Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Tag: Josef Sudek

Breve saggio sugli oggetti inapparenti

 

 

È colma la nostra giornata d’oggetti e, alla lettera, non vediamo molti di essi, anche mentre li stiamo usando. Li usiamo, appunto, senza prestare loro attenzione, se non nel caso si rompano o manchino.
La bottiglia di vetro: al di là dell’enorme produzione industriale di questo contenitore, si dovrebbe talvolta riflettere sulla sua umile bellezza che, oltre a contenere l’acqua o il vino (o altra bevanda) si mostra, modesta e fedele, spesso sotto slanciata forma e capace di rifrangere la luce secondo gamme variabili, per cui sono la bottiglia e il bicchiere a convogliare la luce (elettrica o naturale) dell’ambiente, stabilendo strette relazioni tra vetro, liquido contenuto, luminosità circostante.
In verità non so se la chiave sia altrettanto inapparente, visto ch’essa serve per aprire o chiudere una porta o un cassetto costringendo il suo possessore ad accertarsi di averla con sé; essa è immagine privilegiata dell’aprire per accedere o del chiudere dopo essere usciti – in questo breve saggio desidero scrivere di oggetti che, proprio nell’atto di scriverne, sottraggo al loro status di cose fabbricate per un fine pratico, enfatizzandone la valenza simbolica e intellettuale: e allora associo qui la chiave alla soglia, ché solo quella chiave dà accesso oltre quella soglia se la porta è chiusa – come la scrittura che, in avvio, deve trovare la modulazione giusta per entrare nella pagina e attraversarla.
L’interruttore elettrico: in molte case ha funzione anche ornamentale, è stato scelto con cura quale parte dell’arredamento, spesso lo si pigia senza prestargli particolare attenzione – eppure partecipa anch’esso della funzione della chiave, permette l’entrata in una stanza ch’era buia o sancisce l’uscita da quella medesima stanza facendo appello proprio al buio. Spesso anonimi, addirittura brutti gl’interruttori nei luoghi pubblici, più attenti all’aspetto formale quelli delle abitazioni private, molto meno notati rispetto ad altri complementi delle pareti (quadri, poster, bacheche, eccetera), essi rimandano tuttavia la mia memoria agli interruttori della casa dei nonni: non riesco a non pensare con tenerezza e nostalgia al filo elettrico piatto e bianco ben visibile lungo la parete e il soffitto o a quegli interuttori con la placchetta di ceramica o di plastica fissati con quattro viti accanto alla porta, oppure a quegli altri dalla forma di piccole scatole ben in rilievo sul muro, spesso bianchi e umili; o, ancora, ripenso agl’interruttori di forma cilindrica per accendere e spegnere le lampade sul tavolino da notte: tutto questo rivelava, nell’antica casa, l’aggiungersi dell’impianto elettrico là dove l’illuminazione per decenni e per secoli era stata affidata a lampade a combustibile.
E le lampadine a incandescenza avvitate al portalampade in forma di cilindro bianco, in ceramica, spesso nudo nella bottega del falegname o del calzolaio, oppure schermato da un disco smaltato o da stoffa ricamata.
Il regno degli oggetti inapparenti richiede attenzione, giustamente pretende che la sfera intellettuale di ognuno abbandoni la superficiale attrazione per il vistoso e il macroscopico o la propria, cronica disattenzione: questo breve saggio sugli oggetti inapparenti vuol essere, a sua volta, uno spazio di silenzio e di riflessione, un atto di cura per quello che, pur inapparente, costruisce la quotidianità individuale e collettiva.
E che la torre di Montaigne sia riferimento costante: luogo di silenzio e di concentrazione, essa non ha significato affatto clausura e separazione dal mondo, bensì dialogo ininterrotto, traverso il pensiero, con il mondo: essayer, saggiare e tentare, esplorare, prestare cura e attenzione (ad-tendere).
Le fotografie di Wols: posate, bottiglie, pasti consumati a metà, l’inapparenza che viene a stagliarsi nell’epos d’oggetti chiari e distinti davanti allo sguardo della mente.
Le fotografie di Josef Sudek: interni dove la vita privata, normalmente celata agli occhi altrui, splende, invece, proprio nell’uso e, anche, nella contemplazione degli oggetti inapparenti – è l’accorgersi di essi e il soffermarsi a guardarli che li sottrae al loro banale, prosaico ruolo d’oggetti d’uso.

 

 

 

La passeggiata di Kafka

 

 

Questo poemetto è dedicato al carissimo Yves Bergeret in partenza per Praga.

 

L’orologiaio di Staré Město ha
un occhio di vetro e una bottega dove,
nell’attesa di clienti, costruisce
automi meccanici. E pensa che
la vista molto più acuta gli s’inabissi
traverso l’occhio mancante
fino a raggiungere i sotterranei
immaginari di Praga.

Il suo amico più caro, compagno
di banco fin dalle elementari,
disegna a inchiostro di china le centinaia
di sequenze per i cartoni animati della tivù di Stato:
passa a trovarlo ogni pomeriggio
scendendo dal tram che gli apparecchia
il dopolavoro.

“Credo non sia rimasto a Praga
nessun Kafka dopo la deportazione
e la fine della guerra” dice
l’orologiaio al Poeta che gliel’ha chiesto
e getta un’occhiata all’amico –
giocavano con una Kafka nel cortile
della scuola, ma nessuno dei due
lo dice: forse
certi ricordi vanno protetti col pudore
del silenzio, con l’apparente dimenticanza
della ferita ancora aperta, che sanguina.

Ma non si è mai stranieri a Praga
se l’occhio della mente cerca, cerca
ed è capace di vedere:

l’orologiaio e il disegnatore decidono che
l’ospite merita una risposta:

l’amico dei disegni animati
attraversa rapido la propria mente
si ricorda del fotografo senza un braccio.

L’orologiaio vede l’amico estrarre
matite e fogli dalla borsa di cuoio,
gli sgombera il bancone, accende
la lampada a incandescenza:

“Anni fa incominciai a disegnare
un cartone per mio diletto: ecco,
così, in bianch’e nero: Mála Strana,
il Týn, il Castello, ecco il luna park
in periferia, il tram, i bimbi nel
cortile
della scuola –
vede, sfondi per le passeggiate di un
fotografo che ha un solo braccio,
perché il disegno animato racconta delle sue
giornate a fotografare Praga”.

Ha una manica penzoloni
infilata nella tasca dell’impermeabile,
il treppiede porta in cima una camera
Kodak, enorme. L’ometto
dalla barba trascurata si muove
veloce e l’ospite segue
i movimenti rapidi della mano che
disegna, ridendo dice “conosco
quest’uomo, lei disegna una storia
vera” –

vero è, a Praga, l’arrivo dell’
agrimensore che chiede accesso al Castello,

vero è un bambino anziano che
disegna film animati per la tivù di Stato,

vero è un poeta che abita il mondo
segregato sull’isola di Kampa,

vere le ombre nascoste nei muri
a carpire conversazioni e spiare sguardi,

vero il sottotetto della Sinagoga Vecchionuova
dove Rabbi Löw nascose i Golem:

e l’orologiaio costruisce congegni
perfetti per i suoi automi
e l’amico disegna omini
geniali per strisce animate dove il mondo
ha alberi pensanti e pietre volanti

Wunderkammer da percorrere
in lungo e in largo è Praga:
città labirintica di scantinati
e gallerie

androni scale
sottotetti

dal basso verso l’alto
dall’alto verso il basso

la notte nel giorno.

“Lei ha capito, signore” dice
l’uomo bambino dei disegni animati:
“sapesse quanta realtà entra
nel mondo fantastico
dei disegni animati…”

ed ecco il geniale fotografo monco
diventare un ometto in soprabito
e bombetta scuri, disegno dopo
disegno, strada dopo
strada, Praga dopo
Praga.

“Perché, gentile signore” dice
l’orologiaio “corridoi lunghi secoli
conducono da una Praga
all’altra”

: prende dal retrobottega
un automa, lo siede sull’alto sgabello,
gli accosta al foglio bianco la mano
che regge la penna,
gli gira la chiave dietro la schiena
e la statua mobile comincia a disegnare:

è Kafka lo scrittore in groppa
all’enorme insetto Gregor,
le volte vertiginose della Cattedrale di san Vito,
le stelle buie nella camera della scrittura:

accensioni delle emulsioni al platino
sulle pellicole nella camera oscura:

guardare Praga dall’alto, lo scrittore insonne
in groppa all’insetto dalle ali di parole,
la rapida sosta e le zampe avvinghiate
a una delle torri della Signora del Týn,
lo slancio per ripartire, la vertigine nel
guardare la Vltava e poi il Braccio del Diavolo:

ora anche il Poeta ha preso dalla sua borsa
pennelli e tubetti di colore, scrive
e dipinge
e l’orologiaio e il disegnatore, ammirati,
guardano:

est-ce que vous me permettez de vous suivre,
monsieur Kafka?

Un cenno d’assenso e Kafkagregor
attraversa il Ponte di Carlo, sale verso
il Castello

il Poeta (ha una gamba che zoppica,
ma rapido e vivace è il pensiero,,
possiede forza creatrice capace di comprimere
il tempo – spalancare poemi)
scrive le parole dell’andare, quelle
del creare:

guardare Praga magica, viscere d’Europa,
è indicare le tappe dell’andare:

questa fu la casa di Holan, quest’altra
quella di Hrabal, questo è il caffè Viola,

(ancora il notturno Amleto ha figura e voce di Radovan Lukavský)

qui arsero sul rogo Jan Hus
e qui rastrellarono gli Ebrei per i campi
di sterminio:

ricordi Jan Palach e una primavera
che non fiorì mai più?

Oggi m’invitano un orologiaio vecchissimo
e il suo amico che disegna film d’animazione
per la tivù di Stato
a traversare il tempo
e il Poeta mio amico è con loro
mentre i turisti brucano il Ponte di Carlo
e la Viuzza d’Oro.

Ma giocavano con una Kafka nel cortile
della scuola,
l’orologiaio aprì bottega nella Città Vecchia
e pianse singhiozzando quando Hitler sfilò
nelle strade luttuose di Praga –
soffocata la città sopravvisse,
coraggiosa e vitale, fino al ’68 e oltre,
fino ai carriarmati e oltre.

“Ho visto Kafka prendere il tram notturno
ed entrare in un film a disegni animati”
dice l’anzianissimo bambino disegnatore
mentre l’orologiaio apre lo sportellino
nella schiena dell’automa e sostituisce
un disco di metallo: ecco, ora
la statua semovente disegna
Kafka che disegna sottili omini
d’inchiostro.

I tram di Kafka percorrono
in lungo e in largo
le esaltazioni desertificanti dell’ultraliberalismo
i neri tunnel del fascismo
l’orbita cieca dello stalinismo

(Propast stále padá dolů jícnem vzhůru
L’abisso non smette di precipitare mentre il fondo sale)

la storia è una colonia penale senza uscita,
sembra, mais nous ne nous laissons pas faire, mi
ripete spesso il Poeta
geniale camminatore e scalatore –

si cammina dentro la scrittura, sempre,
e nella scrittura l’orologiaio gentile offre
una tazza di caffè,
le matite del disegnatore rientrano nella borsa
di cuoio:

giocavano con una Kafka nel cortile
della scuola, le statue
di Karlův Most ticchettavano
il tempo,
il Poeta viaggiatore saliva su di un tram
da dove Praga è una sequenza mozartiana
di binari che, innestandosi l’uno all’altro,
diventano Dresda, diventano Vienna,
fino alla foce dell’Elba, fino alla foce
del Danubio.

 

NOTA: l’orologiaio e il disegnatore sono figure inventate; il verso in ceco è tratto da Mozartiana di V. Holan, la traduzione in italiano è di Sergio Corduas; le definizioni “Praga magica” e “viscere d’Europa” sono, naturalmente, di A. M. Ripellino; le foto in bianco e nero sono di Josef Sudek, “il fotografo monco” del testo; la foto a colori è un fermo immagine dal film “Hugo Cabret” di Martin Scorsese.

 

 

10 testi: 2

 

Josef Sudek: Cattedrale di San Vito a Praga (1926-1927).

 

 

Un soprabito non solo per i giorni di neve
non solo per i giorni di pioggia.
La posta raccolta nella borsa di cuoio
del portalettere lascia intravedere francobolli
da altri pianeti: scriverà parole invisibili
su lenzuola d’aria, le piegherà per imbustarle
e l’indirizzo sarà perduto da qualche parte nel futuro
(si scrive sempre per il futuro)
(un soprabito, un ombrello, un orologio da taschino
fermo sulla mezzanotte di domani)
(una cappella laterale dentro San Vito)
(una nave dallo scafo amaranto ormeggiata
nel porto di Valparaíso e nel sogno d’uno psichiatra).
Ahimè, quanta ressa di tipi bislacchi nella clinica di questa pagina!

 

 

10 testi: 1

 

Josef Sudek: natura morta.

 

 

Tacere dentro duro, necessario silenzio:
saccheggiare tutti i bicchieri dell’assenza
tutti i colori della neve
tutto l’alcool della solitudine:
l’enigma, irrisolto, illumina
e pulsa cuore del pensare –
tersissimo il cielo.
Perché tutta questa gente aspira al titolo di “poeta”?
E i mercatanti che sbeffeggiano gli apprendisti stregoni dell’arte.
E i banchieri che decidono le sorti del mondo.
Colta raffinatezza degli onanisti
della letteratura mentre nottetempo
inchiodano la carcassa della volpe
alla porta del paese.

 

 

Au Café Andarta

 

 

Al Caffè ANDARTA si va per una birra ambrata
e parole d’amicizia

al Caffè ANDARTA le pietre antiche dei muri
e i legni viventi dei tavoli, dei pavimenti
hanno mari che generano montagne
e montagne spalancate di scrittura

e libri alle pareti che sussurrano parole
mentre il poeta ritaglia e incolla e scrive
scrive dipinge ritaglia e incolla

al Caffè ANDARTA viene a sedersi Bulgakov
e Margherita è con lui

su di un tovagliolo di carta
scrive con la stilografica quella lettera bellissima che
sembra una farfalla – Ж

e il tovagliolo si libra in volo sul
pianoforte del Caffè ANDARTA
dove Elitis suona Bach a memoria (par cœur)

poi il tovagliolofarfalla diventa
una carta stradale della Francia,
i sentieri della Drôme e del maquis,
un libro donato, un manoscritto di Char,
un colpo di pollice nella creta fresca,
la lampada sospesa sul tavolo al Caffè ANDARTA,
la macchina fotografica di Josef Sudek
e il suo braccio mancante-atto di poesia,
gli occhiali da sole di Pasolini,
una moschea di sabbia del Mali,
una copia di Lémistè

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(для Валентины и Yves)