Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

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“Capire la terra e i suoi gesti”: intorno alla “Luce delle crepe” di Luciano Nota

 

La luce delle crepe (EdiLet-Edilazio Letteraria, Roma, 2016) di Luciano Nota sembra erompere da un paesaggio interiore e da un pensiero poetante che, congiungendosi, danno vita a un libro coerente, armonioso e convincente; ché, se è vero che la prospettiva di scrittura è quella dell’io, il ductus del discorso e l’enuclearsi dei testi, lo strutturarsi del libro e le scelte stilistiche sanno superare ogni limitante soggettività o confessionalità, concretizzandosi in un itinerario materiato di cose, di luoghi, e di un legame mai scisso con la memoria e gli affetti. Le “crepe”, quelle del paesaggio lucano, vien fatto di pensare, i calanchi e le gravine, le fenditure nella calcarenite del Materano, le crepe che il tempo, il sisma, il moto naturale del terreno aprono nei muri delle antiche abitazioni sono fenditure che s’incidono anche nella mente provocando il dolore della nostalgia e dell’assenza, ma lasciando, contemporaneamente, filtrare la luce dell’amore e del pensiero, del vivere e del poetare.
(…) / e alle pietre del mio paese / non ancora frantumate” recita infatti parte della dedica in apertura del volume, seguita da una citazione da Raffaele Carrieri (“Il vento ci somiglia / e pure l’eco / dentro la conchiglia / che rimormora lo spreco / delle maree“) e già questo è luogo su cui fermarsi a riflettere: a parte l’inammissibile oblio (con scarse eccezioni) che ha avvolto l’opera di Carrieri, sono convinto che Luciano Nota abbia così imbastito un preludio all’intero suo libro che introduce i lettori al tema della pietra (minacciata di distruzione) e a un’intonazione della dizione poetica musicale e in accordo con gli elementi essenziali (il vento, la voce, il mare, la luce) del mondo; il primo testo conferma quanto testé affermato:

VISIONE LEGGERA

Del muro, della lastra, della pietra
ho sempre avuto una visione leggera
nonostante il muro, la lastra, la pietra
m’avessero accerchiato.
È sempre stato un tragitto alterato
simile ad un occhio orbo
che ha voglia di scrivere sul marmo
che il vento, il muschio, la luce
non sono mai esistiti.
(pag. 13)

Non il muro nemico e cieco di Kavafis e di Holan si profila in questi versi, ma la familiarità con il muro, con la lastra, con la pietra, familiarità capace d renderli “leggeri”, anche perché, è bene non dimenticarlo, scrivere è prendere distanza dalle cose, giungere a una loro rielaborazione in forma di visione e di parola, come ben scrive Luciano si tratta di “un tragitto alterato” capace di mettere in relazione questi tre elementi con il vento (ancora!), il muschio e la luce (ancora!), o meglio con la questione cruciale della loro esistenza o non-esistenza in rapporto a uno stato mentale e psicologico – e a una storia personale. Questa poesia non è infatti mai descrittiva, ma ogni oggetto nominato, ogni immagine sono veicolati da una precisa condizione dell’animo e/o del pensiero, si sovraccaricano di valenze provenienti dall’interiorità e dalla cultura, costruiscono un universo simbolico e allegorico molto complesso e che va esplorato palmo a palmo, talvolta malinconico, talaltra gioioso di vita, qualche volta nostalgico, altre volte vibratile di musica e di luce.
È così che, leggendo il testo successivo, mi viene in mente una lirica bellissima di Ilaria Seclì (BILANCIA D’ACQUA, contenuta nel libro Del pesce e dell’acquario pubblicato presso LietoColle nel 2009), autrice salentina anche lei affascinata dalla dialettica tra la pietra e l’acqua e scrivo questo perché Luciano si colloca a pieno titolo nella schiera di poeti lucani e salentini (e, più in generale, meridionali) che, vivendo la propria emigrazione nel Nord d’Italia, assegnano alla loro scrittura anche questo dovere di tracciare i lineamenti di una storia e di una memoria:

PILA D’ACQUA

(…)

Vedi, è troppo il mare, la sua grandezza
fa male, bisogna ridurre.
Il detrito è un corpo stabile,
nessun colpo potrà dividerlo.
Vieni, osiamo farci falda,
resa armonica oltre la porta.
Muoviamoci in quella pila d’acqua.
(pag. 14): è una dichiarazione di poetica, questa, espressa tramite immagini derivate direttamente dal legame dell’autore con la sua terra lucana e materana – nell’apparente arsura delle rocce e tra di essa si accumulano falde invisibili o scorrono lenti e siccitosi corsi d’acqua: la poesia è un “ridurre” e un ridursi a “detrito” (ciò che rimane dell’erosione, dello scalpellare, del grattare via), un “osare” (splendido verbo, qui) farsi falda, acqua contenuta in un cavo di roccia o in una “pila” escavata apposta (nella “pila” di pietra, al Sud, si lavavano i panni, si lavava sé stessi, si dava da bere agli animali, si accumulava l’acqua da mescolare con il verderame per irrorare la vigna…) – nella poesia di Ilaria Seclì il lavacro cui la mamma la sottoponeva da bambina è immagine di un bilanciamento tra presente e passato, ricordo e futuro, aridità e vitalità – nella lirica di Luciano la pila d’acqua è premessa necessaria al vivere e allo scrivere, “resa armonica” (splendida anche quest’espressione, devo dire) “oltre la porta”, soglia tra vivere e dire – e “muoversi” è qui sinonimo di vivere, di esistere, di poetare.
Ma la delusione, l’amarezza, la sconfitta non vengono eluse, trovano nella scrittura un riscatto, il passo che salva dalla disperazione e dalla resa:

FORSE PERCHÉ ASSUEFATTO

Forse perché assuefatto
ai più aguzzi disinganni
che continuo a filare il manto
delle più ardue condizioni.
Forse perché scrivo
e non mi privo dell’incanto
che continuo a sostenere
il fabbisogno delle larve.
(pag. 15): scrivere è “non privarsi dell’incanto”, mi piace immaginare che le “larve” siano immagine di tutto ciò che, ancora allo stato larvale, appunto, in nuce vuole venire all’esistenza, per cui la poesia coincide con la necessità stessa di vivere.
Molto espressiva viene allora a essere l’immagine della scala / delle scale, presente in due liriche consecutive e sapientemente contrapposte l’una all’altra già da quell’innocente (ma solo in apparenza) variazione tra singolare e plurale:

LA SCALA

(…)
Sono ancora legato a una scala
fatta di pioli e di vuoti
un insieme di solchi
che cremano l’atrio
il puntello.
Di continuo sento
il crepitio stordito del legno
del cibo ammassato
sul terreno.
Mi chiedo quale vento
possa io inalare
nel lanciare il mio corpo
oltre l’oro del vuoto
(…)
(pag. 19) – è una scala vitale, colma di ricordo e di fortissima presenza alla mente del poeta; a contrappunto ci sono

LE SCALE

Le scale
questi ansanti tabernacoli bianchi
marmi sui quali gli umani
pavimentano l’anima.
Scale fatte d’aria
dove non ruotano i venti.
(…)
Le scale
questi penosi tabernacoli bianchi
dalle antiche radici di ferro
che non danno colore
non spargono odore
a chi stringe più in alto lo scettro.
(pag. 20) – “ansanti” e “penosi” i tabernacoli di una religione vuota e svuotante, senza “colore” né “odore”, enorme colpa agli occhi di un poeta che proprio i colori e gli odori ama e perché retaggio memoriale e perché pienezza della vita nel suo manifestarsi, dal momento che

DA GRANDE

Se dicessi veramente
quello che al mattino penso
appena desto
con parte della schiena
e del braccio dormienti
col capo prostrato
per non essere riuscito
ancora una volta a capire
la terra e i suoi gesti,
mi lanceresti come razzo
in mezzo al cielo.
Da grande farò la luna.
(pag. 23)

Con linguaggio apparentemente semplice, ma nato, in realtà, da attento labor limae, attingendo a situazioni del tutto comuni all’interno delle quali egli trova la poesia, Luciano s’inventa quest’espressione semplice e al tempo stesso indimenticabile, fragorosa e pregnante: “da grande farò la luna”, cioè il poeta, perché, mi pare di poter interpretare, il fallimento recidivo nel capire “la terra e i suoi gesti”, la prostrazione conseguente alle sconfitte non sfociano in disperazione e rinuncia, ma nel sogno di diventare colei che guarda la terra e sulla terra ogni notte si affaccia: è come se il poeta appartenesse e alla terra e al cielo, come se egli fosse creatura immersa nella terra e proiettata in cielo, terrestrissimo bimbo che pensa il suo diventare adulto.
Ed è un libro musicale La luce delle crepe, possiede uno spirito mozartiano, ma anche un’attenzione alle combinazioni musicali che la stessa lingua italiana, per sua intrinseca natura, offre:

LIUTO

Muto, nel silenzio più assoluto
ascolto te che parli ai tarli.
È una regola che tutto muti.
E non par vero che il legno
con le piaghe in eccesso
sia regno, sia liuto.
(pag. 24)

Mi provo a compiere un’analisi degli aspetti fonici e fonetici di LIUTO: “muto” trova risonanza di rima al termine dell’endecasillabo stesso nel vocabolo “assoluto”, il quale echeggia, per aumento di “c” e sottrazione di “u”, nel verbo che inizia il verso successivo “ascolto”; “parli” e “tarli” sono, ovviamente, in strettissima correlazione grazie alla sola variazione della consonante iniziale, ma ancora il “muto” dell’inizio della lirica riecheggia, pur nella radicale differenza di significato, nel “muti” alla fine del terzo verso; “legno” (fine del quarto verso) riverbera in “regno” (sesto e ultimo verso) per avviare la composizione a conclusione con il termine eponimo del titolo, “liuto” il quale, ancora, sembra richiamare in rima l’aggettivo “muto”. Ci si rende così conto di quanta elaborazione anche stilistica abbia conosciuto questo libro nel quale Luciano Nota raggiunge una compiuta, bellissima maturità, dimostrando di possedere una propria voce distinta e riconoscibile, riuscendo a mettere a frutto (ma non come epigono, si badi bene) le sue vaste e profonde conoscenze e letture, proprio come se l’acqua, filtrando per le fessure e le porosità della roccia, purificandosi fosse andata ad accumularsi nel prezioso serbatoio-libro (o libro-stiva come dirà più in là) o come se la scala di legno fosse stata davvero in grado di condurre il poeta a farsi luna-poesia, o ancora come se le crepe fossero e rimanessero il punto prospettico migliore per un poeta come Luciano:

LE COSE VISTE DALLE CREPE

Le cose viste dalle crepe
sono enormemente più belle.
Le scorgo diverse, libere da impegni.
Non hanno peso, ma riposo.
Stanno sopra il capomastro.
Mai voltarsi, mai centrarle.
Sono stive
e per questo assai più vive.
(pag. 26): “stare” è il verbo fondante, dunque, “riposo” il sostantivo più espressivo, la rima “stive / vive” non è, banalmente, espediente prosodico – e il poeta sa bene che, nel tentativo di dire, altrettanto fondante e significativo rimane il non detto, da parte mia aggiungerei la parte ancora vuota della stiva o della pila d’acqua, i luoghi ancora irraggiungibili per la scala: “(…) / cercheremo nel non detto / nel non fatto / il getto intero” (da GETTO INTERO, pag. 27).
Luciano Nota ha anche raggiunto un’asciuttezza di dizione e una direi senecana sapientia vivendi et cogitandi che bene è espressa nella composizione a seguire:

BREVITÀ

Assomiglio più a te
e che questo sia vero
lo dice la tua presenza
sulla tavola da pranzo
dove al posto del piatto
tu ci posi una parola.
Che questa non sia piena
francamente poco importa.
I miei palazzi sono alti
le tue vetrate sempre scure.
Coraggio quindi
mettiamoci le scarpe
e andiamo.
Ti chiedo solo questo:
non seguirmi come al solito
non metterti più a nudo
(è facile pensare che tu sia
la mia coscienza).
E ti raccomando
non svanirmi al primo sciopero del sole.
Siamo entrambi verità
la brevità di chi ha parvenza.
(pag. 28)

PIOMBO (pag. 31) dimostra la lucidità di una mente, la consapevolezza di una coscienza, la forza di un’etica, PIOMBO rende ragione di quanto La luce delle crepe non sia soltanto un libro di poesia, non soltanto una bella prova di stile, non soltanto abile strutturazione di testi:

Non credo che tu esista.
Non esiste neppure quel germe
anche se quel germe resiste.
Non credo che esista Dio.
Non sento che strato tra le mani
anche se lo strato è sformato.
Non vedo le tazze, i tinelli,
non vedo le ardesie.
E non vedo gli strappi,
gli abiti. Non vedo le viti.
Nulla è più duro del cuoio
mischiato ai miraggi.
Piombo nell’occhio,
rimàrginati.

Quando l’odi et amo catulliano marca la soglia tra prima e seconda parte del libro, entriamo nel tema amoroso e rimaniamo abbagliati dall’inventività metaforica del poeta, dal suo avvicinarci anche all’aspetto fisico dell’eros, ma senza bisogno di descrizioni e o di termini che potrebbero risultare pesanti o inopportuni:

ANNUNCIO

Annuncio che sei agro e subbuglio
un frenetico olimpo di semi.
Precipita sotto la faccia
se stilli e boccheggi
se solo ti esalti di essere foglia.
Il gambo conosci
il fusto più o meno vorace.
È culto nuotare
in quel mare di farro.
(pag. 35)

Una dichiarazione d’amore, indimenticabile: “Ti sento / come pinna armoniosa in uno stagno” (pag. 36, da PRIMA DELL’ARRIVO); un desiderio: “(…) Morire d’amore / al centro di un querceto” (pag. 37, da AMMALIATI); un eros esplicito e non volgare, appassionato e non esibizionista:

POTEVI LASCIARMI L’ECO

Se ti fermi non fiati,
non degni neppure uno sguardo.
Se ti muovi vorrei capire
perché scuoti la massa,
perché la brezza sa di fulcro
e non di crosta.
A gambe nude il fluido è pieno.
Ho mosso il capo, è vero,
ho posto l’occhio sull’involto.
Potevi lasciarmi l’eco
sull’osso sacro.
(pag. 39);

ASPETTO TE

E se non mi avvicinassi,
se non toccassi neppure per un attimo
la tua corda
l’intero tuo fianco che vacilla
tra cupole e mattoni.
La mia mano somiglia
al maturo sentimento
del cosmo.
Non ti tocco.
Aspetto te
continuamente
nel torbido lucente.
(pag. 49);

IL PISTILLO DEFUNTO

Incolla il collo
al lato destro del cuscino
e la tracolla col suo laccio
resti vigile sul letto.
Dormi, e non ti offrire
alle lusinghe.
È tutto così calmo
che il defunto pistillo
non verrà più a macchiarti.
(pag. 50);

AUTENTICA CORRENTE

Attendo quel giorno
Che mi darai boato di liberazione
d’orgoglio
di taglio.
Lo attendo.
E resteremo amici
se dirai che allacciati
siamo stati un’autentica corrente.
(pag. 52)

È Seneca, con una brevissima meditazione sulla vecchiaia, a introdurre la terza e ultima parte; c’inoltriamo ora traverso le pagine dedicate alla terra lucana, al paese natale (Accettura), al ricordo dei genitori; così, con epigrammatica commozione, Nota scrive:

LA MIA TERRA

La mia terra è ciò che incide
duramente il dorso
e nel petto si stagna.
E non sarà mai spina,
ma cima.
(pag. 56)

Poi, a seguire:

ACCETTURA

Fummo ciuffi.
Uno dopo l’altro
in alcun punto poté posarsi il polline.
Fu lo spazio più ristretto,
l’attimo che avvita la luce
il colore.
Chi ti ha lasciato
ha una lenta agonia,
nel costato un senso di chi è stato
sosta e sostanza.
I morti sono i tuoi rami.
Ma non è più stretta quella gabbia
se con un sibilo richiama
l’allodola e l’acquasanta.
(pag. 57)

Il ritorno, la memoria, l’esilio nel Nord, la meditazione intorno a un’identità, il mai interrotto colloquio con i genitori morti – in un dischiudersi di tali temi le composizioni di questa parte del libro sanno conservare un’asciuttezza che non cede mai al sentimentalismo, si costruiscono secondo un’etica che deriva dalla sobrietà e dalla laconicità dell’antica civiltà e cultura contadina, l’elegante tripartizione del libro che va dalla meditazione esistenziale e poetica all’eros trova approdo nella meditazione sulle radici personali e culturali, si riconosce in quegli elementi essenziali che fanno piazza pulita del superfluo e del vacuo, direi in una virgiliana pietas per le cose, gli animali e gli uomini:

LA STRETTA

Umanità, papà, il pane e il vino
il destino di chi era, chi è
nuvola palpabile.
L’uomo maturo non manca all’appuntamento
ha sentimento, lo cura da anni.
Ha interrato l’arma, il rigore
ha scovato l‘inviolato.
Ha capito che il muro è un pesco
che innesca simmetria.
Una stretta questa volta, papà
con lo scolaro ambiguo
morto trent’anni fa.
(pag. 58) – ammirevole, tra le molte già incise nella memoria di chi legge, è questa composizione: se molto forte, dal punto di vista del ritmo, è quell’accostamento iniziale di due sostantivi tronchi (“umanità, papà”), l’immagine “nuvola palpabile” e l’espressione d’assoluta bellezza e persuasiva forza “è un pesco / che innesca simmetria” costituiscono due perni attorno ai quali ruota la lirica; “curare” è l’atteggiamento etico che, è evidente, attraversa tutto il libro, mentre la memoria e la distanza temporale ristabiliscono il rapporto col padre ora che il poeta è, per dir così, padre (quindi responsabile) di sé stesso; ma essenziale, fondamentale, vitalmente presente è la figura della madre ed ecco un altro testo d’apparentemente semplice costruzione, ma denso di rimandi e significati:

PIGNOLA

C’è acume sulle scale.
Una grande sacca
reca piante sulle spalle.
Si deve salire
scendere e risalire.
Siamo in tre.
Dalle pieghe delle pietre
si sbrogliano nodi,
dalle punte fuoriesce il grande altare.
Qui è nata mia madre.
Il ripiano è ancora intatto,
ancora illeso è il legno duro.
L’amico mi chiede di posare,
di poggiare la mano
sulle grinze del muro.
Fermo il dito nell’incavo
dove legavano il mulo.
(pag. 61) – dovrei citare, lo so, Sinisgalli e Pierro e Scotellaro, le loro liriche dedicate alle rispettive madri; lo faccio, infatti, ma per ribadire l’originalità di queste pagine di Luciano Nota il quale non rinnega, ovviamente, i maestri, ma ne continua la lezione trovando (l’ho già scritto) il proprio timbro di voce che costruisce il testo per sequenze d’immagini all’interno delle quali assumono grande concretezza i verbi e i sostantivi: la casa natale della madre (e solitamente, ci si rifletta, la madre è legata alla nascita del figlio: qui Luciano fa, per dir così, un ulteriore passo a ritroso oltre la propria origine personale) si profila con una scala e con quei “salire / scendere e risalire”, mentre le pietre, il muro, “i nodi” e “le grinze” del muro dicono di vite di lavoro e del trascorrere delle generazioni ed è facile immaginare la casa lucana, bianca di pulitissima calce al suo interno, ove il letto dov’è nata la madre può con legittimità essere un altare e dove la mano del poeta compie due atti apparentemente uguali, ma distinti non a caso da due verbi somiglianti eppur dissimili: “posare” e “poggiare”, simili nel significato, dissimili nei suoni, ma, anche, forse, nel loro esprimere la differente intensità del tocco, nella loro lirica concretezza di azioni del toccare, oppure nel possibile climax innescato dai due verbi, o nella reiterazione di un atto che appartiene al rito che va compiendosi lì dentro dove sacra è la memoria. L’incavo, infine, che potrebbe rimandare anche all’elemento generativo e femminile, lì “dove legavano il mulo”, dice del legame inscindibile tra esseri umani e animali nell’antica civiltà contadina di queste terre, dice, laconicamente ma efficacemente, di una discendenza.

MANTELLO

Ricordo mia madre
poggiata all’inverno
la mano tra le briciole
il peso perso nel cervello.
Ricordo uno sguardo
bello come un anello.
Ricordo un brandello
un sorriso di speranza.
Ricordo d’aver dormito
ntrato nel mantello.
(pag. 62): quasi una filastrocca, ma in realtà uno struggente dipanarsi della memoria, un ritorno, attraverso la poesia, al proprio stadio fetale, così da ristabilire, nei due testi, la linea della discendenza: nascita della madre – nascita del figlio e suo essere-nel-mondo, ma vegliato dal ricordo della madre.

E sono, allora, molte le ragioni e tutte ben comprensibili per cui proprio in questo punto del libro si affaccia la figura di Pier Paolo Pasolini:

AROMA

(a Pier Paolo Pasolini)

Di pensiero in pensiero
di parola in parola.
E col pensiero
la lucertola di lì a poco
avrebbe stretto il fanello.
Di fatto non c’è luogo
né bersaglio
nessun affanno
nessuna tomba.
La sua parola torna a mezzogiorno
come l’aroma
sul fronzolo dell’arena.
(pag. 65)

Si constati ancora una volta come quella di Luciano Nota non sia una poesia “gridata”, ma forte proprio della sua saldezza compositiva e della sua coerenza intellettuale: Pasolini costituisce evidentemente il Maestro etico, letterario e politico di Luciano, il titolo, giocato su di un eventuale “a Roma”, dice dell’aroma dell’arte pasoliniana, avvertito dal poeta lucano “di pensiero in pensiero / di parola in parola” e la negazione della “tomba” (della morte definitiva di Pasolini, mi vien fatto d’interpretare) non avviene per moto irrazionale, ma per precisa consapevolezza: “La sua parola torna a mezzogiorno” che è, a mio modestissimo avviso, uno dei modi più alti e seri e degni con cui un poeta italiano abbia fino a ora saputo rendere omaggio alla figura di Pier Paolo Pasolini – e anche di questo sono profondamente riconoscente a Luciano. In tale linea di continuità ne leggo i versi che seguono, così colmi di slancio:

(…)
E credere all’incanto,
al mito realizzato
dell’uomo capace di
avere deliri,
e volare.
(da DELIRIO, pag. 68) e anche i seguenti:

(…) Rivoglio il mio rosso d’alba, / le arance più succose sulla carta” (da ROSSO D’ALBA, pag. 69).

Per concludere voglio citare la prefazione di Dante Maffia e la postfazione di Marco Onofrio, tutte pagine appassionate e ricche di suggestioni, nutrite di passione e di conoscenza profonda del mondo umano e poetico di Luciano e niente affatto pagine di circostanza come talvolta, purtroppo, avviene.

Le fotografie che corredano l’articolo sono tutte di Mario Dondero e si riferiscono la prima alla Festa del Maggio di Accettura, la seconda è una foto di scena dal reportage “Comizi d’amore”, la terza è anch’essa una foto di scena dal set del Vangelo secondo Matteo, l’ultima è un ritratto di Pasolini insieme con sua madre.

 

 

 

Invito alla lettura dell’OSSERVATORIO di Francesco Dalessandro (e non solo)

 

specola-principale

Interno della Specola del Collegio Romano inaugurata nel 1852.

 

Come compresso e vittima di uno schiacciamento sul tempo presente è spesso anche chi, invece, (un critico letterario, un lettore attento, chi pratica l’arte della scrittura) dovrebbe coltivare la profondità temporale, lo stratificarsi lento e meditato di pensieri e sensazioni, rischiando di arrendersi, magari senza accorgersene, a questo turbinio superficialissimo ed epidermico di recensioni, presentazioni mordi e fuggi, lasciandosi inghiottire da un presente spesso privo di spessore, di attenzione, di cura. Via Lepsius con ostinazione si chiama fuori da questa tendenza, Via Lepsius vuole continuare a esercitare l’attenzione per i risultati più recenti delle scritture, ma anche leggere e attraversare libri di valore da tenere come punti fermi capaci d’illuminare quello che accade e, possibilmente, quello che accadrà; d’altra parte un libro pubblicato nel 2011 (questo L’osservatorio di Francesco Dalessandro pubblicato nelle belle e sobrie edizioni di Moretti & Vitali di Bergamo) non è cronologicamente molto distante da questo 5 marzo 2017, ma nell’oceano informe della “rete” e in quella che mi piace chiamare superstiziosa adorazione del tempo presente, rileggere e attraversare un libro che, inoltre, ha alle spalle un farsi molto più lungo, è, mi auguro, un atto eretico e in controtendenza. E sono felice di scriverne perché si tratta del libro di una persona di notevole umanità e di un artista che esercita il mestiere di poeta con serietà e dedizione e senza narcisismi.
L’osservatorio possiede quel respiro, quel ritmo, quell’ampiezza di disegno e di propositi che ne fanno un libro da portare con sé e al quale spesso ritornare, è un progetto poetico capace di esaltare e ripetere la bellezza sintattica e lessicale che sono uno dei molti privilegi della lingua italiana; l’idea è tale da far tremare i polsi: dire di un io che vive, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, la propria storia personale inscindibile e non scissa dal luogo, vastissimo e anche mitico, immaginifico e del tutto reale, favoloso e addensato anche di puzze, anche d’inarrivabile bellezza, anche di volgarità, anche d’esaltanti slanci, abitato dall’innumere presenza dei nomi, dei fatti, delle stratificazioni e che ha il nome di Roma.
Roma sta nei molti film (e ognuno di noi ne ricorda alcuni in particolare, ne ama o detesta questo o quel passaggio), nei molti libri e nelle foto, tantissime, che ne perpetuano il mito e il fascino – Francesco Dalessandro compone un poema e lo articola in quattro parti (L’osservatorio, Stagioni del basso mondo, L’azzurro del cielo, Mare delle passioni) capace di far sentire come una persona innamorata della città (l’autore) la respiri e la restituisca traverso una scrittura dalla finissima, articolata tessitura sintattica e contenutistica; Roma è il vivere stesso, il sentire e il pensare e Dalessandro pone la sua voce, cordiale (devo ricordare che il bell’aggettivo deriva da cor, cordis?), mossa e commossa, in qualche modo debitrice alla tradizione più alta del bel canto italiano, ma anche talvolta franta o irata, melancolica o dolce, la pone, dicevo, accanto a quella di altri che hanno detto, nelle loro peculiari maniere, Roma: Pasolini, Bertolucci, Rosselli, Bellezza, Penna … Ma c’è, ai miei occhi di lettore, anche la Roma di Cristina Campo e quella di André Frénaud, quella di Durs Grünbein e quella di Rafael Alberti, ché Francesco Dalessandro contempera, in questo libro, l’esperienza personale con le suggestioni letterarie, la consapevolezza storico-culturale con la voluttà che deriva dal sentire con tutti e cinque i sensi una città unica. E questo mi piace in modo particolare, questo rende il libro così vivo, splendente, armonioso: la parola governata dalla sintassi tanto sapiente ed elegante è espressione della vitalità dei sensi, del loro essere vivi e attivi, preziosissime proiezioni della mente verso l’esterno, cosicché un erotismo luminoso e gioioso, talvolta oscuro e istintivo, investe i versi e le esperienze, i pensieri e il canto.

Torna, Musa” è allora l’attacco del libro, gravido d’un consapevole andare in controtendenza (ma non è morta la Musa? non se n’è fatto beffe Montale in un suo celebre testo, e non ci ha meditato anche Sinisgalli?) – ma Dalessandro è poeta e intellettuale estremamente avvertito, per cui l’invocazione ha il senso d’una ben precisa scelta di poetica (e l’esempio che trascelgo valga anche come indicazione di stile e di pensiero):

“ho bisogno di un verso
liquido che fluisca naturale
con forma e suono acconci che narri districando
il groviglio dei sensi, di un senso
semplicemente chiaro nemmeno verità
ma ipotesi del vero che sia
ricco senza effusione e scarno senza
povertà: questo m’è necessario”

(…)

– infine, Musa, vieni con l’affanno del nuovo
o la quiete serena che dà la tua franca parola (pag. 12).

In chiusa del volume si possono leggere un’affettuosa nota di Attilio Bertolucci e un illuminante saggio di Gianfranco Palmery (poeta e intellettuale, quest’ultimo, di cui si sente fortemente la mancanza in questi anni recenti) – ecco, se da un lato potrebbe esserci qualche affinità con la poetica bertolucciana (soprattutto quella che sottende i poemetti e quel capolavoro assoluto che è La camera da letto), Palmery sottolinea, e ben a ragione, come “nel poemetto di Dalessandro non si narra nulla – si gira intorno. Tutto trascorre e ritorna. Non ha il tempo lineare della narrazione, della storia, bensì il tempo circolare delle stagioni, della natura” (pag. 105) e infatti un altro punto di forza del libro è la capacità posseduta dal ritmo e dal linguaggio di restituire il senso dello svilupparsi circolare del tempo, in un’originale compresenza di realtà urbana e di ritmi vitali determinati dalla natura, là dove l’individuo non è un io sperso e alienato, ma, appunto, un essere senziente che possiede in una geografia romana più interiore che esteriore, ricchissima di precisi nomi di piante e di luoghi, lo spazio del proprio muoversi.
Dentro una tale geografia (o psicografia o emerografia) emergono voci, segnatamente quelle apposte in epigrafe alle varie parti del poema, dalle quali Dalessandro prende avvio e con le quali dialoga: Alfred Hitchcock che parla della sua Finestra sul cortile, Dante, J. D. Salinger, Pier Paolo Pasolini, Ingmar Bergman, l’amico carissimo Alessandro Ricci, Teodoro Prodromo e altri ancora, presenze tutte che fanno dell’opera un complesso sistema di riferimenti anche storico-culturali, oltre che psicologici ed emotivi.

Così, scesa la sera con le fragranti ombre
lilla avvisaglie della prossima trionfante
primavera dietro il colle Vaticano tornati
con sollievo il bel tempo e l’avvenente luce
tardiva dell’ora legale, le reti di un altro
giorno della vita passato con fatica
nelle invernali e chiuse stanze con fili
di storie riparo e mentre a rinarrarmi
ore e freschi orizzonti tremuli d’ali e cirri
nel precipite sereno vaganti io riprendo,
sui chiari viali accecati di luce sui platani
frementi di piume vive foglie e i brevi
tornanti avvolgentisi in alto, dove pini
e cipressi incoronano la vetta e luminoso
l’Osservatorio al lor centro dominante
con l’oro delle cupole sul basso mondo
e le viventi sue stagioni ora si leva fermo
e fatidico emblema di sé, già il crepuscolo
si addensa

dopo cena – tornato il silenzio la casa
tranquilla addormentandosi la città,
bava di luci oltre le chiome al vento
del Pineto notturno gementi, lontana
preparata al riposo – le ragioni
della resa ritrovo, premessa ai versi
che l’io sentimentale secerne con ingenua
vena (canto stremato) nell’adagio della
fresca notte marzolina al compleanno
imminente promessa d’acqua e fuoco
che scaldi alla sua lingua il discorso
fatuo d’amore e morte, e doloroso errore… (pagg. 39 e 40, marzo dalla sezione Stagioni del basso mondo) – si noti l’articolata architettura delle proposizioni, l’elegante e ricco distendersi del lessico, la sinuosa andanza del discorso poetico: Francesco Dalessandro ha trovato (e il lavoro di lima, di messa a punto, di costruzione è durato lunghi anni, approdando a un risultato davvero alto di stile e di espressività) un ductus del proprio carmen capace di avvincere l’attenzione del lettore, conducendolo attraverso un discorso elegante e complesso, mai scontato o prevedibile – numi tutelari, mi vien fatto di pensare, Orazio e Virgilio per quella sobria e dotta eleganza capace d’imbastire lunghi e meravigliosi discorsi poetici, in altri punti Catullo (Dalessandro stesso scrive altrove: “penso / a Catullo al carme ottavo di così / patetica bellezza in cui rimpiange i giorni / consumati correndo dove amore pretendeva / e poi più non vuole“, pagina 68).

………………..“per questo per i quindici venti
anni che mi restano cosa – dicevi – cosa
fare in questa Roma invivibile dove
non c’è parcheggio né posso camminare
per il Centro senza crepacuore? Andrò al
sud …”
………………e io chioso ricordando i tuoi
versi
………sulla lucida spiaggia ionica dove
tardo allievo platonico leggerai il Simposio
e Fedro a due km dalla S. S. 106 Taranto-Reggio
Calabria … e riscoprirai nel discorso di
Diotima che la bellezza è per sé
e con sé, eternamente univoca ma che
gli sciagurati del XX secolo che rileggono
in così grave ritardo remoti luminosi
pensieri sono già feriti a morte (pag. 59) – è un estratto dalla sezione L’azzurro del cielo nella quale l’amico fraterno Alessandro Ricci è interlocutore privilegiato per una riflessione lucida e amara sul presente e, a ben riflettere, L’osservatorio è anche una complessa elaborazione in chiave culturale di quanto l’io lirico esperisce nella Roma degli ultimi due decenni del XX secolo e dell’inizio del nuovo secolo.

il buon pensiero del mattino – “resti
vivo finché ami e scrivi” – si riaffaccia
alla mente con uguale chiarezza nel preciso
momento in cui scende il gradino –

(…)

sa qual è il giusto verso –
sa cosa fare – appena giunto a casa –
con fede e pazienza francescana si siede
allo scrittoio – inizia a scrivere – sa
che quel pensiero mattutino è il solo
specchio dove specchiarsi – e conoscersi –
guardarsi e riconoscersi – anche se
non è la misura della vita – non misura
l’abiezione dei giorni che lui passa fuori
di sé (pagg. 72 e 74) – nei molti versi che non ho citato è raccontato l’incontro casuale e fuggevole con una ragazza in metropolitana, il sorgere del desiderio carnale, la rinuncia alla sua realizzazione: apertura e chiusa del brano (Buon pensiero del mattino, II dalla sezione Mare delle passioni) da me riportate esprimono bene l’atteggiamento etico del poeta traverso tutto il libro, atteggiamento che bene giustifica anche il titolo L’osservatorio, in un procedere con pazienza e attenzione attraverso i giorni, nel ritornare delle stagioni, nel misurarsi con le più diverse occasioni della giornata, ivi compreso il lutto, il passo spesso avvertito della morte, il dolore. E, ritornante, l’eros (soprattutto l’amore coniugale, ma anche i frequenti slanci dei sensi nei confronti della luce di Roma, dei luoghi della città, delle piante e degli alberi, delle variazioni dal nuvolo alla pioggia al sereno al sopravvenire dei crepuscoli o della sera e della notte), l’eros mi sembra la più nutriente linfa che attraversa e sostiene il libro (“geenna / di fuoco fuoco vivo e inestinguibile“, pag. 76), in sintesi dialettica (e talvolta anche in conflitto) con l’avanzare dell’età anagrafica (“né medicano i versi, / mentre il giorno scorre lento / un minuto dopo l’altro fiorenti / alla memoria un’ora dopo l’altra / sul capo che imbianca sul corpo che invecchia / benché il cuore impudico ricanti / desideri canti amori passati / e futuri con la forza di un’oscura / costanza, né alleviano i versi / fatica e noia“, pag. 85). L’osservatorio è un percorso mai pacificato, irto d’inquietudini, materiato di almeno due voci dialoganti (le si distingue tipograficamente per il fatto che una delle due viene evidenziata tramite virgolette), splendidamente problematico e ferocemente sincero: è, da parte dell’autore, un continuo mettersi a nudo, respingendo sistematicamente ogni consolatoria o rassicurante conclusione:

un morbo maligno mi ha corroso in tutti questi
anni mi ha reso arido e del sogno ricordo solo
insensate speranze e bisogni non la luce
né il malvagio dèmone della notte che mi ha spinto
in quest’abisso vuoto del cuore!
……………………………………………dov’è finita
la sacrosanta verità adorata? adirata è fuggita
portandosi dietro la poesia: dovrò salire
e scendere ncora le scale di questo tetro purgatorio
faticando e penando senza l’angelo di dio
che mi segni la fronte e mi tragga a salvamento
cercherò il Lete di una balda innocenza
ma senza trovarlo e avrò sempre nella carne
le aride spine acuminate del dolore senza più
giovanili illusioni la polvere dorata della prima
infanzia ma cenere e sale sui capelli abbandonato
al dèmone dell’ansia al desiderio che non può
avere compimento (pag. 89).

Il poema si apre, l’ho già scritto, con la sezione intitolata L’osservatorio e si chiude, circolarmente, con il testo conclusivo (il numero 12 dell’ultima sezione Mare delle passioni) che si chiama appunto L’osservatorio dal quale riporto gli ultimi versi (sempre Palmery analizza con sagacia i rapporti numerici che legano le varie parti del libro):

e il giorno cresce si fa più caldo
il sole il traffico più intenso l’ora
e l’aria maturano addolcite mentre spira
tra le siepi e i rami spogli della vite
americana dalle curve sulle foglie
tintinnanti e sui volti un leggero
vento, limpido il cielo ma sul cuore
pesa una nube l’ansia dolce diventa
sottile angoscia “mio dèmone domani mi dicevi
sarà il giorno finita la clausura di cercar
ventura, io consumo l’attesa passando
il ponte e tu sei pronto a uccidere l’illusa
speranza un’altra volta senza averne
pietà”, negli occhi stupefatti è pura
luce il fiume la città corpo segnato
per secoli paziente si dispone al nuovo
giorno (pag. 92).

Trovo molto significativo quel “disporsi al nuovo giorno“, straordinaria quella definizione di Roma quale “corpo segnato / per secoli” e in effetti è vero che tutto il libro di Francesco è un riferirsi continuo al corpo senziente, pianta tra le piante, albero tra gli alberi, oserei dire, ma pianta che si muove da luogo a luogo e che contiene una mente che riflette e scrive, che capta e trasforma in canto, che percepisce lo scorrere del tempo restituendone il moto di fiume.

 

mappa-di-roma-in-bianco-e-nero

 

Non è un caso, allora, che uno dei luoghi ricorrenti nel libro, il Pineto, sia al centro di un’edizione d’arte edita nel 2013 dal Bulino di Roma e corredata dai disegni di Silvia Stucky: si tratta del poemetto Primo maggio nel Pineto il quale sembra continuare L’osservatorio, esserne quasi una sezione aggiuntiva, ma, pure, con una sua precisa autonomia, ché qui Francesco Dalessandro può con più agio richiamare e riproporre anche i turbamenti e le scoperte erotico-amorose dell’adolescenza, sempre intrecciandole con magistrale arte alle percezioni, numerosissime, che il noi, il pronome-soggetto caratterizzante l’opera (il poeta e la sua compagna), riceve ed esprime:

Dai casali diruti siamo entrati
nel verde e seguendo sentieri
già tracciati con altri gitanti
della festa –

(…)

al cuore del Pineto ci siamo
diretti seguendo solo i nostri
estri con l’intenzione di goderci,
liberi da pensieri, passeggiando
in piena libertà il bel mattino
festivo, primo maggio dell’anno
novantasette in cui una primavera
serena per noi forse trascorre (le pagine non sono numerate, ma si tratta, qui, dell’attacco del poemetto e di versi di poco successivi).

Primo maggio nel Pineto diviene allora anche un lungo flash-back accorato, struggente, talvolta malinconico nell’adolescenza del poeta (la lunga sequenza dedicatavi è di commovente bellezza), e anche questo poemetto, come il libro di cui in precedenza, è vibrante di vitalità e di slanci, di sensazioni e di un riconoscersi appartenere a una comunità la quale anch’essa s’abbandona al sentire e al percepire la luce, gli odori, i diversi luoghi del Pineto, il variare del dì festivo, ché spesso sono presenti riferimenti agli altri gitanti incontrati, alle coppie di fidanzati e amanti che animano il luogo di gesti e di desiderio, ai compagni d’infanzia e d’adolescenza …
Primo maggio nel Pineto è pur’esso poemetto percorso da un moto perpetuo (in fondo, se ci si pensa, un corpo ha vita finché il sangue vi circola senza interruzione e attributo essenziale del corpo stesso è il movimento, per cui esistere è moto ininterrotto, e anche cambiamento continuo e attraversamento del tempo).

(…)

l’assoluta serena bellezza
del tardo mattino di maggio,
che perfetto per trasparenza
e chiarità ci viene regalato,
mentre infine noi siamo tutto
ciò che vediamo che sentiamo
e ricordiamo senza sforzo, solo
lasciandoci andare al ricordo,
senza intenzione come se leggendo
ci cogliesse un sonno improvviso,
leggero e breve ma al quale
non possiamo o sappiamo resistere.

Ma, in verità, il poemetto andrebbe letto tutto in sequenza, anche per cogliere e apprezzare il disporsi vasto e sinuoso della sintassi, la sua armoniosa complessità che perfettamente restituisce proprio la complessità di pensieri e sentimenti, un’architettura linguistica e compositiva che (e lo ribadisco anche qui) ben a diritto merita di essere chiamata carmen, proprio secondo l’idea latina del componimento lungo, anche solenne, saldo e complesso nella sua espressione metrico-prosodica e linguistica; perché non ricordare allora gli Charmes di Paul Valéry, per esempio, o i Canti leopardiani e, ovviamente, Verso le sorgenti del Cinghio o Presso la Maestà B. di Attilio Bertolucci? Dalessandro compone una poesia controllatissima dal punto di vista formale e proprio la forma sa dispiegarsi senza forzature, né sbavature o incertezze, accogliendo in sé ogni aspetto del vivere, percorrendo anche in questo bel libro l’arco che si dispiega dall’adolescenza, attraverso la maturità, verso la vecchiaia (significativo il trapassare dei tempi verbali dal presente all’imperfetto/passato remoto al futuro):

(…) A fatica scaleremo
l’impervio terreno gibboso
e secco ascenderemo gradini
di friabile argilla e di roccia
tra radici di sughero e querce
nane, ma in vista della strada
e dei palazzi, sul sentiero
finalmente raggiunto sospinti
dall’ansia usuale affretteremo
il passo, il passo come sempre
verso casa.

 

 

Sonetti dei destini 2

Louis-de-Broglie-au-tableau-noir, 1943

Louis de Broglie au tableau noir, 1943 (foto di Robert Doisneau)

 

La foto di Doisneau che ritrae De Broglie davanti ad una lavagna intento a cercare l’errore in una formula matematica e la foto di Wittgenstein che ha alle spalle un muro graffiato di mille scarabocchi (o segni? tracce? escoriazioni?); matematica è poesia (lo sapevano Pitagora e Platone e Pascal) : per Leonardo Sinisgalli.

Quanti orizzonti sui quali levarsi

ha la luna rossa in ripetute albe!

che nei taccuini e nella mente apparse

non monti profilano, né prunalbi;

          frattali incantamenti o matematiche

          lobačevskiane invece, subatomiche

          scansioni nel tessuto inapparente

          del tempo che parola poi sorprende.

 Macchine disegnare con pazienza

inconsutile e eguale a quella cura

della vigna, memoria, fuoco, numero.

          Una manciata rossa di monete

          giocate contro il muro degli Elisi

         (sacro campo di fave memoranti –

                                                    mormoranti).

 

swansea, 1947

Wittgenstein a Swansea nel 1947 (foto di Ben Richards)