Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Tag: Michel de Montaigne.

Breve saggio sugli oggetti inapparenti

 

 

È colma la nostra giornata d’oggetti e, alla lettera, non vediamo molti di essi, anche mentre li stiamo usando. Li usiamo, appunto, senza prestare loro attenzione, se non nel caso si rompano o manchino.
La bottiglia di vetro: al di là dell’enorme produzione industriale di questo contenitore, si dovrebbe talvolta riflettere sulla sua umile bellezza che, oltre a contenere l’acqua o il vino (o altra bevanda) si mostra, modesta e fedele, spesso sotto slanciata forma e capace di rifrangere la luce secondo gamme variabili, per cui sono la bottiglia e il bicchiere a convogliare la luce (elettrica o naturale) dell’ambiente, stabilendo strette relazioni tra vetro, liquido contenuto, luminosità circostante.
In verità non so se la chiave sia altrettanto inapparente, visto ch’essa serve per aprire o chiudere una porta o un cassetto costringendo il suo possessore ad accertarsi di averla con sé; essa è immagine privilegiata dell’aprire per accedere o del chiudere dopo essere usciti – in questo breve saggio desidero scrivere di oggetti che, proprio nell’atto di scriverne, sottraggo al loro status di cose fabbricate per un fine pratico, enfatizzandone la valenza simbolica e intellettuale: e allora associo qui la chiave alla soglia, ché solo quella chiave dà accesso oltre quella soglia se la porta è chiusa – come la scrittura che, in avvio, deve trovare la modulazione giusta per entrare nella pagina e attraversarla.
L’interruttore elettrico: in molte case ha funzione anche ornamentale, è stato scelto con cura quale parte dell’arredamento, spesso lo si pigia senza prestargli particolare attenzione – eppure partecipa anch’esso della funzione della chiave, permette l’entrata in una stanza ch’era buia o sancisce l’uscita da quella medesima stanza facendo appello proprio al buio. Spesso anonimi, addirittura brutti gl’interruttori nei luoghi pubblici, più attenti all’aspetto formale quelli delle abitazioni private, molto meno notati rispetto ad altri complementi delle pareti (quadri, poster, bacheche, eccetera), essi rimandano tuttavia la mia memoria agli interruttori della casa dei nonni: non riesco a non pensare con tenerezza e nostalgia al filo elettrico piatto e bianco ben visibile lungo la parete e il soffitto o a quegli interuttori con la placchetta di ceramica o di plastica fissati con quattro viti accanto alla porta, oppure a quegli altri dalla forma di piccole scatole ben in rilievo sul muro, spesso bianchi e umili; o, ancora, ripenso agl’interruttori di forma cilindrica per accendere e spegnere le lampade sul tavolino da notte: tutto questo rivelava, nell’antica casa, l’aggiungersi dell’impianto elettrico là dove l’illuminazione per decenni e per secoli era stata affidata a lampade a combustibile.
E le lampadine a incandescenza avvitate al portalampade in forma di cilindro bianco, in ceramica, spesso nudo nella bottega del falegname o del calzolaio, oppure schermato da un disco smaltato o da stoffa ricamata.
Il regno degli oggetti inapparenti richiede attenzione, giustamente pretende che la sfera intellettuale di ognuno abbandoni la superficiale attrazione per il vistoso e il macroscopico o la propria, cronica disattenzione: questo breve saggio sugli oggetti inapparenti vuol essere, a sua volta, uno spazio di silenzio e di riflessione, un atto di cura per quello che, pur inapparente, costruisce la quotidianità individuale e collettiva.
E che la torre di Montaigne sia riferimento costante: luogo di silenzio e di concentrazione, essa non ha significato affatto clausura e separazione dal mondo, bensì dialogo ininterrotto, traverso il pensiero, con il mondo: essayer, saggiare e tentare, esplorare, prestare cura e attenzione (ad-tendere).
Le fotografie di Wols: posate, bottiglie, pasti consumati a metà, l’inapparenza che viene a stagliarsi nell’epos d’oggetti chiari e distinti davanti allo sguardo della mente.
Le fotografie di Josef Sudek: interni dove la vita privata, normalmente celata agli occhi altrui, splende, invece, proprio nell’uso e, anche, nella contemplazione degli oggetti inapparenti – è l’accorgersi di essi e il soffermarsi a guardarli che li sottrae al loro banale, prosaico ruolo d’oggetti d’uso.

 

 

 

Breve saggio sul saggio

 

 

Avrei potuto titolare “breve saggio sulla felicità di scrivere saggi”, ma il titolo apparentemente tautologico e quasi claustrofobico mi serve per costruire un testo che, invece, suggerisca quanto necessario sia comporre un saggio che non abbia una tesi già precostituita da sostenere, ma che, appunto, saggi varie direzioni, riuscendo a diventare felice proprio nel momento (o nei momenti) in cui la scrittura è atto di scoperta, incanalandosi verso orizzonti poco prima inaspettati e insospettati.
C’è disperato bisogno d’una mobilità e d’una libertà del pensiero, d’una migrazione continua del pensiero da un territorio all’altro e, migrando, il saggio si sottrae al dominio del pensiero unico, attiva dentro di sé gli anticorpi naturali contro l’accademismo, il conformismo, il dogmatismo.
Si possono scrivere saggi solo camminando e viaggiando, solo mutando continuamente orizzonte, cercando connessioni anche lontane, mai fidandosi delle proprie certezze le quali, spesso, sono invece dei pre-giudizi che, saggiati, debbono poi perdere valore per condurre la mente a quella libertà (talvolta anche spregiudicatezza) di visione necessitata da un camminare saggistico non fine a sé stesso, ma conoscitivo.
Necessitata libertà: ecco, in quest’apparente ossimoro riconosco la nobiltà e l’efficacia del pensiero umano che esige una libertà non già precostituita e data, da conquistare e riaffermare, quindi, e, in ogni caso, necessitata dalla stessa natura dell’atto del saggiare il quale ultimo sarebbe, altrimenti, fatto puramente formale e nato già morto.
Il saggio quale lo vado esercitando su queste pagine è scrittura che parte dal desiderio di sviluppare un tema e che, quindi, va distendendosi sul foglio parola dopo parola, anche godendo del piacere di articolare le proposizioni, di scegliere i vocaboli, di architettare la sintassi secondo pesi e contrappesi, per variazioni e rimandi.
Quando do avvio a un “breve saggio” non so mai dove andrò a concludere, ma mi affido a un camminare sui sentieri della scrittura, ho fede nella forza associativa, analogica, inventiva delle parole, seguo concatenazioni tra luoghi, testi, ricordi, musiche…
La felicità del comporre un saggio risiede sia nella sua riuscita sia, semplicemente, nella gioia ch’esso può dare al suo estensore e al suo lettore anche per quello svincolarsi da generi specifici e nella sua migranza, piegandosi a molteplici metamorfosi. Il saggio nega, per sua stessa natura, ogni forma di monoteismo e di autoritarismo, è consustanzialmente eretico, discolo, incline alla sensualità e al paganesimo, al dubbio (ma non sterile né nichilista), all’ironia.
Il saggio come qui l’intendo è l’atto d’amore di Don Giovanni per il mondo (non conquista – lasciamo il catalogo a Leporello, il servo che banalizza e non comprende – ma amore e curiosità), il suo musicale corteggiare il mondo prima che la morte, l’ineludibile, chiuda il sipario, spenga le luci.

 

 

Lavorare a rasciugare: su “Luce che nutre” di Alfonso Ravazzano

 

 

 

Alfonso Ravazzano non ha fretta e pubblica con parsimonia i suoi libri, giungendo a questo suo più recente (Luce che nutre, Puntoacapo Editrice, Novi Ligure, 2016) dopo un lungo, apparente silenzio; l’hanno sottolineato in molti e anch’io parto da quest’assunto perché apprezzo molto un autore che si sottrae alla baraonda editoriale in atto e che, in netta controtendenza, scrive nel silenzio e nell’attesa, consegnandoci un’opera prosciugata – e uso un tale termine quale apprezzamento e lode da parte mia, perché lavorare a togliere, lavorare nell’attesa, lavorare senza fretta, ma cadenzando e concordando la scrittura con la propria esistenza, facendone dunque davvero espressione d’esistenza è raro e molto apprezzabile. Ma non voglio ingenerare l’equivoco che io ritenga la poesia di Alfonso quale espressione e comunicazione dei propri sentimenti o pensieri, ché questo equivarrebbe a fare al poeta un grandissimo torto e leggere i suoi testi in maniera limitante e scorretta – intendo dire, invece, che come ogni poeta di valore Ravazzano vive la propria esistenza in chiave poetica, filtrandola attraverso l’esperienza poetica che è linguaggio e presa di distanza, esperienza ritmica e scandaglio, assunzione dei fatti alla coscienza tramite forme precise e verbalizzanti. Se infatti sono esperienze personali (e comuni a ogni lettore) i punti di partenza dei testi, la soluzione in forma d’arte dice in maniera chiara di un lavoro inflessibile su linguaggio e stile, su metro e costruzione sintattica:

Come spingere il dolore senza sentirne il male
se tu appartenessi al delirio non all’istinto
se tu fossi l’approccio al coraggio non la paura

e invece cadevi sciogliendo la parte di te
che sgranocchiavi da dentro per diventare
un prurito un suggerimento all’estremo

ma l’angelo s’incaricò di lasciarti insonne
e amando il tuo sguardo lo sorprese.

Il “tu” instaura un dialogo, un “tu” che il lettore deve, di volta in volta, discernere se identificativo dell’autore stesso (soliloquio), se dell’amata, o di una qualche altra persona che Ravazzano chiama in quel momento in causa:

Tu potresti colorare le mie intenzioni
con i profumi e gli odori che il mondo
scalzo ai nostri piedi ora ci contiene
e saresti un’invitata speciale, il tatto
su cui sradicare i brandelli del tempo
quel tempo spugnoso che abitiamo
commensali di un rito, di un presentimento.

Invito chi stesse leggendo questo mio “attraversamento” a non trascurare la bellezza e la pregnanza del distico in clausola finale (“quel tempo spugnoso che abitiamo / commensali di un rito, di un presentimento”), dal momento che esso conferma quanto serio e solenne sia l’esistere per questo poeta, quanto appartenente a una sfera religiosa e comunitaria (non necessariamente istituzionalizzata) l’esperienza esistenziale e intellettuale: il “rito”, nella sua solenne ripetitività e cadenza, innalza un atto alla sfera del sacro (ribadisco: da non identificare necessariamente con una religione specifica, ma, qui, spesso, se mi è consentito dirlo, tale sfera è “a-teologica” e “laicamente” religiosa), il rito implica un superamento del fatto puramente e limitatamente materiale e dà accesso a quell’atto conoscitivo che consente di mettere in relazione vita biologica e pensiero, storia e ciò che sta oltre la storia, quotidianità e atemporalità. Essere commensali di un rito e di un presentimento libera l’io dalle proprie prigioni, lo rende partecipe della cerimonia del vivere, lo riscatta dalla dimensione mercantile, banalizzata, banausica cui il vivere viene spesso costretto.

 

 

E uno dei cuori pulsanti del libro è identificabile nel testo a seguire:

Lasciati pigrizia e lamenti inventai
una forma nuova di dolore generando
un cuore artificiale di parole

il libro aveva il colore della luna nuova
le pagine la magica consistenza della quiete
ed ogni verso l’eleganza del buio

leggere non era importante serviva a
tenere le mani occupate per osservare
quanti respiri diventavano sentenze

la posizione del corpo era una frusta
gesticolando ogni movimento chiese
al proprio io quale dolore liberare

non credo sia goloso mangiare il
proprio vizio lasciare qualche dubbio
allo sgambettare incerto di un torto

ma tutto si schianta dietro la spalla
destra o sinistra non ha importanza
resta un bersaglio colpito

il libro a questo punto si scompone
le pagine perdono luce s’imbrogliano
fra loro le parole diventano schiave

gorgheggio questo passaggio di tempo

È qui, detto di gran lunga meglio di quanto non abbia saputo fare io, qui è l’identità del libro e del poetare di Alfonso Ravazzano, espresso con lo stile rasciugato che gli è peculiare, costruito con movimenti d’enjambement e con raggruppamenti strofici che sono il “gorgheggio” finale, coincidenza di tempo (dire un testo è, anche, tempo che trascorre e tempo organizzato in accenti e versi e strofe e spazi bianchi) e stile (stile è scelta dei vocaboli, loro accostamento, invenzione di un ritmo); il testo è, inoltre, movimento, “cuore artificiale di parole” che s’aggiunge al muscolo di carne il quale permette la vita, ma è evidentemente il “cuore artificiale di parole” che dà vita alla coscienza e all’espressione di tale coscienza – e, mi sia consentito aggiungere, non si tratta di una coscienza banale e prosaica, ma poetica perché inventiva e perché immersa dentro il tempo da cui essa riceve ritmo e cui essa dà ritmo.
Avete bisogno di una controprova? Eccola:

Quello che vorresti essere del pavimento
è la sua memoria la rumorosa intermittenza
passi e trapassi – tu che rimani presente

torno a quando disegnavi i miei sogni
il peso delle cose è come acqua incustodita.

Notiamo infatti come il breve testo s’inchiavardi su vocaboli e su forme verbali (“intermittenza”, “passi e trapassi”, “sogni”, “peso delle cose”) che, inseriti nelle unità ritmiche e significanti delle proposizioni e dei versi, trasmettono l’impressione di questo cercarsi reciproco del tempo del mondo e del tempo del dire poetico.

 

 

Articolato in quattro sezioni (L’io dei miracoli, Avrebbe goduto il dolore, La vibrazione di un sentimento inespresso è chiusa nel suo nascondiglio – a Dada, Sincronie) Luce che nutre accoglie molti testi che recano una data in calce, ma spesso si tratta di date, all’interno della medesima sezione, molto distanti tra di loro, per cui si può pensare a un ordine temporale interiore e psicologico che supera la banalità del calendario per diventare sequenza temporale di un rito, appunto, e di un disporsi della poesia su piani contigui, o conflagranti, o allontanantisi – oppure è lecito sospettare l’esistenza di altri testi che l’autore ha poi espunto dal libro, lasciando soltanto quelli sopravvissuti all’impietosa revisione :

La parola consuma
non sono niente
albero di primavere
che la bellezza aggiunge
a chi la cerca ancora

non sono, non ora
abito soltanto le strade
che diventano macchine moto
aeroplani

e l’istinto è un volo
fragile nei bordi
e nei contorni
simile a quella luce
che appare sulle lacrime

gli occhi hanno dolore
e granelli di vento

 

L’aria dalle zanzariere passa ubriaca
il fumo di quattro zampironi serve a soffocarla l’aria.
Ma in questa notte tanto limpida da vederne i germogli
conto senza fare fatica i respiri dei cani
li osservo mentre prendono fiato
a pieni polmoni.
Ritrovo l’origine del buio
negli ornamenti alle finestre socchiuse
ogni poro di vita è nella nudità
di questa terra umida e seminata.
La stanchezza è un fiato caldo
il dolore fisico un vagito lento
a bassa voce ai piedi del mio corpo

tutto rinasce nella pazienza dei brividi.

Infatti Alfonso dice di sé stesso:

Sono un pescatore di polvere
amo il silenzio prima e dopo la cattura
amo la paura…
La lenza è un passamano di sporcizia
abito la parte nobile dei deboli
e questo mi permette di rinascere

Muovo la trasparenza del filo
e ne riavvolgo gli umori

Il contatto fra la preda
e l’ inganno.
16 06 2015

Non c’è nulla della “poesia ombelicale”, come si può constatare, pur nella presenza dell’io i versi che abbiamo appena letto testimoniano una tensione esistenziale e, ancora, una rasciugata posizione etica che fa dell’esperienza personale scandaglio, non fulcro, interrogazione, non autocontemplazione, attitudine conoscitiva, non narcisistica chiusura. E il dolore, termine ricorrente in questa prima parte del libro, dischiude tutta la sua presenza nella sezione susseguente, dedicata all’agonia e alla morte della madre del poeta; riporto il testo incipitario:

Tanti si ricordano il primo respiro
o il dito in gola dell’ostetrica
pochi l’odore del primo sangue.
Mia madre scoperchiò la sua anima guardiana
e si nascose in qualche parte del mio stomaco.
Provai ad osservare la luce che morbosa
mi raccolse oltre il cuore del sonno.
23.03.2000

 

 

Confrontarsi con la malattia e con la morte della madre significa infatti confrontarsi con la propria origine e con la propria stessa morte; e in questa sezione del libro Alfonso raccoglie testi di geometrica perfezione e coraggiosa visionarietà e voglio dire che quello ch’egli scrive, partendo da una realtà inoppugnabile e ineludibile, si fa, nella scrittura, visione sapienziale, comprensione dei fatti e dei loro significati per intellectum et per sapientiam cordis – non c’è appello a una fede, a una trascendenza, ma tale sapienzialità s’esplica nei termini del linguaggio e degli accostamenti d’immagini, parte dall’umano e rimane entro l’orizzonte dell’umano, avvicina regioni di pensiero e di percezione emotiva apparentemente remote tra di loro, lavorando a rasciugare tocca il nervo scoperto, la carne dolorante:

Potevo vedere nostra madre
stringersi negli occhi saturi
di lacrime.
Dentro nascondeva quel latte
che mi riempiva la bocca.
Ho sempre cercato di toccarlo
quel seno bianco.

A pianoterra il macellaio
metteva in un vassoio d’acciaio
il prezzo alla carne tritata.
21.01. 04

E dopo la morte della madre? Scrive Alfonso Ravazzano:

(…)

il suono rende devastante il mondo dei vivi
lo assorbe come fosse una spugna asciutta
e una volta bagnata la strizza per vederne
i segni della trasformazione per vederla
nel suo limite nel suo ultimo fine

questo è il dolore che aspetto…

Conferma in tal modo il poeta di stare seguendo un itinerario di piena consapevolezza sia emotiva che intellettuale che esistenziale tout court:

Avrebbe goduto il dolore
da una traccia a colori
di ombrelli fissati su un
quadro sonoro di corpi

fosse soltanto una stanza
a disagio con i fiori sui bordi
ma il tempo s ‘inchiodò
in geometrici incastri visivi

ecco come mi avrebbe goduto
nella metodica del pianto
e lasciò cadere il suo velo
appena uno sguardo distante.

Si arriva allora a un testo di deflagrante, dolorosa bellezza:

Dopo
accostate le pareti della terra
mia madre s’ addormentò
senza bacio, senza calumet.
Misi una cipolla sopra la sua schiena
e l’osservai.
Il tempo mi apparve come un virtuosismo
in continua mutazione.
Presi la cipolla, mi scivolò dalle mani…

È lei, mi dissi che riserva sorprese.

È un altro “cuore artificiale” del libro questo testo, luogo che spalanca abissi di senso semplicemente traverso una schiena e una cipolla, ma vedete da voi che cosa riesce a fare la scrittura di un poeta quando forza della dizione, solidità del linguaggio, potenza metaforica e immaginativa si ritrovano tutte nello stesso punto-cuore…
Ovviamente questi testi sono anche memoria e rattenuto pianto, le parole alludono al corpo, dolorante e presente della madre e al corpo solidale e fremente del figlio:

Avrei voluto essere il tuo dolore
quello che s’incarna e implora
quello scorticato senza paura
perché ho imparato che il dolore
fra lo stomaco e il ventre respira

il tuo dolore è un viaggio certo
partenza e ritorno hanno il biglietto
affrancato…

Qui c’è il corpo filiale che avrebbe voluto diventare il corpo materno ed è Leitmotiv, questo, pur espresso con discrezione estrema ed estremo pudore, che mi pare porti il libro ben oltre l’abusata tematica del lutto per la perdita della madre (o del padre e, a mio avviso, sono ormai troppi i libri in circolazione che hanno al centro questo tema); Alfonso Ravazzano, riconoscendo nel corpo (e lo vedremo anche più in là, in un’altra sezione di Luce che nutre) il luogo privilegiato, così terrestre e rituale del rapporto tra due persone, riferendosi al corpo senza ricorrere alle immagini (anche queste abusate ormai) della visceralità e della carnalità più ovvie, ma con la sua consueta elegante asciuttezza, dona forza persuasiva e valore al suo libro, anche perché la luce nutriente potrebbe essere il corpo stesso e il suo dolore, l’impossibilità di sottrarsi al dolore in quanto esseri viventi – per cui il libro viene a essere pure un atto d’accettazione del vivere nella sua totalità (cosa non del tutto scontata, se ci si riflette meglio).

Ai piedi del tuo letto in ospedale ti recitavo poesie
i tuoi occhi erano zolle di una terra
seminata di rado.
Oltre la finestra immaginavo il mare
e mille barche legate in attesa di vento.
Disegnavo gusci perfetti di sogni
mentre i pescatori rimanevano curvi
sulle reti.

La madre capace di generare appartiene anche al ciclo della natura, all’universo dei viventi (la sabbia, di cui è detto nel testo che invito ora a meditare, è elemento ricorrente nel libro, presenza legata senz’altro all’acqua e al mare, materia granulosa intrisa di sale ricettacolo di vita e rimando alla “cenere” del corpo mortale, luogo contemporaneamente – e non è, si badi, una contraddizione – dell’aridità e della fecondità):

La tartaruga scava nidi
nella sabbia per depositarne
le uova e diventare madre.
Se ogni cellula vivente
riuscisse a non respirare
sentirei il rumore del guscio
che raggiunge la sabbia.
05. 01. 04

L’ho ritrovato
coperto da un tessuto sfibrato
quel bottone bianco che presi
dalle mani di mia madre.
Era nascosto fra quelle cose
che vorresti dimenticare
ma che non puoi – anche l’odore
fa male – rivestito d’umano.
13. 01.04

Quello che nasce fra le tue mani
e lo scrittoio è come una scodella
di riso e latte.
Sei una coperta di vento
dentro al sonno della luce.
Il nudo alfabeto delle lettere
il loro senso e dissenso
si allineano su quel foglio
che non vuole essere scritto.
Le parole non hanno ubbidito.
01.04.04

Se tornerai
sarai sorriso vento presenza
di un vecchio diventato bambino

ma non sarai il suo odore
il suo acciacco e il suo bastone
tieni il tuo coraggio come una reliquia per mano

Se tornerai
sarai il passato che diventa presente
sarai il rumore fastidioso delle indifferenze

ho studiato la provocazione il legame
fra cose e cose fra preghiera e scongiuro
mentre la porta s’ inventa un rumore

due giri di chiave aspetto soltanto
due giri di chiave.

 

 

La sezione successiva raccoglie poesie d’amore; leggiamo la seguente:

Sarai un piccolo disguido
nell’acqua come allora.
L’impressione che davi
era racchiusa in un respiro di seni

nuda e dilatata in ombre sottili
eri nella superficie dell’occhio la vita
ma la bellezza era un movimento
tuo soltanto.

Ancora una volta il corpo si fa sinonimo e immagine di vita, unendosi qui alla bellezza e all’eros – faccio notare la brevità del testo, la significante laconicità delle espressioni, il denso portato delle immagini.
La nudità, solitamente attribuita all’intero corpo, nel testo a seguire riguarda il viso; così scrive Alfonso:

Quando nudo è il tuo viso
dentro ad una luce d’acqua
e i tuoi occhi dipingono
lo specchio succulento
dei tuoi sguardi

allora ti osservo
ma lascio che sia
il tuo corpo
soltanto quello
la comprensione del mondo.
2003

L’acqua, altro elemento ricorrente nel libro (e qui più specificamente il prendere il bagno) l’acqua è luce e lascia emergere il viso dell’amata che è, appunto, “nudo” – è nudità nei confronti del mondo, disponibilità ad accogliere il mondo, e anche assenza di maschere, velature, nascondimenti.
Spesso queste composizioni sono costituite, dal punto di vista sintattico, da un unico periodo, da un unico movimento musicale, l’articolazione affidata ai versi e ai salti strofici:

Chiedo di moltiplicare
la tua voce in voce
appena puoi giocarmi
essere aquilone e vento
labbra d’onda e sabbia

vivere come rito di vendemmia
per averti in grappoli e vino

decanta la mia sete e riposa

chiedo di avere vena
per aggiungerti sangue
rinvigorendo il calore
della tua carne nel mio pane.
25.10.1999

Qualche testo più in là ecco riproporsi la dialettica maschera/corpo:

La maschera del corpo
nascondeva l’innocenza,
il peccato esemplare.
Ogni destino possibile
era nella struttura delle
sue labbra che un’ombra
vulnerabile plasmava.
Ho cercato di amarmi
per amarla oltre il bisogno.
Nel suo disordine eccessivo
riusciva ad accatastare ricordi
mentre la guardavo abbandonarsi
nel suo cappotto preferito
e non riuscivo ad osservarla
senza morire ogni volta.
16.04.04

L’amore è struggente, l’espressione, pur controllatissima, sa far percepire l’empito della passione amorosa e del desiderio; amore che pone la questione dell’origine e che, in tal senso, riconferma l’idea del rito su cui ci soffermavamo poco indietro – ma non si trascuri di prendere in considerazione il ruolo fondante e, appunto, luminoso del femminile nel lavoro e nell’esistenza di Ravazzano (la madre e l’amata, certamente sapienti sacerdotesse del rito della vita):

Vorrei inventarti all’origine di tutto
come se nulla fosse mai stato
il nulla ha creato lo spazio oltre
si resta avvinghiati

Il cigolio dell’onda mobile
sui sassi a filo d’ombra
l’infinito piacere della sabbia
che diventa bocca, rete di spago

nella genetica del colore
si nasconde il segreto
delle farfalle.
02. 01. 04

 

 

Nelle sue ultime pagine il libro torna alla madre e al padre, ancora alla meditazione intorno all’origine e alle discendenze (e ascendenze) del sangue:

Potrebbe uscire da un cassetto
il giorno in cui morirò soffocato:
un cassetto di legno, quadrato
nel mobile più austero che mia madre
abbia mai posseduto.
Al suo interno ho anche dormito
fasciato da panni di lino.
Viale Rimembranza, ora di cena, mio padre
apre il cassetto sfilando senza grazia
una canottiera bianca
che profuma delle cose che siamo
mentre il cotone sul suo corpo
torna pianta, con le foglie, i fiori giallo-chiari
e quel frutto a capsula che s’apre
liberando semi avvolti da una peluria bianca.
Come se la vita non fosse che un tessuto filato
dove rimaniamo fasciati, cuciti.
31. 12. 02

I dati biografici, rasciugati fino all’essenziale e al solo necessario, disegnano un itinerario di apprendimento dell’esistere, visto che Alfonso Ravazzano sembra praticare, anche per il tramite della scrittura, l’antichissima arte della ricerca della saggezza, arte in disuso e sbeffeggiata se se ne osa parlare, senecana e, scorrendo lungo i secoli, arte di Montaigne e di Pascal, per giungere ad alcuni grandi nostri contemporanei come Simone Weil e Cristina Campo – la saggezza compiuta sfugge continuamente, ma il poeta non cessa di praticare la sua “decenza quotidiana” né di consacrarsi al suo itinerario conoscitivo.

Conservo un vecchio portasigarette
in pelle, misurato nella forma, scarno.
Prevedo di tornare in tempo
disse mio padre – sarà giorno
e sconsolato chiuse la porta.
La pazienza diventò ostaggio della pena;
avevo occhi grandi ed una testa a riccioli.
Dimmi se passare sul dolore
è opera di pochi – non mi rispose
teneva sempre in bocca un odore
di tabacco masticato.
Forse frugherò nel portasigarette
per conoscere al tatto un senso
corrisposto dal lontano impeto
di una memoria ostinata.
Ringiovanisco piano, lui mi sente
zampettare sulla terra grassa.
Luglio 1997

Il libro si chiude con altri due testi-cuore artificiale e mi preme molto sottolineare il legame che l’autore istituisce con il grano e con l’albero, componendo due liriche d’indimenticabile forza, una forza benigna e mite, tipica di chi pratica l’umana arte della ricerca di senso e dell’interrogare sé stesso e il mondo, senza assoluti e senza preconcetti, senza dogmi e senza a priori:

Dove scendeva la brina
i treni non passavano

per non fare rumore
raccoglievo un silenzio di grano.
19. 11. 2001

Ero l’albero, il monologo delle spalle
che ogni uomo perde o attende
decifrandone l’ombra. Ogni foglia era una testa
un percorso nascosto – piedi e mani. Un divisorio di rami
mentre esploravo le schiene e il concime prima dei semi
avvinghiato ad una corteccia che in fondo
segnava una vita.
Maggio-luglio 2004

 

Tutte le immagini che corredano l’articolo illustrano sculture di Giacinto Cerone.

 

 

S’addensano voci

 

Alberto Burri: Cretto Grande Bianco, 1982.

 

 

(MONSIEUR DE MONTAIGNE FA VISITA
AL SIGNOR TORQUATO TASSO
RECLUSO A SANT’ANNA)

Porto la neve nella mia borraccia
di pellegrino, negli occhi il fiorire
dei roseti in riva ai laghi,
nella mente la lingua italiana
amorosamente appresa per leggerVi,
con Voi conversare.
I sassi del chiostro
ora scuotono il torpore se recitano
figure offerte all’estro della luce,
l’olmo grande sulla facciata d’ocra
annoda i conversari.
Renderò
grazie per la vostra visita, amico
nell’infermità subdola di talpa
che mi buca il petto: mi parlerete
di libri, anche del viaggio, anche d’immagini
catturate scendendo lungo terre
sognanti
e i vapori bizzarri del fantastico?

Non è dunque spenta la poesia
come non spenta è l’alba quando batte
alle finestre.
Ancora ho negli occhi
le alberete (cadenzano il cammino,
aeree trasparenze dell’aria:
con dolci cenni invitano il viandante
a meditare) poi dall’acqua sorge
specchio dentro specchio una città, ninfa
luccicante che chiama.
La sequenza
dell’archeggiato a Sant’Anna echeggiando
l’italiano con movenze francesi
del pellegrino dà contezza d’una
e di più d’una marezzata andanza
che rompere vorrebbe il cerchio ferreo
della melancolia.
Come giustificare il catatonico
torpore d’uno spirito guerriero,
al dolore già aduso, alla lotta?

Il potere dei prìncipi insozza
tutto quello che tocca, poi sbeffeggia
e dileggia la nostra dignità.
Lo so: i muri suppurano qui ovunque
orecchi e occhi di spia – ma io sono pazzo.
Rinchiuso qui: pazzo.
Evapora lunga
la voce della tortora che voli
tesse tra dentro e fuori, buio e luce.

L’arte Vostra per vortici di canto
leva alto il nome Vostro – lo sapete?
L’umor melancolico Vi conduce
a disperare, a rinserrarVi, solo.
Poeta foste in tempi d’amarezza,
Poeta siate in tempi di carestia.
Vi prego. Necessaria la parola
Vostra.
Sprofonda lo stanzone immane
nel crepuscolo che le ombre confonde
dell’Italiano e del Francese, insieme.

 

I PONTI DI PARIGI

Sto guardando Parigi, la città sul fiume, dall’ampio terrazzo dell’Institut du Monde Arabe. La facciata dell’edificio, bianco ricamo che ricorda le finestre di merletto di Sana’a e i manoscritti arabi medievali, s’innalza alle mie spalle in dialogo con la nave di pietra dorata ch’è Notre Dame – da questo luogo di Parigi si è infatti alle spalle dell’Église e si vede bene la Senna dividersi per abbracciare l’Île Saint Louis e l’ Île de la Cité.

Rifletto sul concetto e sull’immagine del ponte, mi dico che Parigi è la città dei ponti e mi soffermo a considerare se anche l’Institut du Monde Arabe non sia, per esempio, un ponte. Trovo il nome stesso bellissimo: Istituto del Mondo Arabo (confesso che mi piace molto di più ridirmelo in francese: Institut du Monde Arabe, perché ho l’impressione che la sillaba nasalizzata “on” dilati il suono, la cadenza finale “aràb” ne suggelli solennità e vastità) e m’affascina quel “monde arabe” che suggerisce un intero cosmo, variegato, vastissimo, ancora in gran parte sconosciuto a noi Europei, un sistema stellare dentro cui navigare e pianeti sui quali discendere in esplorazione. E nel cuore di Parigi l’Institut dialoga con l’ Église – la cultura araboislamica con l’Occidente.

Malgrado questa premessa mi torna alla mente una poesia di Cristina Alziati in cui viene ricordata la ratonnade (la mattanza dei topi) da parte della polizia contro i manifestanti algerini: “Ne riconosco i volti, furono assassinati / buttati morti o vivi nella Senna, / li chiamavano ratti, è ottobre, sono d’argento” (Adesso, vv. 16-18 in Come non piangenti, Marcos y Marcos, Milano, 2011) – eccoli i ponti di Parigi: costruiti per unire, offesi dagli stivali chiodati dei nazisti, di nuovo liberi, poi macchiati col sangue sparso da una nazione che pure nella mia mente ancora significa libertà e civiltà. Ma nuove ratonnades vengono perpetrate nell’indifferenza generale o nell’indignazione di facciata nelle acque meridionali del Mediterraneo.

Mi sarebbe piaciuto vagare per Parigi in compagnia di Leonardo Sciascia e farmi mostrare da lui i luoghi di Voltaire e di Diderot; ci saremmo seduti ad un caffé ed egli, fumando l’ennesima Benson, avrebbe citato a memoria passi di Montaigne: devo allo scrittore siciliano quest’idealizzazione della Francia illuminista e rivoluzionaria che resiste in me malgrado la consapevolezza che anche quella Nazione ha vissuto ore buie e vergognose, si tratti del regime collaborazionista di Vichy o della guerra d’Algeria; ed amo una foto di Ferdinando Scianna che ritrae Sciascia alle Tuileries davanti alla statua di Voltaire.

Adesso sto guardando il Petit Pont che dal sagrato di Notre Dame conduce al Quartiere Latino: immagino Roland Barthes avviarsi verso il Collège de France ricapitolando nella mente i passaggi della lezione prossima ventura (l’haiku, per esempio, le sue fantasmagoriche proprietà – e Roland Barthes lentamente scavalca i ponti di Parigi, i ponti tra semiotica e letteratura, tra filologia e strutturalismo, a piedi, sempre a piedi come già il maestro Basho che, lentamente, attraversa i medesimi ponti che Hokusai avrebbe poi dipinto).

Walter Benjamin avrà preferito, mi piace immaginare, il Pont Neuf per raggiungere la Bibliothèque Nationale, col vantaggio di dover costeggiare il Louvre e considerarne gli schermati finestroni dietro i quali il pensiero flâneur vaga, divaga, girovaga. “Bonjour, monsieur Baudelaire, comment ça va?” e anche il libro è un ponte: tra me che lo leggo e te che l’hai scritto – talvolta il libro sa annullare la distanza temporale. Anche i passages sono ponti tra boulevard e boulevard, tra chi guarda e la merce nelle vetrine, tra il tempo del passeggiare e il tempo della città, tra il tempo dell’ozio e quello del lavoro.

Il Pont Saint Michel per Italo Calvino quando s’avviava verso Saint Sulpice e il Luxembourg (lo accompagnava talvolta Georges Perec): la luce e il silenzio di Saint Sulpice hanno la leggerezza del divagante pensiero, lo gnomone che attraversa il pavimento segno tangibile dell’architettura dei moti planetari e stellari, le canne dell’organo anch’esse geometria della bellezza. E ai Giardini del Lussemburgo la vasca dentro la quale i bambini spingono e guidano con il telecomando velieri in miniatura: da riva a riva. Calvino è l’inventore di un suo peculiare Marco Polo: anche Venezia è ovviamente città di ponti: quello dell’Accademia, risonante legno, elastico, dello stesso legno dei pali catramati su cui poggia l’intera città è il mio preferito. Lo percorro lentamente (sempre vanno attraversati lentamente i ponti), entro in Accademia, si dirige la mente verso una delle prime sale, si ferma davanti ad una piccola tavola, s’inoltra dentro La tempesta di Giorgione, segue la riva del fiume, scavalca il semplice ponte di legno che immette nella città in lontananza: potrebbe appartenere di diritto al novero delle Città Invisibili oppure ideali: l’Alessandria dove l’Ellenismo intesseva una cultura universale: Jena dove la poesia e il pensiero sembrarono sul punto di trasformare il mondo: Timbuctù, la città sulla via carovaniera, la città che ha stanze ricolme di manoscritti e custodi che lottano con la sabbia e la dimenticanza o contro i predoni e i contrabbandieri affinché quei manoscritti (bellissimi) vengano preservati.

E ancora altri ponti non parigini: Ponte Sant’Angelo – Ponte degli Angeli (gli ἅγγελοι , gli inviati, i messi) gli scolpiti in anni che ci stanno alle spalle e tutti i Romani e non Romani che sono passati da lì (Anna Magnani frettolosa in un giorno di pioggia? e i miei genitori in luna di miele? e Amelia Rosselli appena giunta da Londra? e tutti i gabbiani che risalgono il Tevere, si sparpagliano sul biondo fiume, lanciano gridi tra le ali degli Arcangeli). Sul Ponte il Bernini osserva i madonnari comporre immagini della Vergine con sabbie finissime e colorate: accade ora e accade perché lo scrivo e perché ho bisogno di scriverlo impadronendomi del pensiero berniniano mentre studia l’estasi di Santa Teresa e di Ludovica Albertoni, mentre mangia – non respira: mangia – la luce singolare di Roma, l’ocra dei palazzi, l’andanza sospesa sul fiume: da una riva: all’altra – è quella sospensione l’estasi, camminare senza camminare, come soltanto il pensiero sa fare – pensare è l’estasi, poi farne dialogo, poi le due rive congiungere. Ponte tra le due rive. Per questo bombardano e distruggono il ponte bellissimo di Mostar: offendono il simbolo visibile del dialogo e dello scambio.

Ma il ponte sul Bosforo, eroico di slancio, unisce Europa ed Asia nel difficile convivere delle genti islamiche e di quelle europee, la cupola di Santa Sofia sembra un astro che sorge dal cuore vivissimo della città, plenilunio in pieno giorno, promessa di riconciliazione. A Leonardo venne commissionato il progetto di un ponte sul Corno d’Oro ch’egli concepì ardito ed altissimo perché scavalcasse con un’unica campata quel braccio di mare; troppo ardito per l’epoca, forse.

Santiago Calatrava, altro costruttore di ponti (e di stazioni ferroviarie), non a caso è uno Spagnolo che avrà quarti di sangue arabo e quarti di sangue ebraico nelle vene. Lo immagino seduto davanti al computer a manovrare il programma CAD per i suoi progetti, ma è la mente il ponte più vero e il ponte è unico slancio, come quello sul Guadalquivir a Siviglia o come quello di Venezia – forse il ponte è utopia, scavalcare la separazione, erigere le campate del varcare, dell’andare-al-di-là. L’immagine e la simbolicità del ponte è così determinante che sulle sue spallette vengono esposte le teste degli uccisi secondo la suggestione che ricavo da Franco Fortini nel Canto degli ultimi partigiani in Foglio di via (Einaudi, Torino, 1946): “Sulla spalletta del ponte / le teste degli impiccati / nell’acqua della fonte / la bava degli impiccati”.

Praga, Ponte di Carlo: porto con me Una notte con Amleto di Vladimir Holan e mi sforzo di non fare caso alla rumorosa folla di turisti che guardano ma non vedono, automi che camminano ma non avvertono il ponte sotto di sé. Per quanti anni non riuscì il poeta alla luce di Praga, rinchiuso nel volontario esilio della sua casa sull’isola di Kampa – solo le sue parole uscirono dalla casa che aveva le finestre sigillate, si fecero ponte con i lettori che in ogni luogo del mondo le attendevano e le leggevano.

E di nuovo indietro, verso Parigi dove Paul Celan cercò la morte per acqua gettandosi nella Senna dal Pont Mirabeau, lo stesso cantato da Apollinaire. Vivere con la propria lingua-madre (che è anche la lingua degli assassini dei propri genitori) dentro un’altra lingua, scegliere Parigi e la Francia quale terra e quale lingua accoglienti ed ospitanti (ogni volta che leggo una lirica in traduzione o mi provo a tradurre da una lingua straniera penso alla bella espressione spesso usata da Antonio Prete: “tradurre significa offrire ospitalità nella propria lingua”). Edmond Jabès, commosso amico di Celan, in esilio lui stesso dal Cairo a Parigi, scrive nel Libro dell’ospitalità (Raffaello Cortina Editore, 1991) che “l’ospitalità è crocevia di cammini” e in una nota a Celan (pubblicata in Poesie per i giorni di pioggia e di sole, Manni editore, Lecce, 2002) ricorda il poeta che gli legge le proprie liriche in una lingua (il tedesco) che Jabès non conosce, ma percepisce profondamente il portato poetico ed umano di quei testi, li legge in traduzione mentre la voce di Celan li declama ed ancora dopo la morte di Celan lo soccorrono il ricordo chiarissimo della voce dell’amico e con essa la traduzione, permettendogli continuità d’incessante memoria.

La traduzione come ponte, dunque: Vittorio Sereni traduce René Char: “Due rive ci vogliono per la verità: per la nostra andata, per il nostro ritorno. Strade che bevano le loro nebbie. Che serbino intatte le nostre risate felici. Che, interrotte, ancora salvaguardino i nostri minori a nuoto in acque gelide” (Pontieri in Due rive ci vogliono, Donzelli, Roma, 2010); “la poesia è tra tutte le acque chiare quella che meno s’attarda al riflesso dei suoi ponti. // Poesia, la vita futura dentro l’uomo riqualificato” (da En trente-trois morceaux, Gallimard, Parigi, 1983) ed in effetti i ponti sono per dir così il riflesso dell’acqua, vengono riflessi in essa, ma ne sono a loro volta riflesso perché segnalano e scavalcano il corso d’acqua, nel caso di Char segnano un punto nel corso della parola poetica che deve essere poi immediatamente superato, in un continuo cercare e saggiare ed esplorare. È il partito preso delle cose, il distaccarsi dell’io da se stesso, il vedersi e il sapersi cosa tra le cose.

Sto guardando Parigi, la città sul fiume, dall’ampio terrazzo dell’Institut du Monde Arabe. La Senna s’accende nel sole meridiano, scivola sotto i suoi ponti.

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L’Institut du Monde arabe a Parigi