Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

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Ricordando Gianmario Lucini

 

 

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Werner Bischof: “Lettura alla luce della candela”, Rovaniemi, Finlandia, 1948.

 

 

Per ricordare Gianmario Lucini pubblico qui su Via Lepsius la mia nota di lettura dedicata al bellissimo libro di Fiammetta Giugni Carmina Flammulae e che Gianmario, con la generosità che lo contraddistingueva, pubblicò a suo tempo sul sito della sua Casa Editrice, la CFR; considero uno dei tanti meriti di Gianmario quello di aver dato spazio e occasione di farsi udire alla voce rara e inimitabile della cara amica Fiammetta Giugni e scelgo di ricordarlo richiamandomi al suo amore per i poeti di talento.

 

 

Come tutti i libri di poesia riusciti e preziosi perché capaci di portare il lettore a ritornare spesso su di essi, a non accantonarli dopo le prime letture, Carmina Flammulae s’impone per l’immediatezza e la necessità della dizione poetica, per una naturalezza e spontaneità (ed esse non hanno nulla a che fare con una supposta e malintesa ingenuità o istintività, tutt’altro!) che sono frutto della quotidiana cura della parola, come se vivere ed esprimersi in versi fossero in Fiammetta Giugni tutt’uno: libro privo di compiacimento e di narcisismo, libro, ben s’intuisce, nato da una necessità profonda a dire, libro onesto, se volete in senso anche sabiano.

Comprensibilmente l’autrice si pronuncia in favore del silenzio e dice di sentirsi soltanto umile ricettacolo della Parola; ma non occorre essere credenti per amare questo libro: il senso religioso di amore e di rispetto per l’ambiente, per gli esseri che lo abitano, per il dolore degli umani appartiene a chiunque si senta figlio della terra.

La silloge va costruendosi come una sorta di monastero i cui mattoni sono le parole, come un eremo di silenzio e meditazione, come un broletto dal quale ha luogo la contemplazione; non ho scelto a caso i tre sostantivi in corsivo, perché tutti rimandano a una condizione esistenziale e spirituale e a una scelta di solitudine che, per apparente paradosso, è estremamente aperta al mondo. Mi sembra infatti che l’intera raccolta dispieghi una serie di polarità comunemente considerate inconciliabili, ma che invece il pensiero e la parola poetica sanno interconnettere affinché liberino senso: silenzio e suono della parola, solitudine e ascolto del mondo, io e alterità. Siamo nel cuore di un libro anticonformista e in lucida controtendenza: se la realtà che ci circonda è fatta di musica sparata ovunque dagli altoparlanti e fatta forzosamente ingurgitare non a persone, ma a clienti cui viene riconosciuta una parvenza di esistenza solo in quanto clienti, se la domenica consiste nell’amorfo ammassarsi dentro i centri commerciali, se le serate affondano nella demenza televisiva, Carmina Flammulae racconta il raccoglimento, la meditazione, il gentile sussurrare i propri pensieri sotto i quali tumultua però l’incandescenza del magma.

La prima parte, intitolata CANTI DEL MIO BROLETTO (ricordiamo che l’accezione principale di brolo e broletto è campo coltivato, orto, circondato da un muro) comincia con un testo posto tra parentesi, quasi a voler suggerire il sussurrare e il tendere al silenzio gravido però di pensiero: (… ho disposto un perimetro / di sassi e di rinuncia / nel luogo in cui ti attendo // quanto posso mi tengo / a ciascuna misura di isolamento / che abbia di un hortus clausus / la parvenza), pag. 14. La misura breve, ma classica del settenario sorregge metricamente un discorso scarnificato e denso, la clausura e il perimetro, fatti di sassi e di rinuncia, costruiscono uno spazio interiore di attesa – il pronome “ti” può essere oggetto di diverse interpretazioni, anche in base alle sensibilità del lettore. Un elemento che apprezzo è la musica discreta di questi versi, perché il silenzio può essere … detto solo tramite le parole e così si rivelano quelle discretissime e belle assonanze tra i termini perimetro-attendo-tengo-isolamento, mentre compare subito il sasso, la pietra, referente di una condizione volutamente spartana del vivere e radicata nell’essenzialità dei bisogni.

oggi la neve beveva la pioggia / e senza nessuna paura / cedeva il suo bianco / alla terra // anch’io vorrei seguire l’ordine del tempo / e sentirmi sospesa / fra coesa e dissolta” (pag. 16) dice la poetessa e in questo frangente farei notare l’uso assai parsimonioso delle maiuscole (rarissime in tutto il libro, assenti nei versi citati e questa è la norma generale) e la rarefazione quasi totale della punteggiatura, lasciando la scansione ai grandi spazi bianchi della pagina intorno al testo, allo scorrere dello sguardo durante la lettura da un verso a quello successivo e alla spaziatura tra le strofette. La lingua usata va da un italiano cristallino al latino, ancora a un italiano ispirato a exempla medievali e francescani, fino al dialetto valtellinese e i motivi sono, a mio parere, almeno due: parlavo di anticonformismo e controtendenza, ebbene il libro di Fiammetta Giugni rifiuta il calco del parlato, cerca una lingua capace di veicolare lo scavo interiore e l’attesa che marcano anche il vivere oltre che lo scrivere della poetessa – è una lingua elegantissima, condotta fino al massimo di significanza, perfettamente dominata nelle sue sfumature lessicali e sonore; altro motivo potrebbe essere la consuetudine con i testi religiosi e mistici sia in latino che due e trecenteschi, per cui posso immaginare che per l’autrice sia naturale, ovvio pensare ed esprimersi seguendo anche sintatticamente e lessicalmente le suggestioni che da tali letture le derivano: “alba / bell’alba / gutta de rosada / umor de veritate / destillatio rara // alba / bell’alba / immaculata et vaga / pagina clara / sovra la mia scriptura / de paga et pretio / a la mia notte oscura” (pag. 21). Eppure c’è tanto di più, come in ogni testo poetico che in sé sa raccogliere e da sé irradiare connessioni e richiami: penso all’aubade di tradizione provenzale, alla rosada (rugiada) pasoliniana e friulana (quindi forte è la presenza della tradizione romanza), ai mistici (San Juan de la Cruz citato esplicitamente, ma, credo, anche tutta la tradizione mistico-speculativa intorno alla luce e al buio, all’acqua rigeneratrice, alla parola e al silenzio, alla simbologia del seme e del fuoco); il vaga è anche il prediletto aggettivo leopardiano, mentre (suggestione platonica?) l’alba è la pagina che si dispiega sopra la scrittura, la quale ultima sembra essere solo imitatio della vera, quasi un venale prodotto della notte oscura appena passata.

 

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Luigi Ghirri: Capri, 1981.

 

I pruni, il fico (“verrà – dico al mio fico – / il tempo dei tuoi frutti / i più dolci dell’hortus // le grosse gocce del tuo sangue / avranno la mia riconoscenza”, pag. 19), il glicine (“c’è del buono lo sento / nell’ordine fitto / del glicine fratto di lilla / e rifratto di bianco” pag. 20), i gatti in amore, l’ape, l’equinozio, le stagioni e, sovrastante, la montagna, la grande, alta, splendida montagna e poi i muretti a secco sono gli elementi del paesaggio di cui è sostanziata la silloge. Proprio i muri a secco del broletto meritano contemplazione e un canto che si dispiega in sequenze spesso anaforiche celebrando l’artigianale lavoro di chi quelle pietre scelse, lavorò e sistemò; si tratta di pietre che vivono, in ognuna di esse si esplica l’energia della natura e del lavoro umano congiunti: “…e aprirsi / a una sola misura di terra / al vagito sottile / delle piccole teste di pietra / che la chiudono / per farla universale e unica” (pag. 36).

io vivo in presenza del monte / al cospetto perpetuo dell’alto” (pag. 46) iniziano i MADRIGALI DI MONTE che, richiamando la tradizione del madrigale amoroso, cantano il rapporto d’amore, appunto, con l’alto, con l’appello dell’alto e sono innervati da una meditazione sul dire: “ma io sono la lingua / del sodalizio / la destinata a dire / la madre feconda del nome // io sono la creativa della glossa a commento / la nota intonata” (pag. 48). La poesia di Fiammetta Giugni sceglie infatti il canto cristallino e privo di ermetismi: “posa sulle mie cose / nel tragitto palindromo / del scendere e salire / l’eco della cima silenziosa // e viene neve se ha da venire / e vento quando soffia / e quando sorge / luna // e quando viene / il vento / taglia la lingua nuda” (pag. 54), nel suo andamento meditativo, sempre attenta agli accadimenti naturali, nel suo itinerare “palindromo” di ascesa e discesa questa poesia fa pensare a certi testi di Anna Maria Farabbi (quelli di Solo dieci pani, LietoColle, Faloppio, 2009, per esempio) e alla simbologia del Carmelo, nonché a molte bellissime pagine di Adriana Zarri (Un eremo non è un guscio di lumaca, Einaudi, Torino, 2011). Ho citato testi affini per temperie spirituale e comune modo di sentire il mondo, anche perché la poesia di Fiammetta Giugni esplicita e vuole avere radici in un’esperienza esistenziale precisa, non si pensa come un assoluto a sé stessa bastante, aprendosi a espliciti richiami come nel verso “(…) quando mi racconto Zanzotto” (pag. 50). E anche chi è “affacciato alla riva di un’altra tradizione” (mi approprio qui di un verso della poetessa a pag. 51) potrà ben apprezzare la bellezza del canto (“c’è la ripetizione ossessione / di regola quasi preghiera / uno sgranarsi di idillio / che (per dirlo) / al suo suono / ne viene un profumo” pag. 20, ad esempio), la profondità dell’esperienza e della ricerca da essi veicolata, il voler fare coincidere esistenza e parola, il portare a espressione dubbi e battaglie interiori: “così ci amiamo: // nell’incastro perfetto / delle accezioni doppie // nelle simmetrie / delle tensioni opposte // con le scherme / ricostruiamo la pace” (pag. 53); e nei densissimi VERSI INCOMPIUTI SULLA FORMA DELLA CROCE: “a ogni voltar di pagina / convoglio la presenza / di tutta la mia apprensione / e di tutte le mie fiducie // è un dispormi al viaggio / sub signi crucis / unica protectione” (pag. 70). Dolore, sacrificio, corpo come crocevia sia della gioia d’essere al mondo sia della sofferenza connaturata all’esistere, corpo che ha in sé la forma stessa della croce, corpo che reca il seme della gravidanza e del parto, sguardo, guardare: sono questi i nuclei semantici del dialogo poetico della sezione, benché l’intera raccolta sia dialogo costante con “Vostra Assenza” (pag. 25), con il “tu” ch’è Dio (ma quest’ultimo termine non è mai, significativamente, enunciato), uno svolgersi ossimorico di opposti che cercano conciliazione, un forzare la parola e il verso poetico (“slogare” è verbo che la poetessa usa con definitiva e lucida consapevolezza del proprio poetare) per dire ciò che è arduo dire, in quanto travalica le possibilità espressive della parola stessa. In tal modo Fiammetta Giugni è ben dentro la ricerca poetica contemporanea che cerca nuove strade al dire dopo aver conosciuto e attraversato la crisi del sistema linguistico in quanto veicolatore di significati, portato di un periodo storico, sistema segnico. Nell’attenzione e nell’attesa, nell’interrogare continuo e nel guardare si spalancano non certezze e soluzioni, ma ancora interrogazioni e sguardi spinti il più possibile oltre l’ultimo orizzonte appena raggiunto, si spalanca una dizione che pronuncia la contraddizione e il paradosso: “penso sia troppo dura / la sostanza / per contenere il senso “ (pag. 62); “bisognerebbe arrivare al punto (e oltre) / senza più orecchi / e bisognerebbe avere il coraggio di guardarla / (la Forma) / ma come senza occhi” (pag. 64); “e come rispondo / adesso / alla risposta?” (pag. 66); “qui è rimasto uno scudo di parole / perché tu sei la lancia” (pag. 73).

 

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Cesare di Liborio: “Labyrinthos II”.

 

Nelle ultime pagine della silloge si colloca una lunga sequenza lirica dal titolo stupendo di ONTO- OROGENESI: “Camminavo, in alto, camminavo”; “ho scelto la pietà / scabra del sasso” (pag. 77); “essere sempre al centro / sentendosene fuori” ; “l’importante è osare / la dicotomia, osarla questa dicotomia” (pag. 78); “perché adesso è l’oggi, è il parto, l’atto di mettersi al mondo attraverso il connubio spinto fra l’anima e il Legno, fra il pensiero e la sua compagna Acqua” (pag. 80) – ho citato soltanto alcuni luoghi del componimento che spero ne suggeriscano la struttura come di un journal intime, come di uno snodarsi di pensieri legati spesso per asindeto e per semplice accostamento; vi si vuol rappresentare la nascita dell’essere che avviene attraverso l’atto medesimo del pensare e che somiglia a un sollevarsi verso l’alto di quanto in precedenza era sommerso. Non trascurabile è poi il motivo erotico, presente anche in altre parti della raccolta, il quale non è affatto paradossale o bislacco se si fa mente locale a molte pagine di letteratura mistica in cui le immagini e le metafore di carattere erotico dicono l’amore tra Creatore e creatura e non dimentichiamo neanche la rappresentazione berniniana dell’estasi mistica di Santa Teresa e di Ludovica Albertoni.

E infine EXITUS: “È già tutto dettato / un testo generato dal sotto / del titolo dotto or/mai detto / come fosse rimasto per ore, per giorni, / per cercini d’anni sospeso / in attesa / (…..) / e risuona / il concetto più puro // per similitudine oppure // per alto distacco” (pagg. 83 e 84). La poetessa considera sé stessa soltanto un umile tramite traverso cui la parola viene alla luce, ella è, appunto, una flammula, la fiammella/fiammetta che brucia d’amore per la parola, colei che si schermisce di usare un “titolo dotto” che, e questo viene detto con una sorta di rassegnazione, è “ormai” stato formulato, “or” ora pronunciato. C’è un mettersi al servizio della parola e della poesia in questo libro, un fare del mestiere poetico diuturno esercizio di ascolto e di attesa, proprio in tempi d’impazienza e di fretta forsennata e qui chiudo il cerchio: non c’è niente d’ingenuo o viceversa d’atteggiato nella pronuncia poetica di Fiammetta Giugni; mi piacerebbe addirittura sapere se sottintesa non ci sia la lettura di María Zambrano e penso alle pagine della filosofa spagnola in cui la poesia viene resa luogo privilegiato della speculazione e della ricerca filosofica; mi pare infine di riscontrare un amore per la bellezza che si esplica tramite la cura della parola quale specchio della bellezza insita nella natura.

 

 

Il pensiero. Nel bianco.

 

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La camera da letto di Giorgio Morandi a Grizzana (da una foto di Luigi Ghirri)

Come il monaco quando rinuncia a sé:
si fa carico del mondo
(vi si sottrae all’apparenza
ma soltanto per esservi inchiavardato
con nascosta forza tenacissima
di radice)
e la cella bianca di calce, il letto,
la pazienza e l’attesa,
un pane nel piccolo armadio quasi
vuoto –
come il bicchiere d’acqua sul piano
di legno mentre aspetta l’accostarsi
della bocca
e il rubinetto gocciante annodato
a fiumi lontani, acque di nivale
pazienza a levigare i sassi vitrei,
lo spazio e la storia,
una bottiglia di vetro che quieta
attende –
come il libro annotato a matita
segno su bianco, bianco nel silenzio,
reductio ad minimum, forse l’aroma
del caffè sospeso nel bricco vuoto:
stare come il guanciale sottovoce,
come nella ciotola l’elemosina,
come gli occhiali vicino alla radio
e lo specchio per radersi, il sapone,
la pazienza e l’attesa,
due sandali di cuoio sotto il letto,
invisibili

e l’intonaco morbido, solare
d’un edificio emiliano tramato
d’onestà, di serietà.

 

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Concatenazioni 6: campagne emiliane (per Luigi Ghirri ed Attilio Bertolucci)

 

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Luigi Ghirri, Cadecoppi dalla strada per Finale Emilia, 1986

 

1. Paesaggio lavorato, armoniose alberete lungo gli argini di acque placide, risultanze di plurisecolare lavoro, lavoro sfruttato, lavoro di lotta, terre della Resistenza, terre d’una speranza nuova, ora tradìta.

2. Fuochi in novembre s’accendevano sul limitare dei campi, ragazzini scendevano nei fossi per pescare, venditori di flauti salivano alle colline ed imbianchini-pittori prestavano i propri servigi in cascinali i cui muri sono stati levigati da esistenze contadine, di secolo in secolo.

3. Terre ferraresi, Delta e grande Bonifica, terre mantovane, parmigiane, modenesi e reggiane. Insieme, lo scrittore e il fotografo, in automobile o a piedi. Il Delta, terr’acqua del mito …..

 

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Argine Agosta, 1989

 

4. Altissima a toccare gli spalti del sole la torre sottile e altissima di Pomposa. Oggi bisogna immaginare acque, l’Abbazia un’isola fortificata dal suo fiume che le scorreva torno torno, fossato naturale a difesa in tempi violenti. Il Drago che San Giorgio rosseggiante trafigge nella tavola di Vitale da Bologna sarà sorto da acque improvvisamente furenti e nemiche.

5. Il cielo, immane impermanente pellicola, viene fotografato in 365 sequenze, tante quanto i giorni dell’anno solare, una per ogni giorno dell’anno. Ma fissare l’impermanente è illusione e questa consapevolezza salutare.

6. Terre arate attraversate da canali, casali di caldi colori, cappelle lungo la Via Emilia, stazioni di rifornimento sotto un cielo viola.

 

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Roncocesi, 1992

 

7. Poi salgono le campagne emiliane, si fanno Appennino. I tetti d’ardesia di Casarola e nella grande cucina d’una delle case il tavolo di massiccio legno su cui fu scritta, in parte, La camera da letto. Estati di guerra, poi di pace – sempre la poesia, fedele compagna.

 

Casarola

Concatenazioni 5: non-luoghi.

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Luigi Ghirri: Bologna, Tangenziale (1985).

1. Palazzine di cemento, gli orli dei balconi già sbreccati, stentatissimi alberelli assediati dalle cartacce nello pseudoviale. L’insegna pencolante di uno spaccio di generi alimentari chiuso da anni.

2. I viaggiatori in transito vanno a mangiare panini tra la recinzione semidivelta e i camion parcheggiati, bollenti di nafta e morchia.
Pochi centesimi nel piattino per la signora che tiene pulita la toilette.
Odore di fritto stantio dallo sfiatatoio del ristorante. L’autostrada lancia nel cielo bassissimo il grugnito dei motori.

3. Dei parcheggi multipiano: la luce sporca delle lampade perennemente accese dietro le loro griglie di metallo, la luce sporcata dal grigio del cemento, imperatore qui in questa provincia del sonno addensato nei motori e negli abitacoli vuoti, tutto è cemento a vista, segnato dalle spatole che l’hanno lavorato: le rampe che s’avvolgono su se stesse, i pilastri, i soffitti bassissimi percorsi dalle tubature antincendio.
Ossessivo il ripetersi dei cartelli di divieto.

4. Malinconia delle cose che giacciono dietro gli edifici: le grandi scatole dentro cui girano le ventole degli areatori del reparto di geriatria e i bidoni allineati per la raccolta differenziata; i nastri svolazzanti bianch’e rossi che vorrebbero impedire l’avvicinarsi alla scala antincendio mezzo divelta sul retro dell’edificio scolastico; il materasso sventrato e la sedia senza schienale, l’armadietto dall’anta sfondata e la bombola del gas esaurita che, da mesi, addossati nell’angolo del cortile posteriore del condominio, attendono di essere portati via, non ancora pietosamente sottratti a questo status di oggetti consunti ed espulsi dall’uso.

 

bologna via stalingrado 1985

Luigi Ghirri: Bologna, Via Stalingrado (1985).

 

5. Era solenne ed elegante l’atrio della stazione viaggiatori quando sulla linea ferrata transitavano i treni internazionali.
Ora non più: due convogli del trasporto locale al giorno.
I sedili di legno rimangono vuoti, le vetrate fattesi opache per la polvere mineralizzatasi nel tempo. Solitaria, ansante di tre o quattro lucine intermittenti, unico vivente il distributore automatico di bevande.
Vive l’anziana pazza, carica di buste di plastica colme di cianfrusaglie, accoccolata accanto al termosifone spento? Vive la mosca che testarda ronza contro la vetrata e non sa uscire da quest’immenso ipogeo? Forse in questo luogo vita è assenza, giacere in se stesse delle pareti e delle vetrate ancora leziose dentro le strutture art nouveau di ferro battuto.

6. il sole si è abbassato sotto l’orizzonte alla profondità di circa 6 gradi.

che noi chiamiamo crepuscolo civile (Marco Giovenale : In rebus).

7. I tir enormi mezzo infilati (in retromarcia) nel magazzino dell’ipermercato. Trasfusione delle merci da ventre a ventre, il primo su ruote che rullano ininterrotte la pelle della terra, il secondo di prefabbricate pareti, andirivieni dei muletti di carico e scarico. Introibo prima della cerimonia solenne (le merci ordinate sugli scaffali illuminati, offertorium per la vendita).

8. Le barene erose, i becchi delle gru-escavatrici fermi nell’aria (è domenica d’ipermercati aperti). Poco oltre le villette, ineccepibilmente eguali, un metro quadrato di prato davanti ad ognuna di esse. Un barbecue fuma.

 

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Un fermo immagine dal “Deserto rosso” di Michelangelo Antonioni.

 

9. Mandate a dire all’Imperatore che felicità è un pesco proteso al fiume;
mandate a dire all’Imperatore che luogo è là dove radica la memoria.

10. L’ininterrotta sequenza del guard-rail. Non si posa l’occhio su nessuna ruga di quella lamiera (non ne ha il tempo), su nessuna fessurazione, non vede l’occhio la ruggine che cola tra bullone e paletto. Lattine vuote e cerchioni smarriti, erba clandestina.
Se arrivano uomini in tuta arancione per la manutenzione nulla cambia nell’indifferenza riservata all’oggetto guard-rail. Milioni i chilometri di guard-rail su tutto il pianeta.

11. I vecchi paracarri di pietra, quelli su cui si sedeva tranquillo Manuel Fangio a veder passare le auto in gara (aveva distrutto la sua arrischiando un sorpasso in curva).
Non ce ne rendiamo mai conto: l’accumulo del capitale ci fagocita e surclassa: tempi eroici dell’automobile, quelli, ma era già in atto la transizione: strade alberate sarebbero state presto desertificate di quegli esseri sublimi, allargate e ricoperte di stese d’asfalto ch’isteriliscono la terra, offerte all’arroganza dei tir.
Le epiche gare soltanto paravento ed esperimento per la campagna di conquista imminente.

12. Edotto dei luoghi di transito (stazioni, corridoi negli aeroporti, palazzi amministrativi) Austerlitz esiste nella parola, nel suo raccontarsi. “Dice Austerlitz”: splendore di un raccontare anche ciò che i più non vedono, felicità del dire, del dirsi.

13. Quando Ai Weiwei posta sul suo blog le migliaia di foto a documentare la trasformazione di Pechino in nonluogo traccia lungo le rotte incontabili del web il grido di ribellione contro la barbarie politico-affaristica.
Quando monta mappe della Cina con legni recuperati dagli antichi templi distrutti sbeffeggia la modernità senza memoria.

 

 

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“Il deserto rosso”

 

 

 

 

Taccuino di Terra d’Otranto 3

L’albero 

1. Il pensiero deve essere ostinato come l’olivo che sopravvive alle calcinazioni della Canicola e alle erosioni della salsedine;

malleabile come la pietra leccese che può essere lavorata in diecimila forme;

tagliente come il filo e come lo scalpello quando cavano i blocchi di pietra;

accogliente come le cisterne d’acqua sotto la campagna estenuata dall’eccesso di luce;

fragrante come le immense foglie del basilico che spuntano dai vasi sui balconi e sulle terrazze;

esaltante come il vino rosso di queste terre, corposo e liquoroso;

sapienziale come i vigneti nei quali si entra, a perdersi nell’ombra loro. A perdersi:  Leggi il seguito di questo post »