso a ligneo attaccapanni elegante soprabito, estrasse da cartaceo contenitore appena acquistato volume e appoggiò il medesimo, dopo averlo liberato da trasparente pellicola protettiva, sulla bucherellata superficie di antica scrivania.
Un ripetuto trillo, che lo indusse ad aprire cigolante portoncino e a permettere il non gradito ingresso di addetto al controllo dell’impianto elettrico, provocò il rinvio della prevista consultazione d’interessante indice” (pag. 41)

“Versate alcune gocce di liquido detergente su cartaceo fazzoletto, strofinò con delicatezza il lembo imbevuto su ambedue le lenti (subito accuratamente asciugate) d’indispensabile strumento ottico: la pagina scritta, ora, appariva più nitida.
Allampanato individuo (che aveva premuto più volte il pulsante di elettrico campanello) invitato a entrare e a sedersi su comoda poltroncina, fu gentilmente ascoltato: gli occhiali da lettura, al momento inutili, vennero appoggiati sulla vitrea superficie di basso tavolino.
Mentre prestava attenzione alle altrui parole, non poté fare a meno di notare come l’impronta di un polpastrello, impressa sulla lente sinistra, avesse in parte vanificato l’opera di pulitura poco prima portata a termine” (pag. 45)

Proprio la descrizione minuziosa e flemmatica di minime azioni ingenera una sottile inquietudine o la sensazione che tali azioni siano sospese nel vuoto; talvolta sembra che gli apparecchi elettrici o elettronici, le circostanze più usuali, i luoghi più abituali, gli oggetti anche semplici si sottraggano al controllo del soggetto, il quale, puntigliosamente descrivendo (tratteggiando), in apparente suo dominio sulle circostanze e/o sugli oggetti, in verità svela, se non la conflittualità tra mente e realtà a essa esterna, i punti e i momenti di frizione tra una necessità o un desiderio e la messa in opera di quella necessità o desiderio – il libro viene così a essere anche, con tecnica quasi puntillista, un referto del nostro esistere che rende omaggio nei temi e nello stile non solo a Calvino, ma anche a Georges Perec, a Francis Ponge, direi pure ai Mikrogramme di Robert Walser e che mi richiama alla memoria un fotografo come Thomas Ruff la cui immagine nitidissima s’apre a una metafisica dell’oggetto e del luogo (senza sacralità né escatologia di tipo religioso, intendiamoci) o al pittore celebrato da Sebald Jan Peter Tripp. E non si trascuri il fatto che nei nostri anni l’iperrealismo nelle arti figurative vuole indagare l’assurdo e l’inquietante celato nella quotidianità, senza che noi si dimentichi, ripeto, l’umana, cordiale, sottilissima ironia che Marco Furia affida alla sua sorvegliatissima scrittura.

Marco Furia, Tratteggi, Anterem Edizioni / Cierre Grafica, Verona ottobre  2017, collezione Limina.

 

Jan Peter Tripp: Stilleben mit Messer, 1993.

 

 

 

I PONTI DI PARIGI

Sto guardando Parigi, la città sul fiume, dall’ampio terrazzo dell’Institut du Monde Arabe. La facciata dell’edificio, bianco ricamo che ricorda le finestre di merletto di Sana’a e i manoscritti arabi medievali, s’innalza alle mie spalle in dialogo con la nave di pietra dorata ch’è Notre Dame – da questo luogo di Parigi si è infatti alle spalle dell’Église e si vede bene la Senna dividersi per abbracciare l’Île Saint Louis e l’ Île de la Cité.

Rifletto sul concetto e sull’immagine del ponte, mi dico che Parigi è la città dei ponti e mi soffermo a considerare se anche l’Institut du Monde Arabe non sia, per esempio, un ponte. Trovo il nome stesso bellissimo: Istituto del Mondo Arabo (confesso che mi piace molto di più ridirmelo in francese: Institut du Monde Arabe, perché ho l’impressione che la sillaba nasalizzata “on” dilati il suono, la cadenza finale “aràb” ne suggelli solennità e vastità) e m’affascina quel “monde arabe” che suggerisce un intero cosmo, variegato, vastissimo, ancora in gran parte sconosciuto a noi Europei, un sistema stellare dentro cui navigare e pianeti sui quali discendere in esplorazione. E nel cuore di Parigi l’Institut dialoga con l’ Église – la cultura araboislamica con l’Occidente.

Malgrado questa premessa mi torna alla mente una poesia di Cristina Alziati in cui viene ricordata la ratonnade (la mattanza dei topi) da parte della polizia contro i manifestanti algerini: “Ne riconosco i volti, furono assassinati / buttati morti o vivi nella Senna, / li chiamavano ratti, è ottobre, sono d’argento” (Adesso, vv. 16-18 in Come non piangenti, Marcos y Marcos, Milano, 2011) – eccoli i ponti di Parigi: costruiti per unire, offesi dagli stivali chiodati dei nazisti, di nuovo liberi, poi macchiati col sangue sparso da una nazione che pure nella mia mente ancora significa libertà e civiltà. Ma nuove ratonnades vengono perpetrate nell’indifferenza generale o nell’indignazione di facciata nelle acque meridionali del Mediterraneo.

Mi sarebbe piaciuto vagare per Parigi in compagnia di Leonardo Sciascia e farmi mostrare da lui i luoghi di Voltaire e di Diderot; ci saremmo seduti ad un caffé ed egli, fumando l’ennesima Benson, avrebbe citato a memoria passi di Montaigne: devo allo scrittore siciliano quest’idealizzazione della Francia illuminista e rivoluzionaria che resiste in me malgrado la consapevolezza che anche quella Nazione ha vissuto ore buie e vergognose, si tratti del regime collaborazionista di Vichy o della guerra d’Algeria; ed amo una foto di Ferdinando Scianna che ritrae Sciascia alle Tuileries davanti alla statua di Voltaire.

Adesso sto guardando il Petit Pont che dal sagrato di Notre Dame conduce al Quartiere Latino: immagino Roland Barthes avviarsi verso il Collège de France ricapitolando nella mente i passaggi della lezione prossima ventura (l’haiku, per esempio, le sue fantasmagoriche proprietà – e Roland Barthes lentamente scavalca i ponti di Parigi, i ponti tra semiotica e letteratura, tra filologia e strutturalismo, a piedi, sempre a piedi come già il maestro Basho che, lentamente, attraversa i medesimi ponti che Hokusai avrebbe poi dipinto).

Walter Benjamin avrà preferito, mi piace immaginare, il Pont Neuf per raggiungere la Bibliothèque Nationale, col vantaggio di dover costeggiare il Louvre e considerarne gli schermati finestroni dietro i quali il pensiero flâneur vaga, divaga, girovaga. “Bonjour, monsieur Baudelaire, comment ça va?” e anche il libro è un ponte: tra me che lo leggo e te che l’hai scritto – talvolta il libro sa annullare la distanza temporale. Anche i passages sono ponti tra boulevard e boulevard, tra chi guarda e la merce nelle vetrine, tra il tempo del passeggiare e il tempo della città, tra il tempo dell’ozio e quello del lavoro.

Il Pont Saint Michel per Italo Calvino quando s’avviava verso Saint Sulpice e il Luxembourg (lo accompagnava talvolta Georges Perec): la luce e il silenzio di Saint Sulpice hanno la leggerezza del divagante pensiero, lo gnomone che attraversa il pavimento segno tangibile dell’architettura dei moti planetari e stellari, le canne dell’organo anch’esse geometria della bellezza. E ai Giardini del Lussemburgo la vasca dentro la quale i bambini spingono e guidano con il telecomando velieri in miniatura: da riva a riva. Calvino è l’inventore di un suo peculiare Marco Polo: anche Venezia è ovviamente città di ponti: quello dell’Accademia, risonante legno, elastico, dello stesso legno dei pali catramati su cui poggia l’intera città è il mio preferito. Lo percorro lentamente (sempre vanno attraversati lentamente i ponti), entro in Accademia, si dirige la mente verso una delle prime sale, si ferma davanti ad una piccola tavola, s’inoltra dentro La tempesta di Giorgione, segue la riva del fiume, scavalca il semplice ponte di legno che immette nella città in lontananza: potrebbe appartenere di diritto al novero delle Città Invisibili oppure ideali: l’Alessandria dove l’Ellenismo intesseva una cultura universale: Jena dove la poesia e il pensiero sembrarono sul punto di trasformare il mondo: Timbuctù, la città sulla via carovaniera, la città che ha stanze ricolme di manoscritti e custodi che lottano con la sabbia e la dimenticanza o contro i predoni e i contrabbandieri affinché quei manoscritti (bellissimi) vengano preservati.

E ancora altri ponti non parigini: Ponte Sant’Angelo – Ponte degli Angeli (gli ἅγγελοι , gli inviati, i messi) gli scolpiti in anni che ci stanno alle spalle e tutti i Romani e non Romani che sono passati da lì (Anna Magnani frettolosa in un giorno di pioggia? e i miei genitori in luna di miele? e Amelia Rosselli appena giunta da Londra? e tutti i gabbiani che risalgono il Tevere, si sparpagliano sul biondo fiume, lanciano gridi tra le ali degli Arcangeli). Sul Ponte il Bernini osserva i madonnari comporre immagini della Vergine con sabbie finissime e colorate: accade ora e accade perché lo scrivo e perché ho bisogno di scriverlo impadronendomi del pensiero berniniano mentre studia l’estasi di Santa Teresa e di Ludovica Albertoni, mentre mangia – non respira: mangia – la luce singolare di Roma, l’ocra dei palazzi, l’andanza sospesa sul fiume: da una riva: all’altra – è quella sospensione l’estasi, camminare senza camminare, come soltanto il pensiero sa fare – pensare è l’estasi, poi farne dialogo, poi le due rive congiungere. Ponte tra le due rive. Per questo bombardano e distruggono il ponte bellissimo di Mostar: offendono il simbolo visibile del dialogo e dello scambio.

Ma il ponte sul Bosforo, eroico di slancio, unisce Europa ed Asia nel difficile convivere delle genti islamiche e di quelle europee, la cupola di Santa Sofia sembra un astro che sorge dal cuore vivissimo della città, plenilunio in pieno giorno, promessa di riconciliazione. A Leonardo venne commissionato il progetto di un ponte sul Corno d’Oro ch’egli concepì ardito ed altissimo perché scavalcasse con un’unica campata quel braccio di mare; troppo ardito per l’epoca, forse.

Santiago Calatrava, altro costruttore di ponti (e di stazioni ferroviarie), non a caso è uno Spagnolo che avrà quarti di sangue arabo e quarti di sangue ebraico nelle vene. Lo immagino seduto davanti al computer a manovrare il programma CAD per i suoi progetti, ma è la mente il ponte più vero e il ponte è unico slancio, come quello sul Guadalquivir a Siviglia o come quello di Venezia – forse il ponte è utopia, scavalcare la separazione, erigere le campate del varcare, dell’andare-al-di-là. L’immagine e la simbolicità del ponte è così determinante che sulle sue spallette vengono esposte le teste degli uccisi secondo la suggestione che ricavo da Franco Fortini nel Canto degli ultimi partigiani in Foglio di via (Einaudi, Torino, 1946): “Sulla spalletta del ponte / le teste degli impiccati / nell’acqua della fonte / la bava degli impiccati”.

Praga, Ponte di Carlo: porto con me Una notte con Amleto di Vladimir Holan e mi sforzo di non fare caso alla rumorosa folla di turisti che guardano ma non vedono, automi che camminano ma non avvertono il ponte sotto di sé. Per quanti anni non riuscì il poeta alla luce di Praga, rinchiuso nel volontario esilio della sua casa sull’isola di Kampa – solo le sue parole uscirono dalla casa che aveva le finestre sigillate, si fecero ponte con i lettori che in ogni luogo del mondo le attendevano e le leggevano.

E di nuovo indietro, verso Parigi dove Paul Celan cercò la morte per acqua gettandosi nella Senna dal Pont Mirabeau, lo stesso cantato da Apollinaire. Vivere con la propria lingua-madre (che è anche la lingua degli assassini dei propri genitori) dentro un’altra lingua, scegliere Parigi e la Francia quale terra e quale lingua accoglienti ed ospitanti (ogni volta che leggo una lirica in traduzione o mi provo a tradurre da una lingua straniera penso alla bella espressione spesso usata da Antonio Prete: “tradurre significa offrire ospitalità nella propria lingua”). Edmond Jabès, commosso amico di Celan, in esilio lui stesso dal Cairo a Parigi, scrive nel Libro dell’ospitalità (Raffaello Cortina Editore, 1991) che “l’ospitalità è crocevia di cammini” e in una nota a Celan (pubblicata in Poesie per i giorni di pioggia e di sole, Manni editore, Lecce, 2002) ricorda il poeta che gli legge le proprie liriche in una lingua (il tedesco) che Jabès non conosce, ma percepisce profondamente il portato poetico ed umano di quei testi, li legge in traduzione mentre la voce di Celan li declama ed ancora dopo la morte di Celan lo soccorrono il ricordo chiarissimo della voce dell’amico e con essa la traduzione, permettendogli continuità d’incessante memoria.

La traduzione come ponte, dunque: Vittorio Sereni traduce René Char: “Due rive ci vogliono per la verità: per la nostra andata, per il nostro ritorno. Strade che bevano le loro nebbie. Che serbino intatte le nostre risate felici. Che, interrotte, ancora salvaguardino i nostri minori a nuoto in acque gelide” (Pontieri in Due rive ci vogliono, Donzelli, Roma, 2010); “la poesia è tra tutte le acque chiare quella che meno s’attarda al riflesso dei suoi ponti. // Poesia, la vita futura dentro l’uomo riqualificato” (da En trente-trois morceaux, Gallimard, Parigi, 1983) ed in effetti i ponti sono per dir così il riflesso dell’acqua, vengono riflessi in essa, ma ne sono a loro volta riflesso perché segnalano e scavalcano il corso d’acqua, nel caso di Char segnano un punto nel corso della parola poetica che deve essere poi immediatamente superato, in un continuo cercare e saggiare ed esplorare. È il partito preso delle cose, il distaccarsi dell’io da se stesso, il vedersi e il sapersi cosa tra le cose.

Sto guardando Parigi, la città sul fiume, dall’ampio terrazzo dell’Institut du Monde Arabe. La Senna s’accende nel sole meridiano, scivola sotto i suoi ponti.

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L’Institut du Monde arabe a Parigi