Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Tag: Johann Sebastian Bach

Via Lepsius: organista

 

 

C’è una minuscola porta in legno di castagno che immette al balcone dell’organo della Thomaskirche.
L’organista la apre ed è costretto impercettibilmente a chinarsi prima di entrare e sedersi alle tastiere.
Delicato atto d’umiltà: artis initium.

 

 

 

Una tazza di caFFè che ne significa due

 

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Fotografia scattata da Yves Bergeret a Parigi il 17 dicembre 2016.

 

 

Il poeta, che attribuisce a sé stesso con convinzione e orgoglio tale parola, esplora, a passi lenti e lentissimi, la banlieue cercandone l’umanità e imbastendo lunghissimi dialoghi con gli esseri umani che la abitano.

Il poeta si porta in tasca un libro di René Char e, seduto al tavolino di un caFFè, osserva le persone, ne ascolta le voci, annota in un carnet la vita che, inarrestata, fluisce per quelle stanze vetrate, su quei marciapiedi ben visibili dal tavolino dove una tazza di caFFè dice la sosta e la meditazione del corpomente.

Il poeta mi parla di un tavolo di legno tra due finestre che dànno sulla vertigine dell’Oceano e di una bimba che gioca, felice, con la luce e con il salino; il poeta mi racconta d’arrampicate vertiginose dentro il corpo vivente della falesia e d’un altro amico e poeta, dalla monacale concentrazione.

Il poeta si porta nel corpo il dolore e nella mente intraprende un viaggio di traversata e slancio (non sempre risponde il corpo alle sollecitazioni, ma la mente è impaziente, tiranna talvolta, perché ha fame): la mente ha un’inestinguibile fame.

Il poeta ama poesie che nascano a quattro mani (quattro mani significano due menti che s’incontrano, due storie che si mescolano, due visioni che s’accostano, due andanze che si congiungono, due che s’intessono, s’incrociano, s’attraversano, si toccano, se desarrollan in fuga bachiana).

Il poeta canticchia Bach tra sé e sé, toccandosi la caviglia dolorante si ricorda di portare nei tendini e nei muscoli, nella pelle e nelle ossa la stessa mineralità della montagna del Vercors, la stessa polvere vegliata dagli animali sacri e dagli spiriti della falesia dei Toro nomu – come un taglio violento di coltello gli attraversa la mente la nostalgia e la voglia d’aria aperta, sconfinata, à la belle étoile

Il poeta vive nella poesia ogni istante della propria esistenza: qualche volta la sua giornatapoesia diventa scrittura, più spesso è essa andare, guardare, conversare: è cercare esseri umani, parlare con loro, ascoltarne la poesia del tono di voce e della loro vita mentre si racconta, quand’è raccontata.

Il poeta non si vergogna d’essere poeta (e perché dovrebbe? solo perché lo dicono i soloni dell’aridità, dell’avarizia e del coitus interruptus?) – egli legge lo spazio e, come i suoi amici Toro nomu, posa segni nella mente di chi gli parla, intanto che si disseta alle parole delle persone, ai loro gesti, ai segni che ogni persona ha sulla pelle, nei vestiti, nell’intonazione della propria parlata.

Il poeta, che guardando l’Europa ne vede l’inveterato razzismo, la vanesia superbia, l’esausto strascinarsi a esistere senza più slancio, l’inane crogiolarsi dentro smorfiosi intellettualismi, il poeta corrisponde, febbrile, con poeti che hanno mani sporche (meravigliosamente sporche) di quotidianità: ed è, per esempio, l’amico che sale sulla montagna a osservare, solitario e per giorni, il planare e l’involarsi d’uccelli d’alta quota e ne racconta, tornato a valle, con commozione immutata, con immutata convinzione.

Il poeta non sa che in questo momento, mentre pensandolo scrivo di lui, ascolto la voce di Mercedes Sosa e poi di Maria Farantouri e mi commuovo fino alle lacrime perché considero e riconsidero il loro coraggio e la loro determinazione, perché l’emigrazione ne ha marchiato a fuoco le menti e il giovanissimo poeta migrante approdato in Sicilia ha tra le mani una poesia a forma di carena che fende la notte e sfida l’odio ed egli, venuto dall’Africa, ha incontrato il poeta più anziano figlio d’Europa e insieme hanno parlato, scritto, dipinto. E la Sicilia, bellissima e stratificata, rimane immobile, incatenata a un suo medioevo senza futuro.

Il poeta, che conosce Praga e Lisbona, la Martinica e Cipro, che abita dentro stanze nobilissime escavate nella pietra millenaria delle mura romane e, contemporaneamente, due spazi minuscoli nel corpo secolare di Parigi, il poeta apre un libro di Elytis per raccogliere nel proprio sguardo l’andare incessante della poesia, l’orizzonte vastissimo del canto.

Il poeta invita volentieri a sedersi con lui chi, passando di lì, ha i denti cariati dalla bellezza della vita (e dalla sua agrezza). Miserabili i molti pallidi poetini che leggono solo sé stessi. Un’amica che racconti con lucidità ed entusiasmo di quando combatteva nel maquis, un’altra ancora, figlia di Russia, che offra nel suo caFFè buonissima birra gelata color d’ambra e scaffali ricolmi di libri, una tazza di caFFè che abbia sapore di Francia o di Turchia o di Grecia e che specchi in ogni sorso una nota di Bach, un verso di Frénaud, un segno che significa “montagnavivente”, un suono creolo antillano, tutto questo è atto di ringraziamento per ciò che esiste.

 

 

Il pianto dei coniugi Bach

 

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Fausto Melotti, Scultura n. 11, 1934.

 

In un suo diario la seconda moglie di Bach racconta d’un pomeriggio domenicale. La casa è vuota dei tanti figli e sembra ancora più vuota e grande. Bach è rimasto in casa, sta componendo le ultime pagine della Passione secondo San Matteo. Lei gira per la casa, in faccende.
Non sentendo ormai da troppo tempo il suono del clavicembalo, istintivamente socchiude piano la porta della camera nella quale Bach sta lavorando. È arrivato al punto in cui Gesù muore sulla croce e lo vede, il capo chino sul clavicembalo, che piange. Allora si lascia andare sulla soglia e, in silenzio, anche lei piange. FAUSTO MELOTTI, Linee, Milano, Adelphi, 1981, pagg. 26 e 27.

 

“Sto sulla soglia del vostro pianto.
Mescolo il respiro (il mio, il vostro)
col silenzio –
che il mio fiato non lo violi.

S’è dilatata la casa
senza i bimbi passerotti fuori
nel meriggio domenicale
e sto qui
venuta a cercarvi sulla soglia
del vostro tacere.
Oh, posarvi una mano sulla spalla…
ma non lo farò
e piango come vegliando il vostro pianto.

La musica si sprofonda nell’umano
la musica schiude il dolore
la musica si sprofonda nel silenzio”.

Il pianto dei coniugi Bach,
privatissima sprezzatura della mente
quando si congiunge alla pietà.

 

Sprezzatura è un ritmo morale, è la musica di una grazia interiore; è il tempo, vorrei dire, nel quale si manifesta la compiuta libertà di un destino, inflessibilmente misurata, tuttavia, su un’ascesi coperta. CRISTINA CAMPO, Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 1987, pag. 100.

 

 

L’umiltà di Bach. Lipsia

 

Thomaskirche_Leipzig_(1749)
 

“e risuona / il concetto più puro // per similitudine oppure // per alto distacco”.
FIAMMETTA GIUGNI, Carmina Flammulae  (Piateda, Edizioni CFR, 2012, pag. 84).

 

1.

(Lipsia)

Chiese di Germania, quelle del Settentrione, spazi di meditazione.
Umiltà di Bach sottomettere l’arte sua a maggior gloria del creato
che vibra in musica e dalla corteccia dei tigli.

Nei pomeriggi di neve si spalancano nei libri le costellazioni –
nella cappella laterale accordano l’organo positivo.

La vita s’eleva se coltiva foreste di matematici accordi –
il servizio divino nelle chiese di Germania riafferma
la serietà dell’esistere, l’irrinunciabile dignità
e venendosene sul margine innevato della mente musicale
la bellezza commuove, convince, avvince.

Tetti e guglie di Lipsia, appigli a
trattenere le stagioni del venire-alla-musica:
un inverno di neve che protegge, che prepara,
il convergere di tre fiumi
un’onda ripetuta di voci, acqua a levigare sassi, bruire di salici
incontro allo scorrere, al fluire, all’andare del canto.

 

2.

(Bach si accinge a comporre)

Guardo la pagina-spartito sacra del suo vuoto.
La mano che solleva la penna per
tracciarvi la chiave e il primo accordo
è prossima al profanare:

sgomenta si ritrae.

Ho guardato l’acqua (limpidissima)
nel bicchiere qui accanto. La bocca
(che la beve) non la profana.

Ah, fare sapessi della pagina-spartito
l’acqua improfanabile che si beve:
acqua dei tre fiumi di Lipsia
musica di luce per le branchie dei pesci…

 

 

Bomarzo

 

bomarzo

 

“(…)
Resterò in compagnia di Baruch Spinoza, lenzenslijper a Rijnsburg Voorburg Den Haag, di Jakob Böhme, calzolaio a Görlitz, di Nisargadatta Mahārāj, tabaccaio a Khetwadi. Continuerò a distinguere i filosofi dai professori”.

Nanni Cagnone, Discorde (La Finestra Editrice, Lavis, MMXV), pag. 198.

1.

L’amichevole eco dell’abbaiare
di cascinale in cascinale
solleva la mente la
conduce
sopra le chiome degli olivi
e sopra i coppi terminali dei comignoli
mentre l’Orsa si sposta perfetta
viandante dai passi di scolta nel giro
delle mura.
Quante lune essa vede
nel ruotare della notte
nelle ellissi aranciate dell’insonnia
distantissime eppur vicinissime
ai filari delle viti viterbesi.
Sguardo
sobrio eppur ebbro di bellezza
(è bello il moto matematico
delle lune sì come del dire).

2.

Dal borgo di tufo sospeso nella luce
e nella necessità dell’eremo
nel suono della mattinata di mani delicate
per i semplici dell’horto
e nel raccoglimento
finestre e millenario sguardo
finestre di vetri sottili in faccia alla valle.

Così vertiginosa e sola
negli scoscendimenti della roccia
e nello spacco in giù
in giù nel tempo
nel suono del sole-falco
e nei cerchi concentrici del mattino: la profondità e l’altezza
così vertiginosa e sola.

3.

Un giro armonico del pensiero
un sussulto della luce
un contrappunto di nubi e di respiro.

Intessere meriggio
entro severi margini di bellezza
non facili ascese dello sguardo
interroganti scoscendimenti del silenzio.

Necessità traversare l’antica giovinezza
dei refettori della biblioteca e dello spedale.
L’intonaco fin quassù disteso con spatole
di pazienza, pastosità di panificatore.

4.

Il tabaccaio sapiente, il cantore degli Atridi,
il mastro concertatore di Lipsia,
il tornitore di lenti,
quell’Inglese spasmodico di naufragi,
l’incedere di Thelonius,
l’architettore fantasticatore di monstra e mirabilia, il calzolaio
di Görlitz.

Mossa pietra concertare
dal meditante biancore di stanze assuefatte
al gregoriano
e ancora l’ospitalità severa dei refettori
la cena che s’apparecchia
tra pareti d’etrusca sapienza (lapis peperinus).

Come un esercizio (esercizio? meditante
accordo, invece, saggi
di geologica vertigine)
il Clavicembalo ben temperato
Sweet Georgia Bright
e più in là un drago, un’echidna, un elefante turrito…

Così vertiginosa e sola la mente.