Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Tag: Jan Peter Tripp

“Tratteggi” di Marco Furia

 

Thomas Ruff: Interieur 1d, 1982.

 

Tratteggiare affidandosi a sottile scrittura, a finissima ironia, tratteggiare in un apparente gioco letterario: apparente: ché, al di là della lettera, questo libro di Marco Furia ha i suoi centri focali nel rapporto della mente con gli oggetti e le situazioni più comuni, nell’irrisolto che, spesso, avvolge l’esistere quotidiano, in quel frammento di futuro immediato che viene deciso da una piccola mancanza, da un’incertezza, da un lapsus o, viceversa, dal realizzarsi di un gesto, dall’andare a buon fine di un’operazione pratica, da una minuscola decisione presa e attuata.
Questo è un libro calviniano nella premessa (recita l’exergo: “In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana” – dalle Lezioni americane) e nella sua realizzazione, un’opera fedelmente calviniana nel modo che assume la scrittura di avvicinarsi o di tentare di avvicinarsi alla realtà: i brevi testi sono ordinati alfabeticamente secondo la vocale o la consonante con cui ognuno di essi inizia (e questa scelta rimanda alla tendenza catalogatrice di Calvino, ma anche, in maniera lievissima, alle “costrizioni” cui lo scrittore sottoponeva sia la propria scrittura che l’architettura dei suoi libri), pressoché sempre il personaggio agente è narrato in terza persona (ne manca qualunque descrizione, sia pure minima e manca qualunque riferimento cronologico o geografico), personaggio affine a Palomar, direi, minuziosamente raccontato nelle sue azioni comunissime, del tutto familiari a qualunque lettore – è così che Marco Furia propone un modo di narrare il nostro vivere quotidianissimo, mi vien fatto di scrivere, additando al di là, appunto, dell’ironia e della finezza linguistica un nostro esistere che sembra galleggiare in una successione d’istanti e di atti irrelati, di gesti piccoli e piccolissimi privi di drammaticità o di pathos, magari talvolta anche rassicuranti nella loro ripetitività e ovvietà, ma, pure, orfani di qualunque slancio o eroismo o eccezionalità, come se il vivere entro la realtà contemporanea e informatizzata fosse un esistere d’irrimediabile prosaicità, abitudinarietà e banalità – ma, bisogna dire, nello stesso tempo si può assistere, nel libro, ad atti piccoli ed eleganti (l’accurato ripulire le lenti degli occhiali, per esempio) o rinvenire oggetti altrettanto fini ed eleganti (una scrivania d’epoca, una “girevole poltroncina”, un “policromo tappeto”), particolari tutti che mostrano il Giano bifronte ch’è la realtà nella quale siamo immersi.
E mi spiego, allora, la frequentissima anticipazione dell’aggettivo qualificativo rispetto al sostantivo cui esso si riferisce, il ricorso a perifrasi per indicare gli oggetti, nel senso che il ritmo linguistico che ne deriva, desueto o inconsueto rispetto al linguaggio dell’italiano “standard”, nel suo farsi lievemente ironico in realtà evidenzia proprio la nostra, comune, condizione esistenziale e la misura breve e brevissima di questo catalogo d’episodi vuole essere la forma più coerente e consona per raccontare la storia quotidiana d’ognuno di noi: nulla cambierebbe se un episodio fosse posto altrove nel libro rispetto alla sua collocazione determinata dal mero ordine alfabetico, verrebbe meno soltanto la sequenza catalogatrice, il linguaggio da entomologo dell’esistere rimarrebbe elegante, continuando a nascondere (ma solo a occhi ingenui) l’abisso dentro il quale il mondo e l’esistere umani sono gettati: c’è qualcosa di vagamente kafkiano e walseriano nel libro, ma pure allusivo alle Città invisibili (i molti oggetti e le numerose situazioni rimandano tutti alla medesima, unica realtà esperita con attenzione di agrimensore o di solitario viandante – confermando il fatto che si possono compiere viaggi lunghissimi senza uscire dalla propria stanza).
E allora Tratteggi s’inserisce perfettamente nella riflessione contemporanea intorno alla ricerca del senso e intorno alla natura ambigua del linguaggio il quale, nel mentre sembra riuscire a descrivere minuziosamente un oggetto o una situazione, ne mette in luce, al contrario, gli aspetti sfuggenti, inafferrabili, inconoscibili – lo stesso linguaggio, strumento apparentemente acuminatissimo, per paradosso non riesce a cogliere in toto la natura delle cose e dei fatti, sontuosa tessitura lessicale e sintattica, esso sembra obbedire al principio d’indeterminazione di Heisenberg:

“Accomodatosi attorno ad apparecchiata tavola, venne raggiunto da zelante cameriere che gli consegnò, con cortese gesto, menu e lista dei vini.
Scorsi i due invitanti elenchi, chiamato con un cenno il solerte individuo addetto al servizio, comunicò le proprie scelte.
Nell’attesa, sbocconcellò uno dei pezzetti di focaccia offerti, in un cestello, assieme a fette di pane e a sottilissimi grissini: svoltasi, con positivo esito, la prova d’assaggio dell’alcolica bevanda contenuta in piccola bottiglia, consumò quanto restava dell’unta porzione.
Avrebbe dovuto aspettare ancora molto?
Riempito per metà cilindrico bicchiere, inghiottì un sorso d’acqua” (pag. 12)

“Attenta osservazione di minuscolo acquerello, appeso ad ampia parete di rinomata galleria d’arte, provocò l’emergere di molteplici ricordi, alcuni dei quali, non legati ad altri da nessi immediatamente riconoscibili, parevano essere affiorati senza motivo.
Il successivo dipinto avrebbe provocato analoghi effetti?
Occorreva provare” (pag. 15)

“Consultata l’edizione “minore” (l’unica al momento disponibile) di rinomato dizionario, non avendo rinvenuto un certo termine di non comune uso, condotta a buon fine laboriosa manovra, poté leggere su elettronico schermo la definizione oggetto della sua ricerca.
Ritornato a scrivere, resosi conto del fatto che quel vocabolo non era il più adatto, decise, senza necessità di ulteriori consultazioni, d’impiegarne un altro” (pag. 18)

“Occupato comodo sedile posto di fronte ad ampio specchio e a marmoreo lavabo, rispose, con concisa cortesia, ad altrui solerte richiesta. Le (necessarie) operazioni di taglio e lavaggio della sua folta chioma si sarebbero protratte troppo a lungo?
Avrebbe raggiunto il non attiguo istituto di credito prima della chiusura?
Ritenendo poco opportuno disturbare l’attento lavoro di apprezzato parrucchiere, non manifestò la propria fretta e, chiusi gli occhi, quasi si appisolò” (pag. 25)

“Osservato lo schermo di elettronico termometro, prese atto del basso livello della temperatura esterna: aperto ampio cassetto, non avendo trovato utile accessorio, percorse rettilineo corridoio e raggiunse ligneo armadio.
Condotta a termine parziale rotazione di rettangolare anta, rovistò all’interno di grossa scatola: poiché la ricerca fu infruttuosa, ritornò sui propri passi e indossò pesante giaccone.
Nell’atto di uscire, rinvenne (finalmente!), sul fondo di profonda tasca, morbido paio di guanti: non restava che indossarli” (pag. 27)

“Percorso lastricato vicolo, raggiunta ampia piazza, notò come foschi nembi fossero spinti dal vento verso ripidi rilievi montuosi.
Il ricordo di un antico adagio, imparato a memoria in tenera età, lo indusse ad affrettarsi: forse la proverbiale previsione meteorologica non si sarebbe dimostrata, almeno nell’immediato, attendibile.
Tale speranza, purtroppo, risultò vana” (pag. 29)

Nel libro è presente un solo testo redatto usando la prima persona, significativamente incentrato sul tema dell’informazione richiesta e non compresa, della carta topografica insufficiente, della direzione errata – si noti la parentesi che apre e chiude il testo:

“(Poiché articolata domanda mi venne rivolta in maniera imprecisa, chiesi ulteriori delucidazioni: non avendo ottenuto soddisfacente risposta, fui costretto a ripetermi.
Attempato individuo mostrò, allora, poco dettagliata carta topografica la cui consultazione si rivelò inutile: indirizzai, così, il non più giovane turista all’ufficio informazioni la cui sede era ben evidenziata sulla mappa.
Pronunciate parole di riconoscente ringraziamento, l’anziano viaggiatore scomparve imboccando tortuoso vicolo nella direzione sbagliata: il mio vocale, immediato, richiamo, evidentemente non avvertito, fu privo d’effetto)” (pag. 30)

“Poiché l’articolata sequenza di parole, appena scritta, non gli parve sufficientemente espressiva, dopo essersi servito, per cancellare, di arrotondata gomma, adoperò ancora (non appuntito) lapis: scontento, eliminò anche la nuova frase.
Una terza stesura l’avrebbe soddisfatto?” (pag. 33)

E una sola volta compare una figura femminile, essendo il soggetto agente in tutti gli altri testi maschile – o meglio, bisogna osservare, fatti salvi i testi in cui le forme pronominali sono inequivocabilmente maschili o nei quali sono presenti riferimenti certi a una figura maschile, potrebbe risultare un pregiudizio infondato pensare a un soggetto sempre maschile, ma la tendenza irrazionale della mente è quella di identificare l’autore con il soggetto agente:

“Premendo sagomato tasto, mise in funzione potente asciugacapelli il cui getto d’aria risultò piuttosto freddo.
Poiché non poche gocce d’acqua scivolavano lungo la folta capigliatura, appoggiato spento fon su marmorea mensola, adoperò spugnoso asciugamano per porre fine al fastidioso inconveniente.
Ritornata di fronte ad ampia specchiera, riacceso l’elettrico apparecchio, ottenne, modificando la posizione di dentellata rotella, un flusso più caldo che le consentì di dare inizio, con l’aiuto di alcuni bigodini, alle laboriose operazioni di messa in piega.
Ripetuto trillo proveniente da (non attiguo) telefono venne ignorato” (pag. 35)

“Superata ampia soglia di confortevole appartamento, appeso a ligneo attaccapanni elegante soprabito, estrasse da cartaceo contenitore appena acquistato volume e appoggiò il medesimo, dopo averlo liberato da trasparente pellicola protettiva, sulla bucherellata superficie di antica scrivania.
Un ripetuto trillo, che lo indusse ad aprire cigolante portoncino e a permettere il non gradito ingresso di addetto al controllo dell’impianto elettrico, provocò il rinvio della prevista consultazione d’interessante indice” (pag. 41)

“Versate alcune gocce di liquido detergente su cartaceo fazzoletto, strofinò con delicatezza il lembo imbevuto su ambedue le lenti (subito accuratamente asciugate) d’indispensabile strumento ottico: la pagina scritta, ora, appariva più nitida.
Allampanato individuo (che aveva premuto più volte il pulsante di elettrico campanello) invitato a entrare e a sedersi su comoda poltroncina, fu gentilmente ascoltato: gli occhiali da lettura, al momento inutili, vennero appoggiati sulla vitrea superficie di basso tavolino.
Mentre prestava attenzione alle altrui parole, non poté fare a meno di notare come l’impronta di un polpastrello, impressa sulla lente sinistra, avesse in parte vanificato l’opera di pulitura poco prima portata a termine” (pag. 45)

Proprio la descrizione minuziosa e flemmatica di minime azioni ingenera una sottile inquietudine o la sensazione che tali azioni siano sospese nel vuoto; talvolta sembra che gli apparecchi elettrici o elettronici, le circostanze più usuali, i luoghi più abituali, gli oggetti anche semplici si sottraggano al controllo del soggetto, il quale, puntigliosamente descrivendo (tratteggiando), in apparente suo dominio sulle circostanze e/o sugli oggetti, in verità svela, se non la conflittualità tra mente e realtà a essa esterna, i punti e i momenti di frizione tra una necessità o un desiderio e la messa in opera di quella necessità o desiderio – il libro viene così a essere anche, con tecnica quasi puntillista, un referto del nostro esistere che rende omaggio nei temi e nello stile non solo a Calvino, ma anche a Georges Perec, a Francis Ponge, direi pure ai Mikrogramme di Robert Walser e che mi richiama alla memoria un fotografo come Thomas Ruff la cui immagine nitidissima s’apre a una metafisica dell’oggetto e del luogo (senza sacralità né escatologia di tipo religioso, intendiamoci) o al pittore celebrato da Sebald Jan Peter Tripp. E non si trascuri il fatto che nei nostri anni l’iperrealismo nelle arti figurative vuole indagare l’assurdo e l’inquietante celato nella quotidianità, senza che noi si dimentichi, ripeto, l’umana, cordiale, sottilissima ironia che Marco Furia affida alla sua sorvegliatissima scrittura.

Marco Furia, Tratteggi, Anterem Edizioni / Cierre Grafica, Verona ottobre  2017, collezione Limina.

 

Jan Peter Tripp: Stilleben mit Messer, 1993.

 

 

 

Sebald a Stoccarda, Celan a Brema: una piccola geografia dei sentimenti

A Stefano Gulizia, con affetto

Nel volumetto intitolato Moments musicaux (Adelphi, Milano, 2013, traduzione di Ada Vigliani) si può leggere il denso testo di W. G. Sebald Un tentativo di restituzione (pagg. 31-41), originariamente pubblicato sulla Stuttgarter Zeitung il 18 novembre 2001 e poi raccolto nel libro postumo Campo Santo. Si tratta del discorso che lo scrittore tenne il 17 novembre dello stesso anno allo Haus der Literatur di Stoccarda e nel quale, con il girovagare tra luoghi, fatti e testi più o meno lontani tra di loro che gli è peculiare, Sebald stabilisce connessioni nient’affatto arbitrarie, intessendo con la sua inarrivabile finezza trame insospettate e rivelatrici.

In queste poche pagine egli torna ad affrontare il tema che gli sta particolarmente a cuore del passato nazionalsocialista della Germania e del rapporto dei Tedeschi con tale passato e lo fa come sempre in modo molto franco, diretto, senza esitazioni né reticenze. Attenzione: egli è nato nel 1944 ed appartiene quindi a quella generazione che ha sentito parlare più o meno direttamente del Nazismo, o che ne ha appreso sui libri di storia, una generazione soggetta al fenomeno, vasto, della rimozione collettiva, ma che, comunque, non si è potuta sottrarre al tema bruciante della Schuldfrage (la questione della colpa dei Tedeschi). Sebald, dal 1970 professore universitario in Inghilterra, assume una visione di tali questioni chiara e netta: esistono mentalità, modi d’essere, comportamenti nella società, nella politica e nella cultura della Repubblica Federale che continuano in modo più o meno consapevole quelli del dodicennio hitleriano e che vanno identificati ed eliminati senza indugi.

Auspicando nel suo discorso di Stoccarda successo alla Casa delle Letterature nella capitale del Württemberg, Sebald ripercorre la storia del proprio rapporto personale con la città stessa: pochi giorni prima del Natale del 1949 il futuro scrittore e sua sorella scelgono, dal primo catalogo di vendita per corrispondenza del dopoguerra, un gioco intitolato “Quartetto delle città tedesche”, costituito da carte su cui sono raffigurati, in colore marrone scuro uniforme, luoghi e monumenti delle città tedesche; dice Sebald: In effetti nel Quartetto delle città, come emerge dall’elenco che mi restituisce il ricordo e sul quale io all’epoca non avevo naturalmente riflettuto, la Germania non era ancora divisa, e non solo non era divisa, ma nemmeno distrutta, in quanto le riproduzioni di un marrone scuro uniforme, che destarono presto in me l’idea di una patria tenebrosa, mostravano tutte, senza eccezione alcuna, le città tedesche come erano state prima della guerra.

Stoccarda, per il ragazzo che presto diviene avido lettore ed appassionato di geografia, s’identifica con la stazione centrale (…..) quel bastione in pietra viva, progettato (come avrei appreso più tardi) dall’architetto Paul Bonatz prima della Grande Guerra e concluso poco dopo, un edificio che nel suo brutalismo spigoloso anticipava già qualcosa di quanto sarebbe accaduto negli anni a venire. E Sebald, durante i suoi vagabondaggi per Manchester, trova e compera la cartolina spedita da Stoccarda nell’agosto del ’39 (in quel momento mio padre con la sua colonna di veicoli motorizzati era già in Slovacchia ai confini con la Polonia) da una studentessa inglese che racconta, tra l’altro, di una manifestazione della Gioventù hitleriana cui ha assistito. Eccole le tipiche trame sebaldiane: un particolare apparentemente insignificante, un oggetto o un luogo che abitualmente passerebbero inosservati e che invece vengono caricati di senso dalla riflessione e dalla scrittura.

Stuttgart Hauptbahnhof

La Stazione Bonatz a Stoccarda

È soltanto nel maggio del 1976 che lo scrittore scende alla Stazione Bonatz (i lettori di Sebald ne conoscono e riconoscono la passione contagiosa per le stazioni ferroviarie, luoghi di transito e d’incontro, di memoria e, forse, modernissime tappe di un’eterna Wanderung); è venuto ad incontrare il suo compagno di scuola ed ora pittore Jan Peter Tripp, lo stesso artista cui è dedicato l’indimenticabile saggio conclusivo di Soggiorno in una casa di campagna ed autore dei 33 “ritratti” ad ognuno dei quali Sebald ha apposto pochi, icastici versi nell’opera comune Unerzählt. Quella volta Tripp mi regalò una sua incisione, dove si vede Daniel Paul Schreber, presidente di Corte d’Appello e malato mentale con un ragno sulla scatola cranica – che cosa c’è di più spaventoso dei pensieri che continuano a formicolare nel cervello? -; un’incisione che ha dato il via a molto di quanto avrei scritto in seguito, anche riguardo al mio modo di procedere, al rispetto di un’esatta prospettiva storica, al paziente lavoro di cesello e al collegamento, nello stile della natura morta, di cose in apparenza molto distanti fra loro.

Infatti, osserva Sebald, nella Reinburgstraße (dove abita Tripp) nel marzo del ’46 c’era un campo profughi e la polizia vi compì una violenta perquisizione durante la quale fu ucciso un uomo che aveva da poco ritrovato la sua famiglia e quell’episodio doloroso rimanda a tutti i campi profughi contemporanei.

Ma Stoccarda è la stessa città cantata da Hölderlin, il poeta capace di una parola che voleva annunciare un tempo nuovo, l’irrequieto viandante del quale Sebald ricorda infatti i numerosi viaggi a piedi e, in particolare, il periglioso viaggio invernale verso Bordeaux, quella misteriosa scelta di mettersi in cammino verso Occidente nel cuore dell’inverno, sorvegliato con diffidenza dalla polizia francese. Da parte mia osservo qui che proprio dal breve soggiorno bordolese il poeta trarrà ispirazione per scrivere uno dei suoi poemi più alti ed enigmatici, Andenken (Ricordo), ripreso da Paul Celan in una sua breve lirica omonima che fa riferimento proprio a Hölderlin. E torno a Sebald: À quoi bon la littérature? Forse soltanto per questo, affinché ci ricordiamo e impariamo a capire che esistono strani nessi, insondabili per qualsiasi logica di causa ed effetto, dice lo scrittore dell’Allgäu, affermazione preziosissima e pienamente condivisa da questo spazio di Via Lepsius dove appunto nessi e connessioni, intersezioni, concatenazioni innervano il lavoro di ricerca e di lettura sotteso a quanto qui si va pubblicando.

Sempre Sebald stabilisce il nesso Stoccarda-viaggio di Hölderlin-Tulle: quest’ultima è una cittadina francese attraversata dal poeta nel suo itinerario verso la Garonna e dove il 9 giugno 1944 l’intera popolazione maschile della città fu ammassata nell’area della fabbrica d’armi dalla divisone SS Das Reich, giunta lì per procedere a una rappresaglia. Novantanove uomini, senza distinzione d’età, furono impiccati ai lampioni stradali e alle ringhiere dei balconi nel quartiere di Souilhac durante quella giornata nera, che ancor oggi turba profondamente la coscienza degli abitanti di Tulle. Tutti gli altri abitanti furono deportati e molti trovarono la morte nei campi di lavoro forzato e di sterminio. Siamo giunti così nel cuore di uno dei motivi più profondi della scrittura di Sebald, il quale, essendo d’origine tedesca e scrivendo in tedesco, assume su di sé la responsabilità ed attua l’imperativo etico di fare i conti con il passato nazionalsocialista della sua Patria; la stessa cultura tedesca vive la singolare dicotomia tra una corrente di pensiero luminosa, che si vuole e si concepisce sovranazionale ed universale, antirazzista (Hölderlin ne è uno dei numi tutelari) ed un’altra che ha generato il Nazismo; è contro quest’ultima, rappresentata anche da Heidegger che mai ha preso ufficialmente le distanze dal Nazismo, che affila le sue armi intellettuali Sebald. La critica radicale all’atteggiamento politico di Heidegger accomuna Sebald a Celan, del quale ultimo ricordiamo il tormentato rapporto anche personale col filosofo e uno dei suoi testi più complessi ed interessanti, cioè Todtnauberg. Sulla Dimora del tempo sospeso di Francesco Marotta al link seguente http://rebstein.wordpress.com/category/paul-celan/ si può trovare un esaustivo repertorio di articoli di notevolissimo spessore sull’argomento, mentre irrinunciabile penso rimanga il ricchissimo studio di Camilla Miglio Vita a fronte. Saggio su Paul Celan, Quodlibet, Macerata, 2005.

Torno a Sebald che conclude così il proprio intervento: Lo sguardo sinottico, che in queste righe vaga oltre il confine della morte, è adombrato e tuttavia è nel contempo illuminato dal ricordo di coloro cui toccò l’ingiustizia più grande. Vi sono molte forme di scrittura; ma è solo in quella letteraria che si può procedere, al di là della registrazione dei fatti e al di là della scienza, a un tentativo di restituzione. Una Casa, che si ponga al servizio di tale compito, a Stoccarda non è certo fuori luogo, e io auspico che le arrida un felice destino, così come lo auspico per la città che le dà accoglienza.

Déclaration de guerre, 1988

Jan Peter Tripp, Déclaration de guerre, 1988

E leggendo il discorso di Sebald mi è tornato alla mente un altro discorso, quello che Paul Celan pronuncia il 26 gennaio di molti anni prima, nel 1958, a Brema in occasione dell’assegnazione del Premio di Letteratura alla sua opera; ne ho tradotto una parte – il testo originale integrale è leggibile in Paul Celan, Der Meridian und andere Prosa, Suhrkamp Verlag, (allora con sede centrale ancora a) Frankfurt a. M., 1988 (pagg. 37-39).

Anche in questo caso si fa appello al legame con la città nella quale viene pronunciato il discorso (Brema) ed emergono temi ricorrenti in Celan, a partire da quello della lingua, quella tedesca in particolare, la lingua-madre del poeta, ma anche la lingua dei carnefici che avevano ucciso proprio la madre ed il padre di Paul nel campo di sterminio di Michailovka in Ucraina.

DISCORSO IN OCCASIONE DELL’ASSEGNAZIONE DEL PREMIO DI LETTERATURA DELLA LIBERA CITTÀ ANSEATICA DI BREMA

Pensare (Denken) e ringraziare (Danken) sono nella nostra lingua vocaboli di unica ed eguale origine. Chi volesse seguirne il senso s’incamminerebbe traverso il campo semantico di: commemorare (gedenken), essere memore (eingedenk sein), ricordo (Andenken), raccoglimento, devozione (Andacht). Mi sia permesso un ringraziamento a partire da qui.

La terra dalla quale io – e per quali vie traverse! ma esistono: le vie traverse? -, la terra dalla quale giungo fino a Voi dovrebbe essere alla maggior parte sconosciuta. Si tratta della regione nella quale era ambientato un non trascurabile numero di storie chassidiche che Martin Buber ha riraccontato per tutti noi in tedesco. Era, se mi è concesso riportare ad unità questo schizzo topografico che ora, da molto lontano, mi balza agli occhi, era una regione nella quale convivevano uomini e libri.

La terra cui Celan fa riferimento è la Bucovina (Buchenland in tedesco, alla lettera “terra dei faggi”, là dove in tedesco la parola libro – Buch – deriva proprio dal nome dell’albero, spiegando così il senso delle parole di Celan, mentre anche nelle lingue slave buk significa “faggio”). A questo punto del discorso Celan cita il nome di Rudolf Alexander Schröder (Brema, 1878 – Bad Wiessee, 1962), intellettuale, architetto, poeta, amico di importanti scrittori tedeschi, instancabile animatore culturale e fondatore, tra l’altro, della casa editrice Insel di Brema e della Bremer Presse, dal ’53 al ’58 presidente dello stesso Premio assegnato proprio in quell’anno a Celan. In tempi recenti la figura di Schröder è stata rimessa in discussione per il suo atteggiamento non sempre chiaro nei confronti del Nazismo (egli fu uno di quei tanti scrittori che appartennero alla cosiddetta “emigrazione interna”, in disaccordo sostanziale col Nazismo, ma che non lasciarono la Germania tra il ’33 e il ’45, continuando in vario modo e a vario titolo la propria attività intellettuale), ma Celan esprime grande stima nei confronti dell’intellettuale di Brema e della sua opera sia letteraria che pubblicistica, sottolineando soprattutto il valore ideale che la vivace vita culturale di Brema aveva esercitato sul giovane poeta che viveva in una lontanissima provincia contesa, tra l’altro, da più nazioni.

Tuttavia Brema, fattasi a me vicina grazie ai libri e ai nomi di coloro che scrivevano libri e libri pubblicavano, conservò il suono dell’irraggiungibile.

Il raggiungibile, pur abbastanza lontano, ciò che bisognava raggiungere, aveva il nome di Vienna.

In questo passaggio del suo discorso Celan accenna rapidamente alle molte “perdite” che la storia feroce (il secolo cane-lupo come ben dice Mandel’štam) ha provocato, impostando il proprio pensiero secondo una costante a lui caratteristica: valore, funzione, presenza della lingua (die Sprache).

Raggiungibile, vicina e non perduta (unverloren) rimase nel bel mezzo delle perdite soltanto questo: la lingua.

Essa, la lingua, rimase non perduta, sì, malgrado tutto. Ma essa dovette attraversare la propria stessa incapacità a fornire risposte, attraversare il pauroso ammutolire, attraversare le mille tenebre di un discorso mortale. Essa attraversò e non produsse alcuna parola per quel che accadde; ma attraversò questo accadere. Attraversò e potè di nuovo tornare alla luce, “arricchita” di tutto ciò.

In codesta lingua ho cercato in quegli anni, e negli anni seguenti, di scrivere poesie: per poter parlare, per potermi orientare, per poter indagare dove mi trovavo e dove mi portava il destino, per poter delineare a me stesso una realtà.

Si trattava, lo capite bene, di accadimento, movimento, essere in cammino, era il tentativo di conquistare una direzione. E se m’interrogo circa il suo senso, allora penso di dovermi dire che dentro questa domanda risuona anche l’interrogativo circa il senso della direzione del tempo.

Dal momento che il testo poetico non è deprivato del tempo. Certo, esso ha una pretesa d’infinito, cerca di passare attraverso il tempo – attraverso di esso, non oltre di esso.

Il testo poetico, essendo una forma fenomenica della lingua e quindi, in base alla sua natura, dialogica, può essere un messaggio in bottiglia affidato alla fiducia – certo non sempre colma di speranza – di approdare in un qualche luogo e in un qualche tempo alla terraferma, alla terra del cuore, forse. I testi poetici sono anche in questo senso in cammino: mirano a qualcosa.

A che cosa? A qualcosa di aperto, abitabile, forse ad un tu cui si può parlare, ad una realtà cui ci si può indirizzare.

Il testo poetico, io penso, si pone in relazione con tali realtà. (………)

Sono gli sforzi di chi, sorvolato dalle stelle che sono opera dell’uomo, all’addiaccio anche in un senso finora non sospettato e ritrovandosi nel modo più tremendo allo scoperto, va incontro alla lingua con il proprio esserci, ferito dalla realtà e cercando la realtà.

“Sorvolato dalle stelle” (Sternüberflogen) è espressione che Celan impiega in Argumentum e silentio, uno dei suoi testi più conosciuti, dedicato a René Char e iniziato nel 1954, pubblicato poi nel ’55 all’interno della raccolta Von Schwelle zu Schwelle (Di soglia in soglia) che contiene anche Andenken, la poesia cui ho già fatto riferimento ed ispirata a Friedrich Hölderlin, il cui poema dal medesimo titolo canta anche un viaggio che è cercare la direzione, dormire in coperta ai piedi dell’albero maestro della nave. Nessi, diceva Sebald: Hölderlin, lo sterminio, la lingua tedesca, ma anche Char, se si pensa che proprio il poeta francese organizzerà, sul finire degli anni Sessanta, i “seminari del Thor” con Heidegger ospite negli stessi luoghi che avevano visto Char-Capitaine Alexandre combattere contro gli invasori nazisti. Si tratta evidentemente di un altro modo di fare i conti con il passato, quasi un voler intraprendere un dialogo tra chi, nella famosa Hütte nella Foresta Nera tenne lezioni di filosofia per i gerarchi nazisti facendo riferimento proprio a Hölderlin e ad Andenken in particolare e chi combatté sul fronte opposto nel maquis. Rivelatore risulta infatti sia l’interesse di Heidegger per il poeta di Nürtingen che quello di Char, che pone il poeta tedesco tra i suoi alliés substantiels e lo cita in più di un luogo della sua opera.

Anselm Kiefer, Sulamith, 1983

Anselm Kiefer, Sulamith, 1983

Michele Ranchetti nella sua breve, ma intensa introduzione alla scelta di poesie celaniane dal lascito inedito del poeta ed intitolata Conseguito silenzio (Einaudi, Torino, 1998) scrive in conclusione che in alcune di queste poesie è avvertibile “una straordinaria compresenza di libertà, lingua e natura, parole singole e composte, di amore e ricordo, gesto e speranza”: esattamente quello che emerge dal discorso di Brema, da quel concetto totalmente contemporaneo della lingua in cammino ed in cerca di una direzione. È questo il modo che ha Celan di non estetizzare la Shoah; egli prende tra le sue mani una lingua ferita a morte, incapace di dire lo sterminio, ma che può attraversare il tempo di dopo la Shoah proprio perché non dimentica quello sterminio, perché è entrata in contatto diretto con l’obbrobrio; molto appropriatamente Anselm Kiefer dedica all’opera celaniana opere in cui si vedono corpi che giacciono sotto la vastità di un cielo segnato da innumerevoli solchi o ferite e su di una terra come bombardata, lacerata da quelli che sembrano colpi di coltello o di vanga: giacere sotto le stelle che sono creazione dell’uomo (quanto significativa una tale affermazione!), senza un tetto sulla testa è la condizione dell’uomo sopravvissuto allo sterminio, il quale è di nuovo in cammino, ferito dalla realtà ed in cerca della realtà (anche Hölderlin si pone in cammino ferito e dolorante, anche lui è un viandante in cerca di una direzione, anche lui, la Germania invasa dalle truppe francesi, il suo amore per Susette Gontard irrealizzabile, ha soltanto la parola poetica quale compagna e forse speranza).

Stoccarda e Brema sono dunque due città, già per così dire contaminate dal Nazismo, che nelle parole e nell’affetto di due autori di lingua tedesca trovano un riscatto ed una nuova identità, in un tentativo di restituzione, appunto, in un impietoso riflettere su nomi e circostanze, all’interno di una geografia dello spirito e della scrittura.