Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

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Dire Napoli: su due libri di Francesco Filia

La scrittura di Francesco Filia possiede, a mio parere, caratteri di forte interesse e d’indiscutibile serietà sia progettuale che contenutistica e stilistica perché essa, ponendosi nella prospettiva di volersi confrontare con una precisa realtà sociale, storica, politica e urbana, è in grado di proporre persuasive prospettive sia etico-politiche che estetiche e stilistiche.
La mia idea d’intitolare quest’intervento “dire Napoli” vuole rimandare, infatti, a un preciso concetto: se è vero che entrambi i libri di cui intendo scrivere (La neve, Fara Editore, Rimini, 2012, La zona rossa, Il Laboratorio/le edizioni, Nola, 2015) hanno come centro focale Napoli, i suoi abitanti, i suoi luoghi, alcuni eventi legati alla città partenopea, è anche mia convinzione che, in questo modo, Filia riesca a parlare, in poesia, dei nostri anni, di noi, delle nostre attese e delusioni, dei nostri entusiasmi e slanci e ribellioni, della politica, delle spaccature sociali in atto: e senza cadere nel cronachismo, né nell’enfasi retorica, né nel folkloristico e tanto meno nel luogo comune. Francesco Filia pensa alla poesia come a una strutturazione complessa e rigorosa del pensiero e di conseguenza del testo al cui interno, senza sbavature dell’espressione né sentimentalismi né derive psicologistiche, le persone, le cose, i fatti sono presenti investiti dalla luce coraggiosa e rigorosa del pensiero.
Ci saranno, arguisco, quali sostrati fecondi e nutrienti, e la preparazione filosofica di Filia e lo studio insistito di autori come Ermanno Rea, Roberto Roversi, Franco Fortini, Paolo Volponi, Pier Paolo Pasolini, il solido e nobile retroterra della cultura partenopea e meridionale (l’appassionato studio degli scritti di Pietro Giannone, di Francesco De Sanctis, di Benedetto Croce, di Antonio Gramsci, di Gaetano Salvemini, di Bertrando Spaventa, di Antonio Labriola e potrei ancora continuare), in ogni caso è presente una concezione della scrittura poetica matura e precisa, per me capace di dare un contributo al fine di liberare la poesia italiana contemporanea dalle pastoie dolciastre e avvilenti del soggettivismo e del dato esclusivamente privato; qualunque cosa in contrario se ne dica, Francesco Filia è convinto che la scrittura possegga una dimensione etica e politica cui essa non può né deve sottrarsi.

1. Coerentemente La neve si articola, allora, in trenta “frammenti”, cioè in trenta testi (nella quasi totalità non più ampi di una pagina) la cui misura metrica è il verso lungo di un numero variabile di sillabe; non si pensi tuttavia che il risultato stilistico consista in testi tendenti al discorsivo o al narrativo, dal momento che un andamento armonioso ed elegante del discorso (non estetizzante, però, tengo molto a sottolinearlo) , l’enjambement frequente e spesso anche molto marcato e la punteggiatura costruiscono l’architettura rigorosa e chiara di ogni componimento – e vorrei spiegare perché scrivevo “coerentemente”: se Francesco Filia vuol accogliere nella sua scrittura la Napoli contemporanea, egli sa bene che va a confrontarsi con una realtà labirintica, talmente complessa che richiederebbe (teoricamente) un poema dalle dimensioni enormi; il poeta scrive allora un poema di 30 frammenti all’interno del quale ogni frammento è in grado di accennare e rimandare alla complessità vertiginosa della città – d’altra parte Filia sa bene che il poema lungo e lunghissimo è una sfida forse ormai improponibile, benché non mi meraviglierei se Francesco mi dicesse che apprezza il Pound dei Cantos (per lo meno dal punto di vista della concezione dell’opera) o il Walcott di Homeros, oppure che segue con partecipato interesse il progetto del Faldone di Vincenzo Ostuni, che legge il Viaggio nella presenza del tempo di Giancarlo Majorino – scrivo questo perché cerco di riflettere su come la complessità della metropoli e della storia possa essere detta in poesia e perché voglio far comprendere a chi legge quali connessioni i libri di Filia abbiano con la poesia di questi anni e, nello stesso tempo, quali caratteristiche sue proprie.

(I frammento, Napoli 2007)

…noi siamo già quel che voi
sarete domani.

La neve, quella vera, non l’abbiamo mai vista
se non nella bocca a nord del vulcano
nei pochi giorni di cristallo dell’inverno come una minaccia
che ricorda quel che non abbiamo temuto abbastanza
ma il gelo, quello sì, è dentro di noi fino alle ossa
e lo sentiamo che morde le giunture e crepa le ossa
fino al midollo. Ce ne accorgiamo dai sorrisi tirati
dei passanti, dai gesti circospetti di chi vive per strada
dalle urla dei ragazzi impresse nell’aria, dal nostro esitare.
E non ci sono di conforto i nostri sogni agitati in piena estate
lo scambiare la notte per il giorno o il ricordo di una madre
il tepore della sua ombra. E se anche qualcuno di noi
si chiede qual è il respiro di queste strade, del loro teso
vibrare, della luce che apre spazio tra palazzi e i nostri
incerti passi affrettati rimarrà come un brusio di fondo tra
risate e un colpo di clacson. Tra misericordia
e cielo non c’è più tempo per esitare. L’assedio
è dentro le case. È tra la mano e il buio di stanze abbandonate
e non serve ritrarsi di scatto, anche le mura sapranno chi siamo
scrutando la paura nei nostri occhi e allora potremo solo obbedire
ascoltando il silenzio che si insinua tra il vocio e il magma di piazze
e strade, che invade portoni e giardini a mezzacosta, che copre
frammenti di dialoghi affamati di bocche e cuori e allora, tra vestiti
gettati e l’odore di arance cadute, saremo veri e senza età
come chi dovrà morire sul serio.
(pagg. 15 e 16)

Il testo, d’ampia e articolata sintassi insieme con la misurata sinfonia del discorso, iniziandosi con l’immagine della neve (ovviamente evento eccezionale e rarissimo a Napoli), introduce e svolge il tema del “gelo”, del tutto in contrasto con l’immagine tradizionale d’una Napoli calda e assolata – “dire Napoli” significa dire anni durante i quali gli slanci e le passioni si sono ritratti e, appunto, congelati; ma la poesia interviene a chiedere conto di questo, a riflettere, con una capacità e con una peculiarità che mi sembra derivarle dai Presocratici per un lato, dagli Illuministi dall’altro, sugli aspetti più sfuggenti del reale, imbastendo in forma di canto un atto conoscitivo.

(VI frammento, Napoli 2007)
Il corpo di Napoli

La pioggia gronda dai palazzi lungo le strade, fino a valle
portando con sé un omissis di parole e pupille graffiate dall’aria.
Ci aggiriamo per trovare quel che abbiamo perso…un centesimo
caduto da tasca o il più remoto dei nostri ricordi, il luogo
dove batte il cuore di ogni cosa dove si riflettono
i nostri volti nell’acqua, immobile, di questa pozzanghera.
Gli occhi si sgranano falcata dopo falcata e il vento
entra dentro, fino alle lacrime e allora saprò che in questa notte
non avrò fratelli nell’ultima fuga d’amore e panico ma solo
l’allungarsi dei passi su gradoni bagnati, tra siringhe
e i due desideri impigliati nell’ultimo respiro del giorno.
Ogni gesto conduce a questo gelo di piazze senza nome
a un orrore di statue erette da millenni
alle nostre sagome impresse sul selciato a queste braccia
che ti chiedono di non abbandonare una terra di colline
e radici, marce, di non aspettare che sia troppo tardi
per dire: “Sì!”
Di ascoltare il rumore sordo di questi vicoli, il sottofondo
d’imprecazioni e vite ostinate, di fissare il niente e il suo contrario
negli occhi del ragazzo che ti punta la pistola al petto e
solo allora potremo dire di esser pronti a rinascere, quando
non ci guarderemo più alle spalle o quando finalmente
non avremo paura di dire: “addio!”
(pag. 21)

Già l’impiego ricorrente del “noi” e del relativo possessivo dichiara la volontà dell’io poetante d’immergersi dentro la collettività e testimonia del suo sentirsi appartenente a una comunità all’interno della quale gli individui hanno compiuto esperienze simili tra di loro; la ricorrenza del deittico “questo/a/i/e” esprime la volontà di riferirsi a situazioni, oggetti, pensieri, sentimenti prossimi; “mostrare” vuol dire, qui, usare la parola per porre la necessaria distanza tra sé e il reale al fine di poterlo comprendere, ma, nello stesso tempo, indicare l’indissolubile legame con quel medesimo reale e la forte pressione psicologica e intellettuale ch’esso esercita; e c’è, infatti, una frattura tra ciò che si era e ciò che si è diventati, nel libro tale frattura-cesura-puntodisvolta è la sera domenicale del terremoto che sconvolse l’Irpinia e che fece sentire i propri effetti anche a Napoli:

(X frammento, Napoli 23 novembre 1980)

Abbiamo visto il palmo delle mani sporco di ruggine
dopo aver percorso le scale a due a due
aggrappandoci alla ringhiera quasi divelta saltando
gli scalini spaccati. Dopo nelle piazze e nei parcheggi
abbiamo sentito il gelo riempire il vuoto e il silenzio
il mormorio di coperte avvolte sulle spalle
dei falò sulle scalinate di chiese e fontane.
Non avevamo capito che il terremoto era appena
iniziato, che avremmo dovuto aggirarci in un fragore
di tubi Innocenti e siringhe di cemento armato
di lavori in corso e doppi turni. Checco o’ cecof
mi chiamavano alle elementari, per gli occhiali,
alcuni scherzavano altri picchiavano, io
mi difendevo a denti e graffi e calci nelle palle.
Ci prendevamo a mazzate al’uscita della scuola
rubavamo qualcosa nei negozi evitando i calci
in culo e i chitemmuort, tornavamo urlando
o tacendo mentre nei vicoli teste affioravano
dai muretti di contenimento, come alieni, armati
di lacci emostatici e siringhe. Altri sparavano
qualcuno moriva qualcuno si arricchiva.
Abbiamo imparato di nuovo a contare da zero
ad avere un nuovo prima e dopo come fosse
un’altra nascita di cristo come lo era stato prima
il colera o la guerra, per chi se la ricordava. Ma
da allora, veramente, dalle sette e trentaquattro di quella
domenica sera, lo giuro, io, non ci ho capito più niente.
(pag. 25)

La poesia di Francesco Filia attraversa con sguardo diretto e vigile il mondo urbano, ne cancella le eventuali sbavature folkloristiche o di maniera (Napoli, riconoscibilissima, può essere qui anche qualunque altra metropoli contemporanea), ne prende in considerazione le interconnessioni tra spazio urbano e mondo interiore dell’individuo, tra interazioni sociali e pensiero, tra collocazione storica della comunità e assunzione di consapevolezza da parte della stessa. Mi sembra, la presente, poesia di chi cammina per la città e fa del proprio camminare un atto conoscitivo (da qui, anche, la necessità di una scrittura dalle ampie campiture sintattiche ed espressive). E infatti:

(XV frammento, Napoli 2007)
Cose da fare

Attraversare l’angolo più buio del cortile senza
distogliere lo sguardo dal viscido di queste mura.
Uscire dall’ombra dei portoni entrare nella luce
che avvolge a mano a mano i palazzi, nel chiaro
scuro dei balconi nell’ocra delle facciate
nella pienezza dei volumi. Calibrare il ritmo
della falcata la sospensione dei passi e l’allungo
delle gambe. Costruire sillaba dopo sillaba
le strade che hai amato: vico delle fate a forìa
via belledonne a chiaia vicolo delle fiorentine via
ascensione vico giganti, o odiato, portarle con te
in ogni giorno di questa città camminare
sin dove una strada non è più città ma gioia
perduta, destino. Ricordare le persone
per le quali ti svegli ogni mattina ridere
ridere forte e urlare ancora più forte
fino alle lacrime. Gioire non di ogni piccola cosa
amare disperatamente il cielo che si muove lento
tra le dita e i tetti, la terra che brucia la pelle
trattenere il fiato chiudere gli occhi, riaprirli.
Rientrare nell’incubo.
(pag. 30)

L’emozionante catena dei verbi all’infinito restituisce con efficacia proprio il ritmo di questo camminare-pensare, camminare-dire, per cui si comprende bene come la scelta linguistica e stilistica costituisca l’efficacia del libro al di là delle tematiche affrontate – anche la strutturazione dei versi, scandita da una ricorrente e articolata punteggiatura (numerosi, molto espressivi ed efficaci i punti fermi in mezzo al verso, ma non si trascuri la presenza dei due punti, delle virgole) testimonia di una fiducia nelle possibilità espressive e nella solidità concettuale della lingua italiana, proprio come se (e questo spero vivamente) la lezione di Giambattista Vico e degli intellettuali che dettero vita alla Repubblica Partenopea, ma anche l’alta tradizione filosofica ed editoriale novecentesca fossero ancora vive e agenti.
Chi vive e si dedica al pensiero e alle arti a Napoli non può, infatti, ignorare tale nobile linea di discendenza, la qual cosa, però (e Filia ce lo dimostra concretamente) non esime dal dovere né dal volere fare i conti con la realtà della delinquenza organizzata:

(XVI frammento, Napoli 21 marzo 2005)
L’ultimo agguato

“Il filo dei pensieri si è spezzato alla penultima
svolta della strada, quando lo specchietto retrovisore
non riflette più il suo viso appoggiato alla mia spalla
ma la macchia di sangue che si allarga sul selciato oltre
il colpo alla nuca e i miei occhi sbarrati. Era già scritto
in questa morte venuta da lontano, nel giorno
in cui una fine e un inizio coincidono. Prima
ho dovuto seppellire un figlio morire con lui
e rinascere contro me stesso e la mia famiglia di re
dallo sguardo impunito dalla miseria rimossa
da una catena d’oro al collo.
Tutto si è compiuto sotto un telo steso in una strada
lontana dalle offese della mia infanzia, non sono
altro che cronaca cittadina e un numero tra i reati irrisolti.
Non sono morto per il passato che ho lasciato alle spalle
e che mi porto in questi occhi chiari in questa pelle scura
nella lucentezza dei miei zigomi alti nella camminata larga
e sfrontata che ho appreso da ragazzo ma per questo
domani che si addensa come un’acqua, che mi trascina a fondo
che non mi dà più tregua.”
(pag. 31)

Il libro è, anche, un bilancio generazionale, ai miei occhi in qualche modo l’epilogo in versi di Mistero napoletano di Ermanno Rea: ritornare e riconoscersi altro da quello che si sarebbe voluto diventare:

(XX frammento, Napoli 2007)

A volte si ritorna per capire se qualcuno o qualcosa
riconoscerà i nostri lineamenti ispessiti, la fosforescenza
che attraversò la nostra adolescenza, l’ardore
che avvampa le notti e le albe che ci ha reso
vivi, per specchiarsi nei vetri infranti del passato
nelle voci imprigionate tra marciapiedi e mura
per risolvere l’enigma che ancora ci divora per
capire che siamo, sempre, quel che non abbiamo
voluto, tra macerie che seguono i nostri passi
e una città che ci ha voltato le spalle.
(pag. 35)

E come dire Napoli, città sul mare, che, paradossalmente, Filia rappresenta chiusa in sé? Così:

(XXI frammento, Napoli 2012)
Intra moenia

Abbiamo sentito scorrere sotto il sangue delle unghie
la pietra tenace dei minuti, la città scolpita nel vuoto.
Il battito sordo dei vicoli ci afferra le caviglie ci assale
ancora una volta, ci lega a sé, ci tiene, insieme alla
superstizione di queste mura. Cosa avremo da opporre,
se non il rigore di una sottrazione, alla logica degli incroci
all’agguato di questi angoli morti alla vertigine di una curva
alla forza centrifuga che ci farà precipitare senza una protezione
senza un ultimo sguardo. La parete delle onde ci ricaccia
indietro, ci rinchiude nel carcere di questi vicoli,
la coltre dei tetti si abbassa fino a radere il suolo
in un’implosione di sguardi e respiri accennati.
La strettoia dell’orizzonte ci volta le spalle, come
un destino sbagliato, come la risacca dopo la marea,
come un mare, una madre.
(pag. 36)

L’atto del “voltare le spalle” da parte dell’orizzonte o della città o del momento storico è presente in questo e nel successivo libro, segnando così il momento della frattura e della svolta; si osservi come anche linguisticamente tale momento sia enfatizzato e caricato di significato tramite la catena di quattro similitudini delle quali le ultime tre sono fortemente assonanzate e variano soltanto per minimi spostamenti di suono (marea – mare – madre).
Sempre presente è la riflessione scevra da illusioni: “(…) Abbiamo confuso la minaccia di neve con / la sempre promessa e mai caduta manna, lo stesso / candore lo stesso deserto ma altro nutrimento altre / rovine, nessuna terra promessa / (…)” (XXII frammento, pag. 37);

“(…) / Il canto dell’uomo sul molo dice una gioia sconosciuta / un cambiamento inatteso, lento, come un’era geologica / nei fossili marini in cima alla collina. Verrà un vento straniero / e dirà chi siamo, gli strati successivi testimonierano / cosa abbiamo fatto, cosa è stato degno cosa no / (…)” (XXIV frammento, pag. 39);

(XXIII frammento, Napoli 2007)
Una riflessione

In attesa che i conti tornino, moriremo, lo sai
aspettando la risacca del nuovo giorno saremo
condannati a raccattare un’ombra che custodisca
i nostri passi, dal rumore di serrande abbassate.
In attesa che l’aria faccia di nuovo attrito
con la nostra pelle bruciata, con il respiro
soffocato di ogni cellula non potremo che annuire
al più lento dei nostri esitare, allo sbaglio
che sapevamo di compiere, che non abbiamo
evitato. Ogni gesto è il suo contrario come
un mai e un sempre, le due facce di un foglio
soffiato, del rumore e del silenzio, da due labbra
che non possiamo separare che non sanno
intonare neppure un tenue canto di morte che
non sanno più consolarsi con un lontano
c’era una volta…
(pag. 38);

(Ultimo frammento, Napoli 2010)

Quando sarò, veramente, disperato non parlerò più in
prima persona per dire…Aspetto il mio turno, che so
Non verrà mai!
Quante, quali parole mi serviranno per dire di nuovo
Nascita, morte, ancora…per sempre?
Quando la polvere si dirada restano
macerie e detriti, mura sberciate e la certezza che non è
rimasto nessuno per raccontarlo, ma solo silenzio e radici
rinate sotto l’ultima neve che cade…nera…Accecante
(pag. 45).

E in effetti la “neve” che cade non può essere che “nera” e “accecante” perché non valgono più i luoghi comuni dell’idillio e della rappresentazione tradizionale, ma il rovesciamento, il paradosso, lo scarto logico.

2. Anche La zona rossa pone la questione, in sede estetica, del realismo in poesia e della cosiddetta “poesia civile”; Francesco Filia conferma le proprie scelte espressive, non cade nella trappola della declamazione né in quella del descrittivismo o del cronachismo, usa la sintassi e il lessico secondo un’attitudine che continua a sembrarmi illuministica: la lingua ha forza per dominare il magma della realtà, essa è strumento e filtro, nel senso che essa fornisce al pensiero lo strumento tramite il quale relazionarsi con i fatti e il filtro per acquisire la distanza necessaria rispetto a quegli stessi fatti; Filia deve fornire forma convincente al tema del rapporto tra una generazione e il proprio tempo, deve esprimere in poesia l’urto tra una realtà impietosa e le attese di quella generazione – e tutto questo ha implicazioni non solo psicologiche, ma pure storiche e politiche.
Gli scontri tra i manifestanti e la polizia durante il Global forum del 17 marzo 2001 a Napoli (preludio ai fatti di Genova) fanno sia da sfondo che da motore alle storie di quattro amici alla soglia dei trent’anni – Marco, Andrea, Ciro ed Elena – ne scaturisce non un epos in cui i quattro ragazzi sono eroi, seppur sconfitti, che si ribellano al potere, ma in maniera non ingenua né approssimativa, bensì complessa e problematica, il referto di una sconfitta che investe più generazioni, lucida e amara constatazione la quale, però, non è il portato di un qualche scetticismo o pessimismo da parte dell’autore: il fatto stesso di mettere in scena gli scontri di piazza, di rappresentare pensieri e sentimenti di chi vi ha partecipato, il come metterlo in scena costituiscono l’attitudine di Filia a voler lucidamente comprendere e in tal senso mi appaiono valide le implicazioni storiche e politiche di questa scrittura dal momento che, scegliendo la scrittura in versi anziché il saggio o il reportage, Francesco immette la scrittura in forma d’arte dentro un discorso intorno al nostro presente, politico perché implica il nostro essere cittadini e responsabili di scelte politiche.
Strutturato in quattro parti (Corteo – un solo testo che funge da prologo -, Alba, Giorno, Tramonto), il lavoro ha caratteristiche sia del racconto in versi che dell’azione teatrale, in quanto i testi che narrano gli accadimenti di quel 17 marzo sono intervallati con monologhi dei quattro protagonisti e con analessi nelle quali gli stessi raccontano episodi fondamentali del loro passato; Filia crea in tal modo una struttura complessa capace di far trascorrere il lettore dal generale al particolare, dal presente al passato, dal dato fattuale a quello psicologico, giungendo così all’ultimo testo che, datato all’1 gennaio 2015, costituisce una prolessi rispetto all’intero corpo di composizioni o, come anche stavolta li chiama l’autore stesso, “frammenti”.
Cominciamo col leggere alcuni testi e proviamo poi a elaborare qualche riflessione:

Marco

II
Trent’anni sono la soglia oltre la quale
non andrò, spesso mi son detto
brucerò quello che rimane in fretta.
E allora questo costruire un furturo di libri
e ordinaria amministrazione il ripetersi
di un domani che non mi appartiene? Ecco
forse la soglia di questa ringhiera è
la decisione mai presa. Ma ora è tardi
e una pantomima di vita la protesta
di questi vestiti non alla moda gli slogan
da ripetere tra una risata e una finta
indignazione mi aspettano
oltre la porta, nell’aria già calda
di questo marzo mai così normale
mai così disperatamente sano e normale.
La vita ci accadde a velocità inaudita.
Ecco amici sto arrivando
a questo rito stanco al congedo
da quel che fu il nostro incanto.
(pag. 20)

Come ogni lettore constaterà, il monologo testimonia di una coscienza ben avvertita e di una personalità che sa bene di essere sul limitare di una soglia: la giovinezza (l’incanto) finisce e comincia il tempo, lunghissimo, della normalizzazione borghese; si riconosce una connotazione esistenziale marcata in questo poemetto, le quattro vicende narrate tramite pochi, ma esaustivi frammenti e che possiamo definire vicende “esemplari” nel più vasto contesto del corteo e degli scontri di piazza e del momento storico, posseggono l’indiscutibile complessità che ha ogni vita che si svolga sul piano privato, su quello professionale e su quello politico; Elena, con il suo erotismo consapevole e gioioso, è stata e in parte ancora è il centro di talune dinamiche all’interno del gruppo, ella è voce di uno dei testi meglio riusciti:

Ho peccato di felicità a volte, a molti
ha dato fastidio. Ho cercato d’esser
l’idea di un pomeriggio su una spiaggia
invernale mentre uno, dei tanti che mi
volevano, accarezzava le mie cosce. L’idea
di trovare me stessa nella precisione
di un tasto in una parola che fosse
la relatà che vedo, il fatto
che chiede a me proprio a me
d’esser detto d’esser salvato
dall’oblio di ogni insignificanza.
Cerco ancora d’esser fedele
a quel pomeriggio adolescenziale
al mio gesto di rifiuto verso una teoria
di amori facili, anche qui in quest’alba
all’uscita dal giornale, in questo taxi
che puzza di troppe vite andate
a male vado incontro a una notizia speciale
al sale di ogni cosa, al mio domandare.
(pag. 22)

Esiste continuità tra La neve e La zona rossa anche per quel modo di dire Napoli che torna a far riferimento “al cratere”, alla minaccia incombente che tiene in sospeso la vita della città da secoli – ricordo, per esempio, che l’artista agrigentina Rosa Barba ha girato e montato nel 2009 il film sul paesaggio vesuviano The empirical effect rintracciando all’interno di tale paesaggio le connessioni esistenziali, sociali e politiche tra la gente che vive lungo le pendici del vulcano e il vulcano stesso e lo scrivo per sottolineare come l’opera di Francesco Filia non sia isolata, ma s’inserisca in un discorso di riflessione intorno a una città finalmente liberata da infantili rappresentazioni folkloristiche o organizzate in chiave di una comicità snaturata della sua valenza più profonda e rivelatrice, critica e non compiacente.

Andrea

III
Sprofondare nel vortice della città scendendo
dalla collina nell’aria cristallina di un inizio,
cartina muta di luoghi da decifrare, il cratere
tra palazzi e spigoli in prospettiva attende
sterminatore silente, incombente. Lungo
il costone di vicoli e canali asfaltati
giungere al centro di qualcosa, le mani
della città stringono il collo il nostro
respiro soffocato, qualcosa che ci
precipita addosso, il nucleo dell’assedio
alle nostre vite. I cerchi concentrici
dei quartieri cicatrici che ci piombano
nel baratro di millenni, sepolti tra tufo
e reperti. Com’è vero che anche questa
verità è inutile. A ogni costo cerchiamo
un senso a questo annegare di marciapiedi
a un ripetersi di gesti, mani sopra le mani
tic e sguardi che pretendono una resa.
Com’è chiaro che nessuno di noi sopravvivrà.
(pag. 25)

– e, nell’analessi, nel salto indietro nel tempo, ecco un’altra rappresentazione della città stratificata e plurimillenaria:

(Vico Gerolomini • Andrea, 1995)

C’è qualcosa di radicato e arido
persistente ostinato come
la pelle di chi abita
queste strade da secoli, sterpaglia
nelle crepe di un acciottolato
dietro questa – sotto nel profondo –
apparenza di moto perpetuo
di pigia pigia senza fine.
Vuoto logico di un terrazzo aperto
su di un balzo di palazzi e voci rabbiose.
Le labbra si schiudono ancora nella gioia
di nominare le cose i volti arcigni lo spazio
che serra la gola
arcaica
come un rantolo di voce spezzato. Un grido
primordiale nelle pietre
nere di questo vicolo
perduto come quel viso mai più rivisto cercato
in questa città che continua
a crollarmi addosso da millenni.
(pag. 26)

Ciro, l’altro componente del gruppo di amici, che nei giorni del Global Forum deve vivere l’agonia del padre, si dirige, come gli altri, al corteo, o meglio “verso quel / luogo oscuro che non sarà mai nostro” (pag. 32), e, in polemica con Marco, dice: “Anche il rovesciar tutto è stare nel gioco / che rifiuti. Ora urlano, lo senti, anche per te” (pag. 33).
Arriviamo così a uno dei punti focali dell’opera:

Il contesto

I
“Né eroina né polizia.” Contro
cosa protestiamo contro chi
urliamo il nostro disprezzo
di generazione in generazione?
Il fallimento dei padri – le loro
nevrosi cadute su di noi
come una colpa – che hanno
perso e barato che hanno spergiurato
e credono di essere esempio.
Non c’è un ordine contro cui
lottare ma un’anarchia del potere
che ci fa fare ciò che vogliamo,
non desiderarlo. Memorie
di una nazione morta
diciamo tra noi ridendo
giocando un gioco di ruoli: l’artista,
il nichilista, l’impegnato, la giornalista
ma ognuno è di meno di più di una
forma rinsecchita. È la gloria di una resa.
(pag. 36)

Si constati la lucidità impietosa cui il poeta giunge qui: si consideri la chiara, asciutta forma espressiva. Il paradosso per cui è venuto meno “un ordine contro cui / lottare” e la verità di “un’anarchia del potere” si spalancano davanti ai protagonisti e al lettore – il contesto rende vano ogni slancio, rende parti di una commedia i ruoli sociali e professionali ricoperti, rinsecchisce la vita stessa, induce a una resa annunciata e inevitabile. Ma nel passato di Elena e di Andrea c’è la loro relazione sentimentale, in quella di Marco e Andrea la comune passione per la musica, incontrarsi durante la sfilata del corteo significa per gli amici ripensarsi alla luce del presente e nella proiezione verso il futuro (“E tu? Chi sei ora cos’è rimasto / vivo di te quale gioia ti possiede? O sei / morto anche tu il giorno in cui ne uscimmo / soli? Ma io rido. Rido. So / solo di essere viva di esistere / ed è già tanto. E tu E tu?” – pag. 41 – dice Elena rivolgendosi ad Andrea, in una consapevolezza tutta femminile d’istinto vitale e di accettazione della vita di contro alle spesso sterili elucubrazioni maschili).

Chiacchiere

“In fondo chiedevamo un ordine”.
Un dettaglio che ci salvasse da questo
cumulo di eventi impazziti, l’accelerazione
della nostra mente contro il muro di strade
e scarti di vicoli ciechi: “Cos’è quel montare
improvviso che sentiamo dal profondo
delle viscere? Quella rabbia atroce
che divora se stessa?” La maledizione
di chi almeno una volta ha voluto capire
lo stridio che lo fa stare al mondo
la stessa forma che tiene inerme i nostri
discorsi le nostre parole spezzate le urla
inconsulte di gioia. “Rinchiusi nel carcere
di camere dove un pomeriggio d’inverno
siamo stati segnati una volta per sempre
da un enigma non risolto,
da un gioco andato storto.
Senza guardarci intorno
a questo nulla di transenne e strade”.
(pag. 43)

Piazza Municipio

I
Un solo un unico immenso vortice
di teste e corpi tra cantieri infiniti
della metro e cespugli radi di birra e piscio,
l’umanità di tossici e barboni è scomparsa
– per quest’evento di inferriate e plexiglas
proiettili che rimbalzano sull’asfalto
e strie di gas e lacrime nell’aria –
come testimoni non graditi, occhi
che non vedono nel loro estremo
gran rifiuto se non il cuore
di ogni gesto, l’essenzialità di ogni
rapporto la catena
che ci tiene in vita, in morte. Dall’alto
di quest’impalcatura tutto è più vero
necessario come lo stormo di rondini
che ogni sera volteggia sulla piazza,
ogni singolo movimento atomo di un istinto
ancestrale tassello di necessità rivela
ciò che siamo: frazione di tempo ingoiata.
(pag. 44)

M’interessa molto la prospettiva “dall’alto / di quest’impalcatura” – Filia impiega quest’immagine per riaffermare la necessità di una distanza rispetto ai fatti, distanza che aumenta la consapevolezza e la possibilità di comprensione; è il tema dello sguardo che qui si sviluppa per nuclei contrapposti (il caos rappresentato nella prima parte del testo e lo sguardo che, in quel caos coinvolto, possiede una visuale limitata e fallace – la prospettiva dall’alto, ben più oggettiva e completa nella seconda parte), tema il quale funge da preludio all’intero lavoro, visto che i singoli testi successivi si articoleranno proprio secondo prospettive soggettive o generali: la scrittura scandaglia, il suo stesso essere forma chiara, asciutta, precisa ne esprime la funzione di strumento d’indagine volto alla comprensione delle cose.

II
La folla avanza travolge, la zona rossa è lì
oltre il faccia a faccia con la prima linea
dei poliziotti. È lì cupa inaccessibile.
Quale tesoro giustifica questo rito
di forze contrapposte il fuggi fuggi
e le ondate successive di corpi
nuvole di gas, lacrime e bossoli, angeli
che fendono la folla con i bastoni del giudizio?
Sgominati chi cade dispersi arresi le mani
alzate e i pugni in faccia, chi è catturato
e annega nel sangue del proprio viso.
Andrea scivola arranca nella polvere
gli sono addosso muta di cani da presa.
Marco controcorrente lo raggiunge ma
è tardi. Il buio di un trauma improvviso si
squarcia sul fondo di una camionetta nell’acre
odore di lacrimogeni e bossoli, come ultimi
fuochi di questo rito sacrificale.

Il termine “rito”, ovviamente non casuale, la consapevolezza che le cose non possono evolversi in maniera diversa se non confermando l’impossibilità di entrare nella zona rossa, se non con i pestaggi e gli arresti da parte della polizia, tutto questo conferma che non un’epica della rivolta andiamo leggendo, ma di un “rito sacrificale”, o anche di passaggio, forse necessario in una società apparentemente libera e democratica, ma che, anche a livello macroscopico, perpetua primitive dinamiche secondo le quali il potere, indefinibile e inafferrabile, riafferma sé stesso “cupo inaccessibile”, mentre la generazione dei figli tenta una ribellione che sarà comunque sedata e ricondotta alla “normalità”.
E se per il testo a seguire Francesco pensava alla celeberrima riflessione di Pasolini intorno all’estrazione sociale dei poliziotti e anche al carabiniere Placanica e a Carlo Giuliani (l’uccisione del manifestante sarebbe accaduta pochi mesi dopo i fatti di Napoli), non mi meraviglierei:

“Celerino assassino”

Siamo altro da questo slogan. Compatti
il sangue adrenalina casco e testa
tutt’uno braccio armato nessun mezzo
né strumento ma un’unica necessità
che marcia il tempo dello scontro
battendo su manganelli e scudi
che si abbatte su teste e corpi spalla
contro spalla fratelli a guardia di un ordine,
che voi intravedete dietro le mie spalle,
di cui non so nulla. Io eseguo, a volte
mi piace a volte no. Il prezzo da pagare
è questo, ora abbiamo in dotazione
anche la pazienza di aspettare un gesto
di troppo o un punto debole
su cui infierire. È così che si fa!
Panico per punire chi come questo
povero stronzo mi cade tra gli anfibi
e non resta che caricarlo, rumore sordo
l’impatto degli elmi armatura ossa.
(pag. 47)

La struttura a più voci adottata dall’autore consente la necessaria pluralità di punti di vista e un’utile dialettizzazione di fatti e pensieri; La zona rossa assume più dimensioni che le impediscono di essere un catalogo di psicologie o un poemetto di propaganda politica.

Ciro esce dalla piazza
I
La piazza deflagra, esplosa
ci arriva addosso a velocità
inaudita il rumore precede l’urto
e non so da che parte andare non so
come schivare questo precipitare
di eventi, il dettaglio impazzito
di un manganello brandito e poi
nell’aria a pezzi scuoiata
e poi la lastra dei volti, li ho visti
lo giuro, precipitare
scivolare in un risucchio d’aria esploso
la camionetta che impatta
scheggiati disarmati fuggiti
tra scudi e divise lacrime
artificiali, il selciato si abbatte sul viso
mentre la strada scorre via sotto
la suola in un inciampo, in questo
arrancare verso un millennio
che si squarcia ingoiandoci.
(pag. 50)

L’epilogo ha luogo nella Caserma Raniero dove Andrea e Marco vengono condotti per essere intrerrogati e al fine di stabilire chi dei due abbia lanciato una molotov contro le forze dell’ordine; è qui che l’innocenza della gioventù trova la sua fine, qui, “in un luogo che non è di nessuno dove / si è nessuno, mosca in una goccia / d’ambra ed essere qui adesso / per sempre, quando il terrore ti attraversa / dalla nuca allo sfintere anale” (pag. 55), l’incanto deve spezzarsi, in un’atmosfera di tragedia annunciata e ineluttabile, nel ventre di una macchina inquisitoriale impersonale e spietata.

Caserma Raniero. L’ispettore

Voi due cosa pensate di aver fatto cosa
credete di aver cambiato se non
inguaiato la vostra vita e la mia giornata?
Ma ora saprete, saprete ciò che di voi
non volete conoscere la vera stoffa
che tiene insieme i brandelli della vostra
esistenza al di là delle chiacchiere,
in cui certo siete bravi. Basterà un gesto
uno sguardo un panico fuori controllo
e ciò che un giorno avete promesso
non riuscirete a mantenerlo, si strapperà,
non sarete più sfrontata rabbia giovane che
pur svanisce. Chi di voi mi dirà
di questa molotov si salverà.
Ecco cosa siete diventati
bambini che vorrebbero fuggire
dal mammone che si è rivelato. Ma non
potete. Solo chi di voi cederà al terrore
che lo tiene in vita chi implorerà, potrà.
(pag. 57)

In un tale articolarsi di voci La zona rossa sa restituire e la complessità d’una situazione e l’ambiguità della stessa: la poesia, per virtù di stile, si confronta con il reale senz’essere né declamatoria né prosastica, si conquista lo status di un bisturi che, impietoso, incide i luoghi del dolore per portare alla luce le radici stesse di quel dolore – senza voler cadere in un banale biografismo, osservo che Filia, nato nel 1973, era quasi trentenne nel 2001, per cui compie, con il suo libro, anche una discesa negli inferi della propria formazione intellettuale e politica, torna, negli anni di composizione della Zona rossa, e con gli strumenti della scrittura in versi, a riflettere su quella sua formazione – altri, prima di me, hanno sottolineato il significativo esergo tratto dall’Educazione sentimentale di Flaubert (“Non abbiamo mai avuto niente di meglio, dopo” disse Federico. “Già. Forse hai proprio ragione: non abbiamo avuto di meglio” disse Deslauriers):

Piazza Plebiscito – Primo Gennaio 2015

Non abbiamo avuto nulla di meglio dopo
è vero, ognuno di noi assiderato
in questo crepaccio di piazze e tempo
in un mutismo attonito, occhi
sbarrati che scrutano dal nulla.
Un rimorso, il soffio di un’altra vita
sfuggente, sfumata. L’artiglio dei giorni
che implodono uno sull’altro. Sembra vero
il brulichio di corpi nelle strade,
cataste senza nome di desideri e grida,
anche le nostre ombre, tra le infinite altre
scivolarono su questi ciottoli di pietra lavica.
Non rimarrà traccia del filo di luce
amore bellezza furore – non so
ancora come chiamarlo – che ci ha legati
l’uno negli occhi degli altri per un attimo,
per quella gioia mozzafiato. Ognuno
tradito, da se stesso e dagli altri. Ora
con devozione e calma non resta
che allargare i labbri della ferita
che ci tiene in vita, non resta
che inoltrarsi, silenti, nella resa.
(pag. 64)

Sta forse nel silenzio (concetto affiorante in modo discreto qui e pure nel libro precedente) il luogo e il momento del passo in avanti d’un’intera generazione; nell’immagine pregnante (“allargare i labbri della ferita”) si riconosce quella consapevolezza che, facendo tabula rasa di menzogne e d’illusioni, fa guardare negli occhi la resa, ma per acquisto di maturità e diventare adulti (veramente adulti) significa forse non mistificare il proprio passato (individuale e collettivo).

Spendo, infine, alcune parole sull’edizione della Zona rossa: il volume, con sovracopertina, copertina e le prime otto pagine e le ultime tre di colore completamente rosso, contiene acqueforti e acquetinte di Pasquale Coppola, la Prefazione di Aldo Masullo, le istruzioni per la lettura dell’autore e si configura come un pregevole progetto editoriale, comprovando per l’ennesima volta come, spesso, siano i “piccoli” editori, ormai, a proporre opere di poesia di valore sia dal punto di vista artistico che tipografico.

Tutte le immagini che corredano l’articolo sono fotogrammi dal film di Rosa Barba The empirical effect (2009).

 

 

“Capire la terra e i suoi gesti”: intorno alla “Luce delle crepe” di Luciano Nota

 

La luce delle crepe (EdiLet-Edilazio Letteraria, Roma, 2016) di Luciano Nota sembra erompere da un paesaggio interiore e da un pensiero poetante che, congiungendosi, danno vita a un libro coerente, armonioso e convincente; ché, se è vero che la prospettiva di scrittura è quella dell’io, il ductus del discorso e l’enuclearsi dei testi, lo strutturarsi del libro e le scelte stilistiche sanno superare ogni limitante soggettività o confessionalità, concretizzandosi in un itinerario materiato di cose, di luoghi, e di un legame mai scisso con la memoria e gli affetti. Le “crepe”, quelle del paesaggio lucano, vien fatto di pensare, i calanchi e le gravine, le fenditure nella calcarenite del Materano, le crepe che il tempo, il sisma, il moto naturale del terreno aprono nei muri delle antiche abitazioni sono fenditure che s’incidono anche nella mente provocando il dolore della nostalgia e dell’assenza, ma lasciando, contemporaneamente, filtrare la luce dell’amore e del pensiero, del vivere e del poetare.
(…) / e alle pietre del mio paese / non ancora frantumate” recita infatti parte della dedica in apertura del volume, seguita da una citazione da Raffaele Carrieri (“Il vento ci somiglia / e pure l’eco / dentro la conchiglia / che rimormora lo spreco / delle maree“) e già questo è luogo su cui fermarsi a riflettere: a parte l’inammissibile oblio (con scarse eccezioni) che ha avvolto l’opera di Carrieri, sono convinto che Luciano Nota abbia così imbastito un preludio all’intero suo libro che introduce i lettori al tema della pietra (minacciata di distruzione) e a un’intonazione della dizione poetica musicale e in accordo con gli elementi essenziali (il vento, la voce, il mare, la luce) del mondo; il primo testo conferma quanto testé affermato:

VISIONE LEGGERA

Del muro, della lastra, della pietra
ho sempre avuto una visione leggera
nonostante il muro, la lastra, la pietra
m’avessero accerchiato.
È sempre stato un tragitto alterato
simile ad un occhio orbo
che ha voglia di scrivere sul marmo
che il vento, il muschio, la luce
non sono mai esistiti.
(pag. 13)

Non il muro nemico e cieco di Kavafis e di Holan si profila in questi versi, ma la familiarità con il muro, con la lastra, con la pietra, familiarità capace d renderli “leggeri”, anche perché, è bene non dimenticarlo, scrivere è prendere distanza dalle cose, giungere a una loro rielaborazione in forma di visione e di parola, come ben scrive Luciano si tratta di “un tragitto alterato” capace di mettere in relazione questi tre elementi con il vento (ancora!), il muschio e la luce (ancora!), o meglio con la questione cruciale della loro esistenza o non-esistenza in rapporto a uno stato mentale e psicologico – e a una storia personale. Questa poesia non è infatti mai descrittiva, ma ogni oggetto nominato, ogni immagine sono veicolati da una precisa condizione dell’animo e/o del pensiero, si sovraccaricano di valenze provenienti dall’interiorità e dalla cultura, costruiscono un universo simbolico e allegorico molto complesso e che va esplorato palmo a palmo, talvolta malinconico, talaltra gioioso di vita, qualche volta nostalgico, altre volte vibratile di musica e di luce.
È così che, leggendo il testo successivo, mi viene in mente una lirica bellissima di Ilaria Seclì (BILANCIA D’ACQUA, contenuta nel libro Del pesce e dell’acquario pubblicato presso LietoColle nel 2009), autrice salentina anche lei affascinata dalla dialettica tra la pietra e l’acqua e scrivo questo perché Luciano si colloca a pieno titolo nella schiera di poeti lucani e salentini (e, più in generale, meridionali) che, vivendo la propria emigrazione nel Nord d’Italia, assegnano alla loro scrittura anche questo dovere di tracciare i lineamenti di una storia e di una memoria:

PILA D’ACQUA

(…)

Vedi, è troppo il mare, la sua grandezza
fa male, bisogna ridurre.
Il detrito è un corpo stabile,
nessun colpo potrà dividerlo.
Vieni, osiamo farci falda,
resa armonica oltre la porta.
Muoviamoci in quella pila d’acqua.
(pag. 14): è una dichiarazione di poetica, questa, espressa tramite immagini derivate direttamente dal legame dell’autore con la sua terra lucana e materana – nell’apparente arsura delle rocce e tra di essa si accumulano falde invisibili o scorrono lenti e siccitosi corsi d’acqua: la poesia è un “ridurre” e un ridursi a “detrito” (ciò che rimane dell’erosione, dello scalpellare, del grattare via), un “osare” (splendido verbo, qui) farsi falda, acqua contenuta in un cavo di roccia o in una “pila” escavata apposta (nella “pila” di pietra, al Sud, si lavavano i panni, si lavava sé stessi, si dava da bere agli animali, si accumulava l’acqua da mescolare con il verderame per irrorare la vigna…) – nella poesia di Ilaria Seclì il lavacro cui la mamma la sottoponeva da bambina è immagine di un bilanciamento tra presente e passato, ricordo e futuro, aridità e vitalità – nella lirica di Luciano la pila d’acqua è premessa necessaria al vivere e allo scrivere, “resa armonica” (splendida anche quest’espressione, devo dire) “oltre la porta”, soglia tra vivere e dire – e “muoversi” è qui sinonimo di vivere, di esistere, di poetare.
Ma la delusione, l’amarezza, la sconfitta non vengono eluse, trovano nella scrittura un riscatto, il passo che salva dalla disperazione e dalla resa:

FORSE PERCHÉ ASSUEFATTO

Forse perché assuefatto
ai più aguzzi disinganni
che continuo a filare il manto
delle più ardue condizioni.
Forse perché scrivo
e non mi privo dell’incanto
che continuo a sostenere
il fabbisogno delle larve.
(pag. 15): scrivere è “non privarsi dell’incanto”, mi piace immaginare che le “larve” siano immagine di tutto ciò che, ancora allo stato larvale, appunto, in nuce vuole venire all’esistenza, per cui la poesia coincide con la necessità stessa di vivere.
Molto espressiva viene allora a essere l’immagine della scala / delle scale, presente in due liriche consecutive e sapientemente contrapposte l’una all’altra già da quell’innocente (ma solo in apparenza) variazione tra singolare e plurale:

LA SCALA

(…)
Sono ancora legato a una scala
fatta di pioli e di vuoti
un insieme di solchi
che cremano l’atrio
il puntello.
Di continuo sento
il crepitio stordito del legno
del cibo ammassato
sul terreno.
Mi chiedo quale vento
possa io inalare
nel lanciare il mio corpo
oltre l’oro del vuoto
(…)
(pag. 19) – è una scala vitale, colma di ricordo e di fortissima presenza alla mente del poeta; a contrappunto ci sono

LE SCALE

Le scale
questi ansanti tabernacoli bianchi
marmi sui quali gli umani
pavimentano l’anima.
Scale fatte d’aria
dove non ruotano i venti.
(…)
Le scale
questi penosi tabernacoli bianchi
dalle antiche radici di ferro
che non danno colore
non spargono odore
a chi stringe più in alto lo scettro.
(pag. 20) – “ansanti” e “penosi” i tabernacoli di una religione vuota e svuotante, senza “colore” né “odore”, enorme colpa agli occhi di un poeta che proprio i colori e gli odori ama e perché retaggio memoriale e perché pienezza della vita nel suo manifestarsi, dal momento che

DA GRANDE

Se dicessi veramente
quello che al mattino penso
appena desto
con parte della schiena
e del braccio dormienti
col capo prostrato
per non essere riuscito
ancora una volta a capire
la terra e i suoi gesti,
mi lanceresti come razzo
in mezzo al cielo.
Da grande farò la luna.
(pag. 23)

Con linguaggio apparentemente semplice, ma nato, in realtà, da attento labor limae, attingendo a situazioni del tutto comuni all’interno delle quali egli trova la poesia, Luciano s’inventa quest’espressione semplice e al tempo stesso indimenticabile, fragorosa e pregnante: “da grande farò la luna”, cioè il poeta, perché, mi pare di poter interpretare, il fallimento recidivo nel capire “la terra e i suoi gesti”, la prostrazione conseguente alle sconfitte non sfociano in disperazione e rinuncia, ma nel sogno di diventare colei che guarda la terra e sulla terra ogni notte si affaccia: è come se il poeta appartenesse e alla terra e al cielo, come se egli fosse creatura immersa nella terra e proiettata in cielo, terrestrissimo bimbo che pensa il suo diventare adulto.
Ed è un libro musicale La luce delle crepe, possiede uno spirito mozartiano, ma anche un’attenzione alle combinazioni musicali che la stessa lingua italiana, per sua intrinseca natura, offre:

LIUTO

Muto, nel silenzio più assoluto
ascolto te che parli ai tarli.
È una regola che tutto muti.
E non par vero che il legno
con le piaghe in eccesso
sia regno, sia liuto.
(pag. 24)

Mi provo a compiere un’analisi degli aspetti fonici e fonetici di LIUTO: “muto” trova risonanza di rima al termine dell’endecasillabo stesso nel vocabolo “assoluto”, il quale echeggia, per aumento di “c” e sottrazione di “u”, nel verbo che inizia il verso successivo “ascolto”; “parli” e “tarli” sono, ovviamente, in strettissima correlazione grazie alla sola variazione della consonante iniziale, ma ancora il “muto” dell’inizio della lirica riecheggia, pur nella radicale differenza di significato, nel “muti” alla fine del terzo verso; “legno” (fine del quarto verso) riverbera in “regno” (sesto e ultimo verso) per avviare la composizione a conclusione con il termine eponimo del titolo, “liuto” il quale, ancora, sembra richiamare in rima l’aggettivo “muto”. Ci si rende così conto di quanta elaborazione anche stilistica abbia conosciuto questo libro nel quale Luciano Nota raggiunge una compiuta, bellissima maturità, dimostrando di possedere una propria voce distinta e riconoscibile, riuscendo a mettere a frutto (ma non come epigono, si badi bene) le sue vaste e profonde conoscenze e letture, proprio come se l’acqua, filtrando per le fessure e le porosità della roccia, purificandosi fosse andata ad accumularsi nel prezioso serbatoio-libro (o libro-stiva come dirà più in là) o come se la scala di legno fosse stata davvero in grado di condurre il poeta a farsi luna-poesia, o ancora come se le crepe fossero e rimanessero il punto prospettico migliore per un poeta come Luciano:

LE COSE VISTE DALLE CREPE

Le cose viste dalle crepe
sono enormemente più belle.
Le scorgo diverse, libere da impegni.
Non hanno peso, ma riposo.
Stanno sopra il capomastro.
Mai voltarsi, mai centrarle.
Sono stive
e per questo assai più vive.
(pag. 26): “stare” è il verbo fondante, dunque, “riposo” il sostantivo più espressivo, la rima “stive / vive” non è, banalmente, espediente prosodico – e il poeta sa bene che, nel tentativo di dire, altrettanto fondante e significativo rimane il non detto, da parte mia aggiungerei la parte ancora vuota della stiva o della pila d’acqua, i luoghi ancora irraggiungibili per la scala: “(…) / cercheremo nel non detto / nel non fatto / il getto intero” (da GETTO INTERO, pag. 27).
Luciano Nota ha anche raggiunto un’asciuttezza di dizione e una direi senecana sapientia vivendi et cogitandi che bene è espressa nella composizione a seguire:

BREVITÀ

Assomiglio più a te
e che questo sia vero
lo dice la tua presenza
sulla tavola da pranzo
dove al posto del piatto
tu ci posi una parola.
Che questa non sia piena
francamente poco importa.
I miei palazzi sono alti
le tue vetrate sempre scure.
Coraggio quindi
mettiamoci le scarpe
e andiamo.
Ti chiedo solo questo:
non seguirmi come al solito
non metterti più a nudo
(è facile pensare che tu sia
la mia coscienza).
E ti raccomando
non svanirmi al primo sciopero del sole.
Siamo entrambi verità
la brevità di chi ha parvenza.
(pag. 28)

PIOMBO (pag. 31) dimostra la lucidità di una mente, la consapevolezza di una coscienza, la forza di un’etica, PIOMBO rende ragione di quanto La luce delle crepe non sia soltanto un libro di poesia, non soltanto una bella prova di stile, non soltanto abile strutturazione di testi:

Non credo che tu esista.
Non esiste neppure quel germe
anche se quel germe resiste.
Non credo che esista Dio.
Non sento che strato tra le mani
anche se lo strato è sformato.
Non vedo le tazze, i tinelli,
non vedo le ardesie.
E non vedo gli strappi,
gli abiti. Non vedo le viti.
Nulla è più duro del cuoio
mischiato ai miraggi.
Piombo nell’occhio,
rimàrginati.

Quando l’odi et amo catulliano marca la soglia tra prima e seconda parte del libro, entriamo nel tema amoroso e rimaniamo abbagliati dall’inventività metaforica del poeta, dal suo avvicinarci anche all’aspetto fisico dell’eros, ma senza bisogno di descrizioni e o di termini che potrebbero risultare pesanti o inopportuni:

ANNUNCIO

Annuncio che sei agro e subbuglio
un frenetico olimpo di semi.
Precipita sotto la faccia
se stilli e boccheggi
se solo ti esalti di essere foglia.
Il gambo conosci
il fusto più o meno vorace.
È culto nuotare
in quel mare di farro.
(pag. 35)

Una dichiarazione d’amore, indimenticabile: “Ti sento / come pinna armoniosa in uno stagno” (pag. 36, da PRIMA DELL’ARRIVO); un desiderio: “(…) Morire d’amore / al centro di un querceto” (pag. 37, da AMMALIATI); un eros esplicito e non volgare, appassionato e non esibizionista:

POTEVI LASCIARMI L’ECO

Se ti fermi non fiati,
non degni neppure uno sguardo.
Se ti muovi vorrei capire
perché scuoti la massa,
perché la brezza sa di fulcro
e non di crosta.
A gambe nude il fluido è pieno.
Ho mosso il capo, è vero,
ho posto l’occhio sull’involto.
Potevi lasciarmi l’eco
sull’osso sacro.
(pag. 39);

ASPETTO TE

E se non mi avvicinassi,
se non toccassi neppure per un attimo
la tua corda
l’intero tuo fianco che vacilla
tra cupole e mattoni.
La mia mano somiglia
al maturo sentimento
del cosmo.
Non ti tocco.
Aspetto te
continuamente
nel torbido lucente.
(pag. 49);

IL PISTILLO DEFUNTO

Incolla il collo
al lato destro del cuscino
e la tracolla col suo laccio
resti vigile sul letto.
Dormi, e non ti offrire
alle lusinghe.
È tutto così calmo
che il defunto pistillo
non verrà più a macchiarti.
(pag. 50);

AUTENTICA CORRENTE

Attendo quel giorno
Che mi darai boato di liberazione
d’orgoglio
di taglio.
Lo attendo.
E resteremo amici
se dirai che allacciati
siamo stati un’autentica corrente.
(pag. 52)

È Seneca, con una brevissima meditazione sulla vecchiaia, a introdurre la terza e ultima parte; c’inoltriamo ora traverso le pagine dedicate alla terra lucana, al paese natale (Accettura), al ricordo dei genitori; così, con epigrammatica commozione, Nota scrive:

LA MIA TERRA

La mia terra è ciò che incide
duramente il dorso
e nel petto si stagna.
E non sarà mai spina,
ma cima.
(pag. 56)

Poi, a seguire:

ACCETTURA

Fummo ciuffi.
Uno dopo l’altro
in alcun punto poté posarsi il polline.
Fu lo spazio più ristretto,
l’attimo che avvita la luce
il colore.
Chi ti ha lasciato
ha una lenta agonia,
nel costato un senso di chi è stato
sosta e sostanza.
I morti sono i tuoi rami.
Ma non è più stretta quella gabbia
se con un sibilo richiama
l’allodola e l’acquasanta.
(pag. 57)

Il ritorno, la memoria, l’esilio nel Nord, la meditazione intorno a un’identità, il mai interrotto colloquio con i genitori morti – in un dischiudersi di tali temi le composizioni di questa parte del libro sanno conservare un’asciuttezza che non cede mai al sentimentalismo, si costruiscono secondo un’etica che deriva dalla sobrietà e dalla laconicità dell’antica civiltà e cultura contadina, l’elegante tripartizione del libro che va dalla meditazione esistenziale e poetica all’eros trova approdo nella meditazione sulle radici personali e culturali, si riconosce in quegli elementi essenziali che fanno piazza pulita del superfluo e del vacuo, direi in una virgiliana pietas per le cose, gli animali e gli uomini:

LA STRETTA

Umanità, papà, il pane e il vino
il destino di chi era, chi è
nuvola palpabile.
L’uomo maturo non manca all’appuntamento
ha sentimento, lo cura da anni.
Ha interrato l’arma, il rigore
ha scovato l‘inviolato.
Ha capito che il muro è un pesco
che innesca simmetria.
Una stretta questa volta, papà
con lo scolaro ambiguo
morto trent’anni fa.
(pag. 58) – ammirevole, tra le molte già incise nella memoria di chi legge, è questa composizione: se molto forte, dal punto di vista del ritmo, è quell’accostamento iniziale di due sostantivi tronchi (“umanità, papà”), l’immagine “nuvola palpabile” e l’espressione d’assoluta bellezza e persuasiva forza “è un pesco / che innesca simmetria” costituiscono due perni attorno ai quali ruota la lirica; “curare” è l’atteggiamento etico che, è evidente, attraversa tutto il libro, mentre la memoria e la distanza temporale ristabiliscono il rapporto col padre ora che il poeta è, per dir così, padre (quindi responsabile) di sé stesso; ma essenziale, fondamentale, vitalmente presente è la figura della madre ed ecco un altro testo d’apparentemente semplice costruzione, ma denso di rimandi e significati:

PIGNOLA

C’è acume sulle scale.
Una grande sacca
reca piante sulle spalle.
Si deve salire
scendere e risalire.
Siamo in tre.
Dalle pieghe delle pietre
si sbrogliano nodi,
dalle punte fuoriesce il grande altare.
Qui è nata mia madre.
Il ripiano è ancora intatto,
ancora illeso è il legno duro.
L’amico mi chiede di posare,
di poggiare la mano
sulle grinze del muro.
Fermo il dito nell’incavo
dove legavano il mulo.
(pag. 61) – dovrei citare, lo so, Sinisgalli e Pierro e Scotellaro, le loro liriche dedicate alle rispettive madri; lo faccio, infatti, ma per ribadire l’originalità di queste pagine di Luciano Nota il quale non rinnega, ovviamente, i maestri, ma ne continua la lezione trovando (l’ho già scritto) il proprio timbro di voce che costruisce il testo per sequenze d’immagini all’interno delle quali assumono grande concretezza i verbi e i sostantivi: la casa natale della madre (e solitamente, ci si rifletta, la madre è legata alla nascita del figlio: qui Luciano fa, per dir così, un ulteriore passo a ritroso oltre la propria origine personale) si profila con una scala e con quei “salire / scendere e risalire”, mentre le pietre, il muro, “i nodi” e “le grinze” del muro dicono di vite di lavoro e del trascorrere delle generazioni ed è facile immaginare la casa lucana, bianca di pulitissima calce al suo interno, ove il letto dov’è nata la madre può con legittimità essere un altare e dove la mano del poeta compie due atti apparentemente uguali, ma distinti non a caso da due verbi somiglianti eppur dissimili: “posare” e “poggiare”, simili nel significato, dissimili nei suoni, ma, anche, forse, nel loro esprimere la differente intensità del tocco, nella loro lirica concretezza di azioni del toccare, oppure nel possibile climax innescato dai due verbi, o nella reiterazione di un atto che appartiene al rito che va compiendosi lì dentro dove sacra è la memoria. L’incavo, infine, che potrebbe rimandare anche all’elemento generativo e femminile, lì “dove legavano il mulo”, dice del legame inscindibile tra esseri umani e animali nell’antica civiltà contadina di queste terre, dice, laconicamente ma efficacemente, di una discendenza.

MANTELLO

Ricordo mia madre
poggiata all’inverno
la mano tra le briciole
il peso perso nel cervello.
Ricordo uno sguardo
bello come un anello.
Ricordo un brandello
un sorriso di speranza.
Ricordo d’aver dormito
ntrato nel mantello.
(pag. 62): quasi una filastrocca, ma in realtà uno struggente dipanarsi della memoria, un ritorno, attraverso la poesia, al proprio stadio fetale, così da ristabilire, nei due testi, la linea della discendenza: nascita della madre – nascita del figlio e suo essere-nel-mondo, ma vegliato dal ricordo della madre.

E sono, allora, molte le ragioni e tutte ben comprensibili per cui proprio in questo punto del libro si affaccia la figura di Pier Paolo Pasolini:

AROMA

(a Pier Paolo Pasolini)

Di pensiero in pensiero
di parola in parola.
E col pensiero
la lucertola di lì a poco
avrebbe stretto il fanello.
Di fatto non c’è luogo
né bersaglio
nessun affanno
nessuna tomba.
La sua parola torna a mezzogiorno
come l’aroma
sul fronzolo dell’arena.
(pag. 65)

Si constati ancora una volta come quella di Luciano Nota non sia una poesia “gridata”, ma forte proprio della sua saldezza compositiva e della sua coerenza intellettuale: Pasolini costituisce evidentemente il Maestro etico, letterario e politico di Luciano, il titolo, giocato su di un eventuale “a Roma”, dice dell’aroma dell’arte pasoliniana, avvertito dal poeta lucano “di pensiero in pensiero / di parola in parola” e la negazione della “tomba” (della morte definitiva di Pasolini, mi vien fatto d’interpretare) non avviene per moto irrazionale, ma per precisa consapevolezza: “La sua parola torna a mezzogiorno” che è, a mio modestissimo avviso, uno dei modi più alti e seri e degni con cui un poeta italiano abbia fino a ora saputo rendere omaggio alla figura di Pier Paolo Pasolini – e anche di questo sono profondamente riconoscente a Luciano. In tale linea di continuità ne leggo i versi che seguono, così colmi di slancio:

(…)
E credere all’incanto,
al mito realizzato
dell’uomo capace di
avere deliri,
e volare.
(da DELIRIO, pag. 68) e anche i seguenti:

(…) Rivoglio il mio rosso d’alba, / le arance più succose sulla carta” (da ROSSO D’ALBA, pag. 69).

Per concludere voglio citare la prefazione di Dante Maffia e la postfazione di Marco Onofrio, tutte pagine appassionate e ricche di suggestioni, nutrite di passione e di conoscenza profonda del mondo umano e poetico di Luciano e niente affatto pagine di circostanza come talvolta, purtroppo, avviene.

Le fotografie che corredano l’articolo sono tutte di Mario Dondero e si riferiscono la prima alla Festa del Maggio di Accettura, la seconda è una foto di scena dal reportage “Comizi d’amore”, la terza è anch’essa una foto di scena dal set del Vangelo secondo Matteo, l’ultima è un ritratto di Pasolini insieme con sua madre.

 

 

 

Italia d’Appennino

 

 

Hanno in sé dignità
ineguagliata
il bicchiere di vetro
ammezzato di vino:
e la caraffa d’acqua
sul tavolo per il desinare.

Sono silenzio
e istante lunghissimo
non offesi
e non mercanteggiati.

Riverbera inoltre della nobiltà
d’un vetro di finestra
da una casa d’Appennino
il vetro del bicchiere,
d’una manata d’argilla
per i coppi del tetto
la pancia capiente della caraffa.

 

 

Invito alla lettura dell’OSSERVATORIO di Francesco Dalessandro (e non solo)

 

specola-principale

Interno della Specola del Collegio Romano inaugurata nel 1852.

 

Come compresso e vittima di uno schiacciamento sul tempo presente è spesso anche chi, invece, (un critico letterario, un lettore attento, chi pratica l’arte della scrittura) dovrebbe coltivare la profondità temporale, lo stratificarsi lento e meditato di pensieri e sensazioni, rischiando di arrendersi, magari senza accorgersene, a questo turbinio superficialissimo ed epidermico di recensioni, presentazioni mordi e fuggi, lasciandosi inghiottire da un presente spesso privo di spessore, di attenzione, di cura. Via Lepsius con ostinazione si chiama fuori da questa tendenza, Via Lepsius vuole continuare a esercitare l’attenzione per i risultati più recenti delle scritture, ma anche leggere e attraversare libri di valore da tenere come punti fermi capaci d’illuminare quello che accade e, possibilmente, quello che accadrà; d’altra parte un libro pubblicato nel 2011 (questo L’osservatorio di Francesco Dalessandro pubblicato nelle belle e sobrie edizioni di Moretti & Vitali di Bergamo) non è cronologicamente molto distante da questo 5 marzo 2017, ma nell’oceano informe della “rete” e in quella che mi piace chiamare superstiziosa adorazione del tempo presente, rileggere e attraversare un libro che, inoltre, ha alle spalle un farsi molto più lungo, è, mi auguro, un atto eretico e in controtendenza. E sono felice di scriverne perché si tratta del libro di una persona di notevole umanità e di un artista che esercita il mestiere di poeta con serietà e dedizione e senza narcisismi.
L’osservatorio possiede quel respiro, quel ritmo, quell’ampiezza di disegno e di propositi che ne fanno un libro da portare con sé e al quale spesso ritornare, è un progetto poetico capace di esaltare e ripetere la bellezza sintattica e lessicale che sono uno dei molti privilegi della lingua italiana; l’idea è tale da far tremare i polsi: dire di un io che vive, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, la propria storia personale inscindibile e non scissa dal luogo, vastissimo e anche mitico, immaginifico e del tutto reale, favoloso e addensato anche di puzze, anche d’inarrivabile bellezza, anche di volgarità, anche d’esaltanti slanci, abitato dall’innumere presenza dei nomi, dei fatti, delle stratificazioni e che ha il nome di Roma.
Roma sta nei molti film (e ognuno di noi ne ricorda alcuni in particolare, ne ama o detesta questo o quel passaggio), nei molti libri e nelle foto, tantissime, che ne perpetuano il mito e il fascino – Francesco Dalessandro compone un poema e lo articola in quattro parti (L’osservatorio, Stagioni del basso mondo, L’azzurro del cielo, Mare delle passioni) capace di far sentire come una persona innamorata della città (l’autore) la respiri e la restituisca traverso una scrittura dalla finissima, articolata tessitura sintattica e contenutistica; Roma è il vivere stesso, il sentire e il pensare e Dalessandro pone la sua voce, cordiale (devo ricordare che il bell’aggettivo deriva da cor, cordis?), mossa e commossa, in qualche modo debitrice alla tradizione più alta del bel canto italiano, ma anche talvolta franta o irata, melancolica o dolce, la pone, dicevo, accanto a quella di altri che hanno detto, nelle loro peculiari maniere, Roma: Pasolini, Bertolucci, Rosselli, Bellezza, Penna … Ma c’è, ai miei occhi di lettore, anche la Roma di Cristina Campo e quella di André Frénaud, quella di Durs Grünbein e quella di Rafael Alberti, ché Francesco Dalessandro contempera, in questo libro, l’esperienza personale con le suggestioni letterarie, la consapevolezza storico-culturale con la voluttà che deriva dal sentire con tutti e cinque i sensi una città unica. E questo mi piace in modo particolare, questo rende il libro così vivo, splendente, armonioso: la parola governata dalla sintassi tanto sapiente ed elegante è espressione della vitalità dei sensi, del loro essere vivi e attivi, preziosissime proiezioni della mente verso l’esterno, cosicché un erotismo luminoso e gioioso, talvolta oscuro e istintivo, investe i versi e le esperienze, i pensieri e il canto.

Torna, Musa” è allora l’attacco del libro, gravido d’un consapevole andare in controtendenza (ma non è morta la Musa? non se n’è fatto beffe Montale in un suo celebre testo, e non ci ha meditato anche Sinisgalli?) – ma Dalessandro è poeta e intellettuale estremamente avvertito, per cui l’invocazione ha il senso d’una ben precisa scelta di poetica (e l’esempio che trascelgo valga anche come indicazione di stile e di pensiero):

“ho bisogno di un verso
liquido che fluisca naturale
con forma e suono acconci che narri districando
il groviglio dei sensi, di un senso
semplicemente chiaro nemmeno verità
ma ipotesi del vero che sia
ricco senza effusione e scarno senza
povertà: questo m’è necessario”

(…)

– infine, Musa, vieni con l’affanno del nuovo
o la quiete serena che dà la tua franca parola (pag. 12).

In chiusa del volume si possono leggere un’affettuosa nota di Attilio Bertolucci e un illuminante saggio di Gianfranco Palmery (poeta e intellettuale, quest’ultimo, di cui si sente fortemente la mancanza in questi anni recenti) – ecco, se da un lato potrebbe esserci qualche affinità con la poetica bertolucciana (soprattutto quella che sottende i poemetti e quel capolavoro assoluto che è La camera da letto), Palmery sottolinea, e ben a ragione, come “nel poemetto di Dalessandro non si narra nulla – si gira intorno. Tutto trascorre e ritorna. Non ha il tempo lineare della narrazione, della storia, bensì il tempo circolare delle stagioni, della natura” (pag. 105) e infatti un altro punto di forza del libro è la capacità posseduta dal ritmo e dal linguaggio di restituire il senso dello svilupparsi circolare del tempo, in un’originale compresenza di realtà urbana e di ritmi vitali determinati dalla natura, là dove l’individuo non è un io sperso e alienato, ma, appunto, un essere senziente che possiede in una geografia romana più interiore che esteriore, ricchissima di precisi nomi di piante e di luoghi, lo spazio del proprio muoversi.
Dentro una tale geografia (o psicografia o emerografia) emergono voci, segnatamente quelle apposte in epigrafe alle varie parti del poema, dalle quali Dalessandro prende avvio e con le quali dialoga: Alfred Hitchcock che parla della sua Finestra sul cortile, Dante, J. D. Salinger, Pier Paolo Pasolini, Ingmar Bergman, l’amico carissimo Alessandro Ricci, Teodoro Prodromo e altri ancora, presenze tutte che fanno dell’opera un complesso sistema di riferimenti anche storico-culturali, oltre che psicologici ed emotivi.

Così, scesa la sera con le fragranti ombre
lilla avvisaglie della prossima trionfante
primavera dietro il colle Vaticano tornati
con sollievo il bel tempo e l’avvenente luce
tardiva dell’ora legale, le reti di un altro
giorno della vita passato con fatica
nelle invernali e chiuse stanze con fili
di storie riparo e mentre a rinarrarmi
ore e freschi orizzonti tremuli d’ali e cirri
nel precipite sereno vaganti io riprendo,
sui chiari viali accecati di luce sui platani
frementi di piume vive foglie e i brevi
tornanti avvolgentisi in alto, dove pini
e cipressi incoronano la vetta e luminoso
l’Osservatorio al lor centro dominante
con l’oro delle cupole sul basso mondo
e le viventi sue stagioni ora si leva fermo
e fatidico emblema di sé, già il crepuscolo
si addensa

dopo cena – tornato il silenzio la casa
tranquilla addormentandosi la città,
bava di luci oltre le chiome al vento
del Pineto notturno gementi, lontana
preparata al riposo – le ragioni
della resa ritrovo, premessa ai versi
che l’io sentimentale secerne con ingenua
vena (canto stremato) nell’adagio della
fresca notte marzolina al compleanno
imminente promessa d’acqua e fuoco
che scaldi alla sua lingua il discorso
fatuo d’amore e morte, e doloroso errore… (pagg. 39 e 40, marzo dalla sezione Stagioni del basso mondo) – si noti l’articolata architettura delle proposizioni, l’elegante e ricco distendersi del lessico, la sinuosa andanza del discorso poetico: Francesco Dalessandro ha trovato (e il lavoro di lima, di messa a punto, di costruzione è durato lunghi anni, approdando a un risultato davvero alto di stile e di espressività) un ductus del proprio carmen capace di avvincere l’attenzione del lettore, conducendolo attraverso un discorso elegante e complesso, mai scontato o prevedibile – numi tutelari, mi vien fatto di pensare, Orazio e Virgilio per quella sobria e dotta eleganza capace d’imbastire lunghi e meravigliosi discorsi poetici, in altri punti Catullo (Dalessandro stesso scrive altrove: “penso / a Catullo al carme ottavo di così / patetica bellezza in cui rimpiange i giorni / consumati correndo dove amore pretendeva / e poi più non vuole“, pagina 68).

………………..“per questo per i quindici venti
anni che mi restano cosa – dicevi – cosa
fare in questa Roma invivibile dove
non c’è parcheggio né posso camminare
per il Centro senza crepacuore? Andrò al
sud …”
………………e io chioso ricordando i tuoi
versi
………sulla lucida spiaggia ionica dove
tardo allievo platonico leggerai il Simposio
e Fedro a due km dalla S. S. 106 Taranto-Reggio
Calabria … e riscoprirai nel discorso di
Diotima che la bellezza è per sé
e con sé, eternamente univoca ma che
gli sciagurati del XX secolo che rileggono
in così grave ritardo remoti luminosi
pensieri sono già feriti a morte (pag. 59) – è un estratto dalla sezione L’azzurro del cielo nella quale l’amico fraterno Alessandro Ricci è interlocutore privilegiato per una riflessione lucida e amara sul presente e, a ben riflettere, L’osservatorio è anche una complessa elaborazione in chiave culturale di quanto l’io lirico esperisce nella Roma degli ultimi due decenni del XX secolo e dell’inizio del nuovo secolo.

il buon pensiero del mattino – “resti
vivo finché ami e scrivi” – si riaffaccia
alla mente con uguale chiarezza nel preciso
momento in cui scende il gradino –

(…)

sa qual è il giusto verso –
sa cosa fare – appena giunto a casa –
con fede e pazienza francescana si siede
allo scrittoio – inizia a scrivere – sa
che quel pensiero mattutino è il solo
specchio dove specchiarsi – e conoscersi –
guardarsi e riconoscersi – anche se
non è la misura della vita – non misura
l’abiezione dei giorni che lui passa fuori
di sé (pagg. 72 e 74) – nei molti versi che non ho citato è raccontato l’incontro casuale e fuggevole con una ragazza in metropolitana, il sorgere del desiderio carnale, la rinuncia alla sua realizzazione: apertura e chiusa del brano (Buon pensiero del mattino, II dalla sezione Mare delle passioni) da me riportate esprimono bene l’atteggiamento etico del poeta traverso tutto il libro, atteggiamento che bene giustifica anche il titolo L’osservatorio, in un procedere con pazienza e attenzione attraverso i giorni, nel ritornare delle stagioni, nel misurarsi con le più diverse occasioni della giornata, ivi compreso il lutto, il passo spesso avvertito della morte, il dolore. E, ritornante, l’eros (soprattutto l’amore coniugale, ma anche i frequenti slanci dei sensi nei confronti della luce di Roma, dei luoghi della città, delle piante e degli alberi, delle variazioni dal nuvolo alla pioggia al sereno al sopravvenire dei crepuscoli o della sera e della notte), l’eros mi sembra la più nutriente linfa che attraversa e sostiene il libro (“geenna / di fuoco fuoco vivo e inestinguibile“, pag. 76), in sintesi dialettica (e talvolta anche in conflitto) con l’avanzare dell’età anagrafica (“né medicano i versi, / mentre il giorno scorre lento / un minuto dopo l’altro fiorenti / alla memoria un’ora dopo l’altra / sul capo che imbianca sul corpo che invecchia / benché il cuore impudico ricanti / desideri canti amori passati / e futuri con la forza di un’oscura / costanza, né alleviano i versi / fatica e noia“, pag. 85). L’osservatorio è un percorso mai pacificato, irto d’inquietudini, materiato di almeno due voci dialoganti (le si distingue tipograficamente per il fatto che una delle due viene evidenziata tramite virgolette), splendidamente problematico e ferocemente sincero: è, da parte dell’autore, un continuo mettersi a nudo, respingendo sistematicamente ogni consolatoria o rassicurante conclusione:

un morbo maligno mi ha corroso in tutti questi
anni mi ha reso arido e del sogno ricordo solo
insensate speranze e bisogni non la luce
né il malvagio dèmone della notte che mi ha spinto
in quest’abisso vuoto del cuore!
……………………………………………dov’è finita
la sacrosanta verità adorata? adirata è fuggita
portandosi dietro la poesia: dovrò salire
e scendere ncora le scale di questo tetro purgatorio
faticando e penando senza l’angelo di dio
che mi segni la fronte e mi tragga a salvamento
cercherò il Lete di una balda innocenza
ma senza trovarlo e avrò sempre nella carne
le aride spine acuminate del dolore senza più
giovanili illusioni la polvere dorata della prima
infanzia ma cenere e sale sui capelli abbandonato
al dèmone dell’ansia al desiderio che non può
avere compimento (pag. 89).

Il poema si apre, l’ho già scritto, con la sezione intitolata L’osservatorio e si chiude, circolarmente, con il testo conclusivo (il numero 12 dell’ultima sezione Mare delle passioni) che si chiama appunto L’osservatorio dal quale riporto gli ultimi versi (sempre Palmery analizza con sagacia i rapporti numerici che legano le varie parti del libro):

e il giorno cresce si fa più caldo
il sole il traffico più intenso l’ora
e l’aria maturano addolcite mentre spira
tra le siepi e i rami spogli della vite
americana dalle curve sulle foglie
tintinnanti e sui volti un leggero
vento, limpido il cielo ma sul cuore
pesa una nube l’ansia dolce diventa
sottile angoscia “mio dèmone domani mi dicevi
sarà il giorno finita la clausura di cercar
ventura, io consumo l’attesa passando
il ponte e tu sei pronto a uccidere l’illusa
speranza un’altra volta senza averne
pietà”, negli occhi stupefatti è pura
luce il fiume la città corpo segnato
per secoli paziente si dispone al nuovo
giorno (pag. 92).

Trovo molto significativo quel “disporsi al nuovo giorno“, straordinaria quella definizione di Roma quale “corpo segnato / per secoli” e in effetti è vero che tutto il libro di Francesco è un riferirsi continuo al corpo senziente, pianta tra le piante, albero tra gli alberi, oserei dire, ma pianta che si muove da luogo a luogo e che contiene una mente che riflette e scrive, che capta e trasforma in canto, che percepisce lo scorrere del tempo restituendone il moto di fiume.

 

mappa-di-roma-in-bianco-e-nero

 

Non è un caso, allora, che uno dei luoghi ricorrenti nel libro, il Pineto, sia al centro di un’edizione d’arte edita nel 2013 dal Bulino di Roma e corredata dai disegni di Silvia Stucky: si tratta del poemetto Primo maggio nel Pineto il quale sembra continuare L’osservatorio, esserne quasi una sezione aggiuntiva, ma, pure, con una sua precisa autonomia, ché qui Francesco Dalessandro può con più agio richiamare e riproporre anche i turbamenti e le scoperte erotico-amorose dell’adolescenza, sempre intrecciandole con magistrale arte alle percezioni, numerosissime, che il noi, il pronome-soggetto caratterizzante l’opera (il poeta e la sua compagna), riceve ed esprime:

Dai casali diruti siamo entrati
nel verde e seguendo sentieri
già tracciati con altri gitanti
della festa –

(…)

al cuore del Pineto ci siamo
diretti seguendo solo i nostri
estri con l’intenzione di goderci,
liberi da pensieri, passeggiando
in piena libertà il bel mattino
festivo, primo maggio dell’anno
novantasette in cui una primavera
serena per noi forse trascorre (le pagine non sono numerate, ma si tratta, qui, dell’attacco del poemetto e di versi di poco successivi).

Primo maggio nel Pineto diviene allora anche un lungo flash-back accorato, struggente, talvolta malinconico nell’adolescenza del poeta (la lunga sequenza dedicatavi è di commovente bellezza), e anche questo poemetto, come il libro di cui in precedenza, è vibrante di vitalità e di slanci, di sensazioni e di un riconoscersi appartenere a una comunità la quale anch’essa s’abbandona al sentire e al percepire la luce, gli odori, i diversi luoghi del Pineto, il variare del dì festivo, ché spesso sono presenti riferimenti agli altri gitanti incontrati, alle coppie di fidanzati e amanti che animano il luogo di gesti e di desiderio, ai compagni d’infanzia e d’adolescenza …
Primo maggio nel Pineto è pur’esso poemetto percorso da un moto perpetuo (in fondo, se ci si pensa, un corpo ha vita finché il sangue vi circola senza interruzione e attributo essenziale del corpo stesso è il movimento, per cui esistere è moto ininterrotto, e anche cambiamento continuo e attraversamento del tempo).

(…)

l’assoluta serena bellezza
del tardo mattino di maggio,
che perfetto per trasparenza
e chiarità ci viene regalato,
mentre infine noi siamo tutto
ciò che vediamo che sentiamo
e ricordiamo senza sforzo, solo
lasciandoci andare al ricordo,
senza intenzione come se leggendo
ci cogliesse un sonno improvviso,
leggero e breve ma al quale
non possiamo o sappiamo resistere.

Ma, in verità, il poemetto andrebbe letto tutto in sequenza, anche per cogliere e apprezzare il disporsi vasto e sinuoso della sintassi, la sua armoniosa complessità che perfettamente restituisce proprio la complessità di pensieri e sentimenti, un’architettura linguistica e compositiva che (e lo ribadisco anche qui) ben a diritto merita di essere chiamata carmen, proprio secondo l’idea latina del componimento lungo, anche solenne, saldo e complesso nella sua espressione metrico-prosodica e linguistica; perché non ricordare allora gli Charmes di Paul Valéry, per esempio, o i Canti leopardiani e, ovviamente, Verso le sorgenti del Cinghio o Presso la Maestà B. di Attilio Bertolucci? Dalessandro compone una poesia controllatissima dal punto di vista formale e proprio la forma sa dispiegarsi senza forzature, né sbavature o incertezze, accogliendo in sé ogni aspetto del vivere, percorrendo anche in questo bel libro l’arco che si dispiega dall’adolescenza, attraverso la maturità, verso la vecchiaia (significativo il trapassare dei tempi verbali dal presente all’imperfetto/passato remoto al futuro):

(…) A fatica scaleremo
l’impervio terreno gibboso
e secco ascenderemo gradini
di friabile argilla e di roccia
tra radici di sughero e querce
nane, ma in vista della strada
e dei palazzi, sul sentiero
finalmente raggiunto sospinti
dall’ansia usuale affretteremo
il passo, il passo come sempre
verso casa.

 

 

Ricordando Gianmario Lucini

 

 

bischof_finlandia

Werner Bischof: “Lettura alla luce della candela”, Rovaniemi, Finlandia, 1948.

 

 

Per ricordare Gianmario Lucini pubblico qui su Via Lepsius la mia nota di lettura dedicata al bellissimo libro di Fiammetta Giugni Carmina Flammulae e che Gianmario, con la generosità che lo contraddistingueva, pubblicò a suo tempo sul sito della sua Casa Editrice, la CFR; considero uno dei tanti meriti di Gianmario quello di aver dato spazio e occasione di farsi udire alla voce rara e inimitabile della cara amica Fiammetta Giugni e scelgo di ricordarlo richiamandomi al suo amore per i poeti di talento.

 

 

Come tutti i libri di poesia riusciti e preziosi perché capaci di portare il lettore a ritornare spesso su di essi, a non accantonarli dopo le prime letture, Carmina Flammulae s’impone per l’immediatezza e la necessità della dizione poetica, per una naturalezza e spontaneità (ed esse non hanno nulla a che fare con una supposta e malintesa ingenuità o istintività, tutt’altro!) che sono frutto della quotidiana cura della parola, come se vivere ed esprimersi in versi fossero in Fiammetta Giugni tutt’uno: libro privo di compiacimento e di narcisismo, libro, ben s’intuisce, nato da una necessità profonda a dire, libro onesto, se volete in senso anche sabiano.

Comprensibilmente l’autrice si pronuncia in favore del silenzio e dice di sentirsi soltanto umile ricettacolo della Parola; ma non occorre essere credenti per amare questo libro: il senso religioso di amore e di rispetto per l’ambiente, per gli esseri che lo abitano, per il dolore degli umani appartiene a chiunque si senta figlio della terra.

La silloge va costruendosi come una sorta di monastero i cui mattoni sono le parole, come un eremo di silenzio e meditazione, come un broletto dal quale ha luogo la contemplazione; non ho scelto a caso i tre sostantivi in corsivo, perché tutti rimandano a una condizione esistenziale e spirituale e a una scelta di solitudine che, per apparente paradosso, è estremamente aperta al mondo. Mi sembra infatti che l’intera raccolta dispieghi una serie di polarità comunemente considerate inconciliabili, ma che invece il pensiero e la parola poetica sanno interconnettere affinché liberino senso: silenzio e suono della parola, solitudine e ascolto del mondo, io e alterità. Siamo nel cuore di un libro anticonformista e in lucida controtendenza: se la realtà che ci circonda è fatta di musica sparata ovunque dagli altoparlanti e fatta forzosamente ingurgitare non a persone, ma a clienti cui viene riconosciuta una parvenza di esistenza solo in quanto clienti, se la domenica consiste nell’amorfo ammassarsi dentro i centri commerciali, se le serate affondano nella demenza televisiva, Carmina Flammulae racconta il raccoglimento, la meditazione, il gentile sussurrare i propri pensieri sotto i quali tumultua però l’incandescenza del magma.

La prima parte, intitolata CANTI DEL MIO BROLETTO (ricordiamo che l’accezione principale di brolo e broletto è campo coltivato, orto, circondato da un muro) comincia con un testo posto tra parentesi, quasi a voler suggerire il sussurrare e il tendere al silenzio gravido però di pensiero: (… ho disposto un perimetro / di sassi e di rinuncia / nel luogo in cui ti attendo // quanto posso mi tengo / a ciascuna misura di isolamento / che abbia di un hortus clausus / la parvenza), pag. 14. La misura breve, ma classica del settenario sorregge metricamente un discorso scarnificato e denso, la clausura e il perimetro, fatti di sassi e di rinuncia, costruiscono uno spazio interiore di attesa – il pronome “ti” può essere oggetto di diverse interpretazioni, anche in base alle sensibilità del lettore. Un elemento che apprezzo è la musica discreta di questi versi, perché il silenzio può essere … detto solo tramite le parole e così si rivelano quelle discretissime e belle assonanze tra i termini perimetro-attendo-tengo-isolamento, mentre compare subito il sasso, la pietra, referente di una condizione volutamente spartana del vivere e radicata nell’essenzialità dei bisogni.

oggi la neve beveva la pioggia / e senza nessuna paura / cedeva il suo bianco / alla terra // anch’io vorrei seguire l’ordine del tempo / e sentirmi sospesa / fra coesa e dissolta” (pag. 16) dice la poetessa e in questo frangente farei notare l’uso assai parsimonioso delle maiuscole (rarissime in tutto il libro, assenti nei versi citati e questa è la norma generale) e la rarefazione quasi totale della punteggiatura, lasciando la scansione ai grandi spazi bianchi della pagina intorno al testo, allo scorrere dello sguardo durante la lettura da un verso a quello successivo e alla spaziatura tra le strofette. La lingua usata va da un italiano cristallino al latino, ancora a un italiano ispirato a exempla medievali e francescani, fino al dialetto valtellinese e i motivi sono, a mio parere, almeno due: parlavo di anticonformismo e controtendenza, ebbene il libro di Fiammetta Giugni rifiuta il calco del parlato, cerca una lingua capace di veicolare lo scavo interiore e l’attesa che marcano anche il vivere oltre che lo scrivere della poetessa – è una lingua elegantissima, condotta fino al massimo di significanza, perfettamente dominata nelle sue sfumature lessicali e sonore; altro motivo potrebbe essere la consuetudine con i testi religiosi e mistici sia in latino che due e trecenteschi, per cui posso immaginare che per l’autrice sia naturale, ovvio pensare ed esprimersi seguendo anche sintatticamente e lessicalmente le suggestioni che da tali letture le derivano: “alba / bell’alba / gutta de rosada / umor de veritate / destillatio rara // alba / bell’alba / immaculata et vaga / pagina clara / sovra la mia scriptura / de paga et pretio / a la mia notte oscura” (pag. 21). Eppure c’è tanto di più, come in ogni testo poetico che in sé sa raccogliere e da sé irradiare connessioni e richiami: penso all’aubade di tradizione provenzale, alla rosada (rugiada) pasoliniana e friulana (quindi forte è la presenza della tradizione romanza), ai mistici (San Juan de la Cruz citato esplicitamente, ma, credo, anche tutta la tradizione mistico-speculativa intorno alla luce e al buio, all’acqua rigeneratrice, alla parola e al silenzio, alla simbologia del seme e del fuoco); il vaga è anche il prediletto aggettivo leopardiano, mentre (suggestione platonica?) l’alba è la pagina che si dispiega sopra la scrittura, la quale ultima sembra essere solo imitatio della vera, quasi un venale prodotto della notte oscura appena passata.

 

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Luigi Ghirri: Capri, 1981.

 

I pruni, il fico (“verrà – dico al mio fico – / il tempo dei tuoi frutti / i più dolci dell’hortus // le grosse gocce del tuo sangue / avranno la mia riconoscenza”, pag. 19), il glicine (“c’è del buono lo sento / nell’ordine fitto / del glicine fratto di lilla / e rifratto di bianco” pag. 20), i gatti in amore, l’ape, l’equinozio, le stagioni e, sovrastante, la montagna, la grande, alta, splendida montagna e poi i muretti a secco sono gli elementi del paesaggio di cui è sostanziata la silloge. Proprio i muri a secco del broletto meritano contemplazione e un canto che si dispiega in sequenze spesso anaforiche celebrando l’artigianale lavoro di chi quelle pietre scelse, lavorò e sistemò; si tratta di pietre che vivono, in ognuna di esse si esplica l’energia della natura e del lavoro umano congiunti: “…e aprirsi / a una sola misura di terra / al vagito sottile / delle piccole teste di pietra / che la chiudono / per farla universale e unica” (pag. 36).

io vivo in presenza del monte / al cospetto perpetuo dell’alto” (pag. 46) iniziano i MADRIGALI DI MONTE che, richiamando la tradizione del madrigale amoroso, cantano il rapporto d’amore, appunto, con l’alto, con l’appello dell’alto e sono innervati da una meditazione sul dire: “ma io sono la lingua / del sodalizio / la destinata a dire / la madre feconda del nome // io sono la creativa della glossa a commento / la nota intonata” (pag. 48). La poesia di Fiammetta Giugni sceglie infatti il canto cristallino e privo di ermetismi: “posa sulle mie cose / nel tragitto palindromo / del scendere e salire / l’eco della cima silenziosa // e viene neve se ha da venire / e vento quando soffia / e quando sorge / luna // e quando viene / il vento / taglia la lingua nuda” (pag. 54), nel suo andamento meditativo, sempre attenta agli accadimenti naturali, nel suo itinerare “palindromo” di ascesa e discesa questa poesia fa pensare a certi testi di Anna Maria Farabbi (quelli di Solo dieci pani, LietoColle, Faloppio, 2009, per esempio) e alla simbologia del Carmelo, nonché a molte bellissime pagine di Adriana Zarri (Un eremo non è un guscio di lumaca, Einaudi, Torino, 2011). Ho citato testi affini per temperie spirituale e comune modo di sentire il mondo, anche perché la poesia di Fiammetta Giugni esplicita e vuole avere radici in un’esperienza esistenziale precisa, non si pensa come un assoluto a sé stessa bastante, aprendosi a espliciti richiami come nel verso “(…) quando mi racconto Zanzotto” (pag. 50). E anche chi è “affacciato alla riva di un’altra tradizione” (mi approprio qui di un verso della poetessa a pag. 51) potrà ben apprezzare la bellezza del canto (“c’è la ripetizione ossessione / di regola quasi preghiera / uno sgranarsi di idillio / che (per dirlo) / al suo suono / ne viene un profumo” pag. 20, ad esempio), la profondità dell’esperienza e della ricerca da essi veicolata, il voler fare coincidere esistenza e parola, il portare a espressione dubbi e battaglie interiori: “così ci amiamo: // nell’incastro perfetto / delle accezioni doppie // nelle simmetrie / delle tensioni opposte // con le scherme / ricostruiamo la pace” (pag. 53); e nei densissimi VERSI INCOMPIUTI SULLA FORMA DELLA CROCE: “a ogni voltar di pagina / convoglio la presenza / di tutta la mia apprensione / e di tutte le mie fiducie // è un dispormi al viaggio / sub signi crucis / unica protectione” (pag. 70). Dolore, sacrificio, corpo come crocevia sia della gioia d’essere al mondo sia della sofferenza connaturata all’esistere, corpo che ha in sé la forma stessa della croce, corpo che reca il seme della gravidanza e del parto, sguardo, guardare: sono questi i nuclei semantici del dialogo poetico della sezione, benché l’intera raccolta sia dialogo costante con “Vostra Assenza” (pag. 25), con il “tu” ch’è Dio (ma quest’ultimo termine non è mai, significativamente, enunciato), uno svolgersi ossimorico di opposti che cercano conciliazione, un forzare la parola e il verso poetico (“slogare” è verbo che la poetessa usa con definitiva e lucida consapevolezza del proprio poetare) per dire ciò che è arduo dire, in quanto travalica le possibilità espressive della parola stessa. In tal modo Fiammetta Giugni è ben dentro la ricerca poetica contemporanea che cerca nuove strade al dire dopo aver conosciuto e attraversato la crisi del sistema linguistico in quanto veicolatore di significati, portato di un periodo storico, sistema segnico. Nell’attenzione e nell’attesa, nell’interrogare continuo e nel guardare si spalancano non certezze e soluzioni, ma ancora interrogazioni e sguardi spinti il più possibile oltre l’ultimo orizzonte appena raggiunto, si spalanca una dizione che pronuncia la contraddizione e il paradosso: “penso sia troppo dura / la sostanza / per contenere il senso “ (pag. 62); “bisognerebbe arrivare al punto (e oltre) / senza più orecchi / e bisognerebbe avere il coraggio di guardarla / (la Forma) / ma come senza occhi” (pag. 64); “e come rispondo / adesso / alla risposta?” (pag. 66); “qui è rimasto uno scudo di parole / perché tu sei la lancia” (pag. 73).

 

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Cesare di Liborio: “Labyrinthos II”.

 

Nelle ultime pagine della silloge si colloca una lunga sequenza lirica dal titolo stupendo di ONTO- OROGENESI: “Camminavo, in alto, camminavo”; “ho scelto la pietà / scabra del sasso” (pag. 77); “essere sempre al centro / sentendosene fuori” ; “l’importante è osare / la dicotomia, osarla questa dicotomia” (pag. 78); “perché adesso è l’oggi, è il parto, l’atto di mettersi al mondo attraverso il connubio spinto fra l’anima e il Legno, fra il pensiero e la sua compagna Acqua” (pag. 80) – ho citato soltanto alcuni luoghi del componimento che spero ne suggeriscano la struttura come di un journal intime, come di uno snodarsi di pensieri legati spesso per asindeto e per semplice accostamento; vi si vuol rappresentare la nascita dell’essere che avviene attraverso l’atto medesimo del pensare e che somiglia a un sollevarsi verso l’alto di quanto in precedenza era sommerso. Non trascurabile è poi il motivo erotico, presente anche in altre parti della raccolta, il quale non è affatto paradossale o bislacco se si fa mente locale a molte pagine di letteratura mistica in cui le immagini e le metafore di carattere erotico dicono l’amore tra Creatore e creatura e non dimentichiamo neanche la rappresentazione berniniana dell’estasi mistica di Santa Teresa e di Ludovica Albertoni.

E infine EXITUS: “È già tutto dettato / un testo generato dal sotto / del titolo dotto or/mai detto / come fosse rimasto per ore, per giorni, / per cercini d’anni sospeso / in attesa / (…..) / e risuona / il concetto più puro // per similitudine oppure // per alto distacco” (pagg. 83 e 84). La poetessa considera sé stessa soltanto un umile tramite traverso cui la parola viene alla luce, ella è, appunto, una flammula, la fiammella/fiammetta che brucia d’amore per la parola, colei che si schermisce di usare un “titolo dotto” che, e questo viene detto con una sorta di rassegnazione, è “ormai” stato formulato, “or” ora pronunciato. C’è un mettersi al servizio della parola e della poesia in questo libro, un fare del mestiere poetico diuturno esercizio di ascolto e di attesa, proprio in tempi d’impazienza e di fretta forsennata e qui chiudo il cerchio: non c’è niente d’ingenuo o viceversa d’atteggiato nella pronuncia poetica di Fiammetta Giugni; mi piacerebbe addirittura sapere se sottintesa non ci sia la lettura di María Zambrano e penso alle pagine della filosofa spagnola in cui la poesia viene resa luogo privilegiato della speculazione e della ricerca filosofica; mi pare infine di riscontrare un amore per la bellezza che si esplica tramite la cura della parola quale specchio della bellezza insita nella natura.