Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Tag: Paul Celan

(Segnalibri) A tendere bene l’orecchio

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Sono molto felice e onorato del fatto che un mio contributo venga pubblicato su Antinomie – il mio grazie va a Domenico Brancale, che mi ha coinvolto nel progetto dedicato a “Fuga di morte” di Paul Celan e sostenuto e consigliato durante il lavoro, e a Federico Ferrari che ha accolto e pubblicato l’intero progetto; un grazie anche ad Anna Ruchat, autrice di un’indimenticabile, magnifica traduzione della Todesfuge di Paul Celan.

A tendere bene l’orecchio. Fuga di morte, Paul Celan 

Calco di canto o impronta di voce: su     “La vita impressa”     di Ranieri Teti

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         La pregnante ambivalenza del titolo del libro più recente di Ranieri Teti La vita impressa (Book Editore, Ro Ferrarese 2022) introduce subito all’almeno duplice natura di questo libro: vi si seguiranno le tracce impresse dall’esistere e si seguiranno le connessioni tra scrittura (quello che l’arte tipografica imprime sulla pagina) ed esistenza. L’elegantissima filigrana della scrittura, infatti, così aerea eppure concreta, così rarefatta e allusiva deriva, in realtà, da materiali incandescenti e magmatici (sentimenti, pensieri, esperienze vissute, sogni, mancanze, errori, luoghi frequentati, voci care…) che un annoso lavorio di filtraggio, di presa di distanza, di rasciugamento di ogni sbavatura sentimentale e psicologizzante ha trasformato in testi dalla forma (anche tipografica) rigorosa e chiusa, geometrica e ascetica.

         C’è proprio un ascetismo della scrittura che, esercitato attraverso gli anni con un rigore che appartiene a una precisa etica dell’esistere e del fare, restituisce ai fatti della vita e anche alle loro scorie una dignità e una laica sacralità non comuni in questo tempo banausico e così prodigo di volgarità.  Leggi il seguito di questo post »

(Segnalibri) Massimo Morasso / Paul Celan

Ho il piacere di segnalare questo articolo, bellissimo, che Massimo Morasso dedica a Paul Celan:

……………………………………….Paul Celan: parla anche tu

“Tutti i poeti sono Ebrei”

 

 

Все поэты жиды (Marina Cvetaeva)

*

Fu sorpreso che piangeva, sommesso, appartato, in una strada di Tubinga: quella che, dallo Stift, discende in curva verso lo Holzmarkt.
Lo videro due bimbi appena usciti da scuola che gli chiesero se fosse triste.
Ma non di tristezza piangeva.
Come avrebbe potuto dir loro: “No, non di tristezza piango, ma perché mi sovrasta e preme e possiede quel Grande ch’è qui, che non se n’è mai andato da qui?”
Si rasciugò gli occhi, si accovacciò ad altezza dei bimbi, sorrise loro.
Fu istintivo il gesto di regalare un marco ciascuno, unico modo tangibile che aveva per ringraziarli di quella domanda spontanea, di quella gentile attenzione che gli veniva incontro dal proprio futuro (forse anche obolo per Caronte da pagare in riva al fiume dell’inabissamento, mentre la persecuzione non finisce, non è ancora finita).
(Tübingen, Jänner)

*

 

An Zimmern

Die Linien des Lebens sind verschieden
wie Wege sind, und wie der Berge Gränzen.
Was wir hier sind, kann dort ein Gott ergänzen
mit Harmonien und ewigem Lohn und Frieden.

A Zimmer

Sono molteplici le andanze della vita:
sentieri e profili ultimi di montagna.
Quanto qui siamo può colmarlo laggiù il divino
per armonie e incessante ricompensa e pace.

 

*

 

 

 

Breve saggio su Parigi

 

 

Eppure, nello spostarsi altrove dei centri culturali mondiali, forse addirittura nel loro smaterializzarsi per transitare in altre forme, Parigi rimane, almeno per me, non solo la “Capitale del XIX Secolo” secondo la felice definizione di Walter Benjamin, ma anche del tempo che mi è stato dato in sorte di vivere: questi decenni a cavallo tra XX e XXI Secolo.
La mia formazione civile, politica e culturale ha avuto luogo a partire dagli anni Settanta del XX Secolo e in una regione appartata nel già appartato Meridione d’Italia: la Terra d’Otranto.
So bene, allora, che il mio provincialismo mi condiziona nel continuare a eleggere Parigi a mia stella polare e preferendola di gran lunga a Londra e a New York: ma l’identità di una persona e di una scrittura si formano e cambiano secondo direttrici che improntano di sé quell’identità e quella scrittura fin dall’inizio e che rimangono ineludibili, pur mutando, talvolta inabissandosi, talaltra riemergendo.
Non dimenticherò mai la prima volta in cui percorsi per intero Rue des Écoles, passando davanti all’ingresso del Collège de France per affacciarmi poi in Place de la Sorbonne: il corpo accompagna la mente, a Parigi si possono percorre per ore boulevards e rues senz’avvertire stanchezza, in una sorta di trance durante la quale le gambe si muovono, gli occhi guardano avidi e la mente ricorda.
La mente ha accumulato per anni ricordi che consistono in nomi, in testi, in luoghi legati a quei testi e a quei nomi: il primo viaggio a Parigi è, allora, punto d’arrivo di un prolungato desiderio.
Chi vive in provincia cercando (talvolta con disperazione) legami vivi con i luoghi dove la ricerca artistica accade nei suoi risultati più audaci e avanzati, possiede questo movimento pendolare, ché la provincia, in gioventù vituperata e finanche odiata, chiarisce sé stessa, negli anni della maturità personale e intellettuale, quale vivace e inaspettato paradosso, fecondo: l’appartata solitudine, la distanza fisica dai centri culturali più attivi, l’immersione in un tempo che appare immobile e, pure, in lentissimo movimento, tutto questo consente un’esperienza non appiattita su di un unico, ossessionante presente, né sospesa dentro un’incessante sonnolenza.
È l’andirivieni tra la propria minuscola pàtria/màtria, finalmente accettata e compresa, e la capitale d’elezione, quel luogo capace di essere casa per la propria casa: ecco, così, sovvenire il verso di Paul Celan “dein Haus in Paris zur Opferstatt deiner Hände (la tua casa a Parigi luogo del sacrificio delle tue mani)” (dalla raccolta del 1952 Mohn und Gedächtnis – Papavero e memoria), ché, seppure in modo non altrettanto tragicamente radicale, anche noi, a partire dal momento in cui riconosciamo la scrittura come un destino, ci esiliamo e veniamo esiliati dalla nostra Bucovina interiore e, accogliendola in un dialogo costante con essa, andiamo ad abitare nella lingua straniera, ma senza ignorare che anche la lingua materna si fa ogni attimo straniera dal momento che in ogni attimo guadagniamo consapevolezza delle sue sprezzature e sinuosità e sbalordenti ricchezze: essa diventa lingua straniera nel momento in cui iniziamo a guardarla dalla distanza, ed essa si fa, in tal modo, ancora più espressiva e irrinunciabile – e Parigi offre, a un parlante italiano, la privilegiata vicinanza-distanza che sola può derivare da due lingue figliate dallo stesso ceppo.
Parigi accoglie secondo una sua vocazione originaria: città oscura e fetente, arroccata nelle due isole in mezzo alla Senna, come magistralmente la descrive Abraham Ben Yehoshua nel romanzo Viaggio alla fine del millennio, Parigi è e resta crocevia, attraente rovello, la medesima città del poeta-fuorilegge Villon e del poeta-flâneur Baudelaire, impronta di sé buona parte della cultura europea, per cui la conseguenza è che Parigi sconta tutte le contraddizioni di un’Europa ch’è stata colonialista e libertaria, rivoluzionaria e imperialista: dal centro fino all’estrema banlieue e viceversa è dato incontrarvi persone che portano dentro di sé le identità più diverse e anche contrastanti, la sofferenza di lunghi e irreversibili esili e la volontà di ritrovare sé stessi dentro una comunità così vasta e ribollente. Parigi è, ancora oggi, metropoli di dimensioni planetarie dentro la quale si consumano contraddizioni, conflitti, sofferenze e disagi che, dentro il nostro presente, anticipano un futuro intorno al quale riflettere.
Peter Handke elegge Parigi a sua residenza, come se la cultura di lingua tedesca possedesse, nei propri legami parigini, una linea di continuità da Heinrich Heine, attraverso Rilke, fino ai nostri anni; Leonardo Sciascia passeggia alle Tuileries, l’inseparabile Benson tra le dita, immaginando la Parigi del Secolo dei Lumi; nella sala di lettura della Bibliothèque Nationale Walter Benjamin prende appunti per il suo Passagenwerk; le strade preferite da Cortázar riverberano l’immaginazione inesauribile dello scrittore; Roland Barthes continua ad attraversare la strada per recarsi al Collège de France fino a quel maledetto giorno…