Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

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I mari della luna

 

 

1. MARE IMBRIUM

Si declina così la nostalgia in una specchiera
dalla cornice a volute
e la portafinestra spalancata
sulla via che
preme per entrare
la Luna è una città il cui nome comincia
esso pure per “L”
la biografia avvio di scrittura
e tra le specchiere e il balcone c’è
il ballo di metà giugno
la scuola appena finita
l’Estate tutta davanti
e questa matita con cui scrivo è
orologio da tasca
che fa viaggiare indietro il tempo
ippogrifo per stordenti altezze
un melquíades che mi vende lanterne magiche
da accendere sotto tendoni di circo
mentre la pioggia è desiderio
negli oliveti che stringono col buio
la Cittàluna.

 

2. MARE SAUDADE

Eppure sei mia, più mia che se ti abitassi:
alla stazione Sehnsucht scendo ogni volta
che ti penso, ma abito il tuo dialetto
e me lo porto nella mente
tuttu e scusu e rùsciu te lu disìu
perché, Città-tutta-di-tufo, lo sai che
è struggersi di lontananza
nostra cifra e chiave e orgoglio
e le città dell’andanza vaticinano splendori
per la mente viaggiante
polarizzano lo zenit della danza
sono stelle cui si ancorano le navi del secolo
nel loro centro l’onda del tamburo
proviene
da ere sprofondate nel Noi
e questa matita con cui scrivo è
vicoli vertiginosi come gru di ceramica in manovra
gradini stretti avvitàti a chiocciola verso
terrazze più leggiadre degli aquiloni
una maria helena vieira da silva che mi ripete
esquecer é lembrar oublier c’est bien se souvenir
mentre risale al palato l’enigma del vento atlantico e
di un caffé bevuto sotto le volte del Rossio (o

 

3. MARE НОСТАЛЬГИЯ

era sotto lo specchiante salire delle notti
bianche in mai vissute estati della Città di Pietro?
Si può sentire nostalgia anche per quello che
non abbiamo mai vissuto, si sa e
una bicicletta appoggiata al parapetto sulla Nevà
ci attende lì da sempre
ностальгия e Fernweh
ci porterà a un ballo di fine anno scolastico
in un salone tra specchiere baltiche
e lampadari di Murano
dove
se una ragazza ti sceglie smetti
d’essere repellente citrullo e raccogli
tra le mani tutto il Regno della Luna
ma questa matita con cui scrivo è
il muro salato della mente
e un charles lloyd mentre modula Rabo de nube).

 

4. MARE PROCELLARUM

Costringimi alla scrittura, o scrittura, costringimi
a questo voler capire, cioè capĕre, prendere e accogliere,
sei capientissima
e in questo breve passaggio del mio esistere
ossessionami.
Costringimi a questa libertà, o scrittura, costringimi
alla felicità dell’abitare
la lingua
il desiderio
il ricordo
la lontananza
costringimi alla felice disperazione di non saper dire
ma di voler dire.
Riportami nella Cittàluna, o scrittura, riportami
a Sud dei libri e della radio e della psicoanalisi
lasciami oziare tra Porta Rudiae e l’Arco di Prato
estenuàti dal sole i Santi di tufo ritti sulle facciate
captino la cantilena del ritorno captino
come antenne che tra Via Palmieri
e Porta Napoli oscillano lievi specchiere.

 

 

Forzatamente emigrare (per il mio Sud, per l’Italia)

 

Mimmo Jodice: Lecce, 1986

 

 

Se donne e uomini di pensiero
abbandonano una terra
quella terra ne è immiserita
e il nodo di cocciuta superstizione
e feudale sottomissone
si stringe inesorabile, uccide per asfissia.

Se donne e uomini di pensiero
devono emigrare a cercarsi altrove
il necessario pane
sono segnate le sorti di quella terra
che li perde e che non sa neanche
rimpiangerli.

 

 

I calanchi della mente

 

Marcello Moscara, dalla serie fotografica “Lemme lemme”.

 

LECCE

Suscitavano gelosie le finestre
spalancate sui calanchi della mente
come fossero soli affacciati
sui tagli della terra.
Eppure queste contrade furono
coloniali, un cavo teso di palo
in palo vi portava l’elettricità
e l’acqua vi giungeva a singhiozzi.
L’ultima contadina, sopravvissuta
alla morte della luna,
sentii parlava ancora greco antico
quando vi tornai per recuperare
i quaderni d’un’altra infanzia (la mia, forse)
e gli occhi dei geranei, finestre sporte
dai vasi di coccio, stelle
disseminate sui calanchi dell’Odissea,
contrastavano coi muri mielati
della città borbonica: non
sarebbero potuti nascere qui
né i Lumière né i Montgolfier,
troppo intesi a collegare secondo
nordeuropea ragione numeri e ingranaggi,
ignari dell’incanto sibillino
di parola con sogno.

 

LECCE

Nella piazza allagata di luce
reclamava l’ottundimento dei sensi
una parola sospesa,
la trance della mente invischiata nella canicola
conduceva all’arrendevolezza
davanti al mondo.
Involato da secoli nell’azzurro
dei miti e della danza
il Santo abitava
quel verticale filo di ragno
teso tra la piazza e la polare
e sospeso su terrazze antenne e bruniani furori
(fratello segreto di Iemanjá)
vedeva i temporali saettare
dentro pilastri di nubi sopra l’Adriatico.

 

LECCE

Ogni chiesa contiene una frescura
colma di apocalissi, dimenticanze e spavento.
Gli stipettai del Seicento hanno lavorato bene:
ogni anta degli altari o delle sagrestie
intagliata a sgorbia
nasconde alla vista quello
che negli armadi è l’illimite:
perché ogni nicchia, ogni scansìa,
ogni ripiano immettono
nell’oltre
e ogni edificio, ogni balaustra,
ogni anfratto della città borbonica
sono una soglia.

 

LECCE

Soffocava nella sua tracotanza
l’Occidente
e i testi cercavano ossigeno:
poteva essere, allora, che
in questa città marginale
e perduta nel suo esilio
di Sud Est
i testi riconoscessero una giuntura salvifica
tra Europa e Asia,
il nodo dimenticato con l’America latina,
il corridoio di canti con l’Africa.

E i testi, meditando Lecce
città galleggiante in fondo
a una zolla di pietre calcaree
e terra rossa affiorante,
si facevano umili pellegrini su
strade di sintassi come
terra battuta e secca, assetata eppure amicale
e strade di parole antichissime e nuovissime
come semi dormienti che,
a sfregarli tra i polpastrelli della mente
e a inumidirli con la saliva della libertà,
s’aprono pupille.

In carovana andavano i testi,
a piedi scalzi,
verso l’argine del mare
e verso i porti dell’imbarco –
movendo da una città di pietra
tenera e ricamata.

 

 

Il pranzo delle sibille

 

locomotoree626oliosutavola1996

Giuseppe Bartolini: “Locomotore E626” (olio su tavola, 1996).

 

 

Condividevano l’orgoglio e l’amore per carni
che, sagomate in pietra e ferrobattuto
e legno e vetro sottilissimo, traversavano il tempo,
questo scorrere della luce e del vento
delle notti e dei perfetti mezzogiorni.
Chiamarono Lecce e Nardò e Gallipoli
quest’orgoglio di stare tra Adriatico e Jonio
tra filosofie naturalistiche e avara terra da far rompere le mani ai mezzadri
tra treni che vanno via e versi che tornano instancati.
Chiamarono dal sottosuolo l’erompere di canti
a dire la catena ininterrotta di Greco-Messapi
pei quali cantatrici navigatrici del furore
aprivano scale vertiginanti all’ingiù
ed era d’uopo accendere sulle palme delle mani
fiammelle da offrire alle icone arrossate di Bisanzio.
Abitavano i morti insieme con i vivi,
i vivi insieme con i morti, le sedie
pitturate di verde o d’azzurro accoglievano
piatti colmi di maccheroni lavorati al ferretto
o di verdure bollite colte nei campi – barbara
usanza pensavano gli allievi di Freud,
ma i morti venivano a mangiare il pranzo
delle sibille
e gli sterpi da accendere nel camino
avevano uno schiocco d’osso spezzato.
Appartengo a questa gente
la mia scrittura è
questo camminare lungo i cornicioni
dei palazzi di tufo
guardando il vuoto spalancato
della strada vertigine del sogno
e a braccia spalancate mi ci tuffo in volo.

 

 

Lecce non è (5)

 

kein Mensch ist illegal

 

All’amico carissimo Yves Bergeret – (abbiamo sempre con noi un libro di Char in tasca).

 

Lecce non è una bomboniera di biscuit o porte bonbons di cristallo
ma un Getsemani dove più d’uno tradì la bellezza. La verità.

Se una cappella è chiusa da anni, ecco, ho
questa chiave di poesia – apro la porta laterale ed entro.
Non riconosco che i Santi materialissimi
dei muri sbreccati e delle cisterne
della polvere arsa e della Canicola:

hanno nascita e morte
aprono la loro carne a ferite
e conoscono l’angoscia. Nella minerale luce
della cappella da decenni inserrata stanno
eretti i busti dei Santi e delle Sante, sono
sale che luccica al passaggio del sole
le loro teste poggiate sulle balaustre di marmo:
guardano quegli occhi spalancati il teatro di sale
polvere e umido che la luce gioca per i finestroni
stagnati.

Nella cappella che solo la poesia sa aprire
entra il mondo: tutto.

Santa Lucia la vedo che si tiene la pupilla nella mano
e vedo le pupille azzurrissime sul suo volto:
quattro pupille per guardare il dolore
quattro pupille per guardare Lecce che non è
fuori, ma qui dentro.

Candelabri di screpolata doratura, allumatevi!
Tabernacolo di puro Settecento, spalancati!
Cuore d’argento trafitto dalla spada
e bruno fazzoletto macramé dell’Addolorata
giglio di candido e padovano fasciato d’infocata parola
cilicio di dugentesca poesia: vi vedete
mentre vi vedo
vi vivete
mentre vi vivo.

Perché Lecce non è assalto d’edilizia speculativa
a ingurgitare vecchie pietre e albicocchi
cintati da un cielo accoratamente blu

ma

un assedio di macchinine di latta con carica struggentemente a molla
e un trapezio di sogni sospeso al soffitto del Cinema Cassiopea
e un’esatta geometria del sogno.

La casa dell’Imperatrice d’Immaginazione
si fa beffe dell’arrogante modernità
se ne fotte della poesia senz’anima
e si raccoglie tutta in una radio a transistor
che recita Coltrane e Monk

una casa come questa da dove
ci si sporge sul sole
e il rosmarino splende d’amore
profumato per i capelli lunghis
simi di mediterranee madonne

una casa come questa dalle pareti di carta
che usa soffitti altissimi da intingere nella Canicola
e scrivere

che dice la parola morte
e la parola anàbasi
(risalire dopo essere discesi nel pozzo buio
dove le serpi dell’averno azzannano la mente)
e dice scrittura
come si dice libertà e andare

e Resistenza

una casa come questa
dove il poeta è un illuso che ama le parole
e tutti i morti se ne stanno
in una nicchia nel muro
ché non vogliono allontanarsi dalla terra
e il loro respiro di tufo genera visioni

una canção lisboense per te, mon cher ami,
(àpriti schiùditi rialbéggiati
con lirica inverecondia
cantàndoti cercàndoti fantasticàndoti)

e una casa come questa
sospesa qual è una tenda di lino
aperta alla Canicola
mentre si spacca questo foglio sotto il sole
avvinghiato al dialetto degli antenati
e spaccandosi rigurgita le sapienti lucertole
latifondiste dell’Estate.