Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Tag: poseurs de signes

Perché tradurre “Le trait qui nomme” di Yves Bergeret

 

Acquerello di Elicia Edijanto: “L’albero solitario”.

 

Torno a un concetto cui tengo molto, infischiandomene altamente se quel che vado a scrivere possa essere ritenuto “sorpassato” o “nostalgico” – ciò che sto per dire investe infatti direttamente il senso e le motivazioni della mia stessa scrittura e l’esistenza di questo spazio che ho chiamato Via Lepsius: scrivere e tradurre sono atti politici.
L’occasione di riaffermare quanto ho appena detto mi viene offerta da una straordinaria e stimolante iniziativa cui ha dato vita Francesco Marotta e i cui risultati sono in corso di pubblicazione in queste settimane sulla Dimora del Tempo sospeso: la traduzione in lingua italiana a cura di un gruppo di scrittori, poeti e intellettuali dell’opera di Yves Bergeret Le trait qui nomme / Il tratto che nomina e ancora inedita in lingua francese, salvo poche copie stampate a proprie spese dallo stesso autore.
Ho avuto il privilegio di leggere Le trait que nomme più di un anno fa e ho discusso con Yves circa la natura dell’opera: essa mi era apparsa un’originale riproposta, modernissima e possente, del “poema”, anche se sono consapevole del fatto che un lettore italiano tende ad associare il termine “poema” ai poemi omerici o a quelli italiani rinascimentali – là dove il bellissimo vocabolo francese “poème” è attribuibile anche a una composizione breve e brevissima e, almeno al mio orecchio, conserva in pieno l’origine etimologica derivante dal greco ποιεῖν : fare, creare. Ora, i termini créer e création sono centrali nel lessico di Yves Bergeret e Le trait qui nomme è, appunto, un poème dall’essenza polimorfica e complessa, un’opera vasta, scritta in prosa si potrebbe approssimativamente dire, ma: la sua natura poematica è insita nel linguaggio stesso utilizzato (mosso, ricchissimo, non estetizzante o compiaciuto di sé, ma vivo e musicale, ricco di variazioni, d’immagini, di timbri, una vera polifonia linguistica e immaginifica) e nella vasta varietà delle parti che lo costituiscono – e si pensi che l’opera è, nella sua motivazione originaria, un resoconto dei numerosi viaggi e soggiorni che Yves nel corso di più di dieci anni (1998 – 2009) ha effettuato nel Mali settentrionale e più precisamente nel villaggio dogon di Koyo, entrando in profonda empatia con gli abitanti, venendo gradualmente integrato nel tessuto sociale e culturale del villaggio, venendo anche iniziato ad alcuni rituali segreti, conducendo con le genti del villaggio, e in particolare con i “poseurs de signes” (pittori, ma non come s’intende in Occidente, bensì come individui facenti parte di una collettività dall’orizzonte culturale e spirituale condiviso e che rendono visibili segni che alludono a uno spaziotempo entro il quale corpo e mente, individuo e comunità, storia e mito si compenetrano), azioni di ricerca e di creazione tendenti a “leggere” lo spazio, a mettere in relazione una cultura orale estremamente raffinata e molto antica con l’atto della scrittura e della pittura.
E torno ora al punto: Yves Bergeret dimostra, senz’ombra di dubbio, che la cultura di Koyo (ripeto: trasmessa da generazione in generazione oralmente e resa, diciamo così, visibile tramite interventi antropici di vario genere nelle grotte della falesia sulla quale è situato il villaggio e tramite pitture parietali), Yves dimostra che tale cultura costituisce un cosmo molto complesso, proliferante di simboli, estremamente raffinato, per cui quella che noi Occidentali pretendiamo sia “povertà” (molto limitati i mezzi di sussistenza di questa civiltà, abitazioni di fango o di legno, mancanza della stragrande maggioranza delle “comodità” che, invece, ci ostiniamo a ritenere irrinunciabili) e che, nel nostro arrogante e approssimativo pregiudizio, associamo con i concetti di “arretratezza”, di “stato primitivo” e, più o meno inconsciamente, con “inferiorità” culturale e sociale, è, in realtà, una visione del mondo e uno stare nel mondo totalmente diverso da quello che la nostra storia e il nostro assetto capitalistico (quindi ormai esclusivamente economicistico) hanno prodotto in Occidente e che, con inaccettabile violenza, andiamo imponendo in tutto il pianeta – l’atto politico del tradurre l’opera di Yves consiste nel far conoscere a un numero speriamo grande di lettori un universo (a rischio d’estinzione) che propone un modo altro di percepire il mondo e di rapportarsi con esso; tutta l’attività di Bergeret è esplicita accusa all’Occidente di conservare e perpetrare un atteggiamento colonialista nei confronti di popoli e culture non ancora assimilate al sistema economico e culturale occidentale il quale si profila sempre di più come il tentativo d’imporre un pensiero unico, solo apparentemente democratico, ma in realtà livellante e miserabile dal punto di vista culturale, scaturente da precisi ed esclusivi interessi economici (autoritari, violenti e colonialisti).
Si traduce per conoscere e per capire, si traduce per dialogare, si traduce per mettere in discussione sé stessi e il proprio mondo d’appartenenza, per aprire e mescidare il proprio mondo che rischierebbe l’asfissia con altri mondi, con altre visioni della realtà.
Si traduce in funzione antiautoritaria e anticolonialista, si traduce per far circolare ossigeno tra i diversi sistemi linguistici e culturali.
Sono felice ed entusiasta di appartenere a quella che Yves chiama “l’équipe des traducteurs“, ringrazio pubblicamente Francesco Marotta per quest’opportunità di crescita politica e culturale che mi viene offerta; Yves mi scrive in questi giorni a proposito del Trait qui nomme e del comune impegno traduttorio: “Tout y a été vécu de toute ma sensibilité, de tout mon corps, de toute ma capacité de vigilance et de conscience, de toute ma faculté de comprendre ; et j’ai toujours su que j’étais limité sur tous ces points. Eh bien malgré tout j’ai été profondément heureux de ces dix années. Peut-être en particulier par l’engagement total de la personne qu’ont signifié ces dix années, comme on en connaît rarement dans la vie. Comme on en connaît, il est vrai, en alpinisme dans une ascension de très haut niveau de difficulté mais celle ci ne dure pratiquement jamais plus de deux jours“. E successivamente aggiunge: “L’engagement total, corps et esprit, n’existe presque pas dans la pensée actuelle occidentale, pensée marchande, de la parcellisation, du repli sur des détails souvent matériels coupés les uns des autres. La pensée animiste est d’abord une pensée du continuum, dans laquelle il n’y a pas de séparation ni de parcellisation. Alors c’est cela qui s’est passé à Koyo, je pense : j’étais un poète occidental et de l’écriture, mais sans la “séparation”, et je pouvais être en phase active et dynamique avec les poseurs de signes et avec leur espace. C’est cette extraordinaire fluidité dynamique, cette continuité de la personne dans l’espace sans aucun individualisme, cette incessante responsabilité de la parole partagée car elle n’appartient à personne, c’est cela qui m’a rendu profondément heureux“.
Atto politico diviene allora, per me, proprio questo cercare di recuperare un’armonia con lo spazio-tempo e una fluidità nell’azione del corpomente che è alla base anche della civiltà occidentale e che stiamo rischiando di perdere definitivamente: atto politico di ribellione a un sistema che, identificando la felicità con il possesso di denaro, accresce le disparità tra le persone, ne provoca, al contrario, l’infelicità e l’asservimento. “Poseurs de signes” sono tutti coloro che sentono e accettano la responsabilità della creazione quale atto non asservito né al mercato né all’ideologia dominante: poser des signes è anche tradurre da una lingua all’altra, da una visione del mondo a un’altra, in questo caso far transitare il racconto-poema di un’esperienza decennale esperita in lingua francese e anche nella lingua di Koyo in italiano, rivolgendosi a un Paese che conosce, in questi anni, orribili rigurgiti razzisti e fascisti.

 

 

Leggende (5)

 

 

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Si sentiva ricolma d’amore per il cielo stellante e per le petraie al margine del mare. Scompariva. La ritrovavano a correre per il giardino senza tregua, i capelli sconvolti appiccicati di sudore.

S’arrampicava sull’olivo secolare di fronte alla Cappella della Vergine dei Pescatori rimanendovi immobile per ore, forse stordita dalla Canicola, o forse rapita dal suo essere

ANCHE un volatile,
poi ANCHE pietra,
poi ANCHE frutto della pianta.

Aspettava la notte e giungeva la Notte.

Animale fatto per il volo, o forse remota figlia del geco scalatore, si arrampicava fino alla campana e tirava, la suonava a distesa dalle viscere della Notte, pazza d’amore per l’aria satura d’Estate e del sonno dei bambini.

Scompariva. La ritrovavano a correre frenetica in cerchio nell’orto delle fave, avvicinandosi le vedevano la tunica bianca coperta di scrittura che AGIO FACTO LE CENTO MILIA PER L’HORTO DE LE STIDDE CULTIVATO DE LE MERAVEGIA.

 

 

Una tazza di caFFè che ne significa due

 

bergeret_parigi

Fotografia scattata da Yves Bergeret a Parigi il 17 dicembre 2016.

 

 

Il poeta, che attribuisce a sé stesso con convinzione e orgoglio tale parola, esplora, a passi lenti e lentissimi, la banlieue cercandone l’umanità e imbastendo lunghissimi dialoghi con gli esseri umani che la abitano.

Il poeta si porta in tasca un libro di René Char e, seduto al tavolino di un caFFè, osserva le persone, ne ascolta le voci, annota in un carnet la vita che, inarrestata, fluisce per quelle stanze vetrate, su quei marciapiedi ben visibili dal tavolino dove una tazza di caFFè dice la sosta e la meditazione del corpomente.

Il poeta mi parla di un tavolo di legno tra due finestre che dànno sulla vertigine dell’Oceano e di una bimba che gioca, felice, con la luce e con il salino; il poeta mi racconta d’arrampicate vertiginose dentro il corpo vivente della falesia e d’un altro amico e poeta, dalla monacale concentrazione.

Il poeta si porta nel corpo il dolore e nella mente intraprende un viaggio di traversata e slancio (non sempre risponde il corpo alle sollecitazioni, ma la mente è impaziente, tiranna talvolta, perché ha fame): la mente ha un’inestinguibile fame.

Il poeta ama poesie che nascano a quattro mani (quattro mani significano due menti che s’incontrano, due storie che si mescolano, due visioni che s’accostano, due andanze che si congiungono, due che s’intessono, s’incrociano, s’attraversano, si toccano, se desarrollan in fuga bachiana).

Il poeta canticchia Bach tra sé e sé, toccandosi la caviglia dolorante si ricorda di portare nei tendini e nei muscoli, nella pelle e nelle ossa la stessa mineralità della montagna del Vercors, la stessa polvere vegliata dagli animali sacri e dagli spiriti della falesia dei Toro nomu – come un taglio violento di coltello gli attraversa la mente la nostalgia e la voglia d’aria aperta, sconfinata, à la belle étoile

Il poeta vive nella poesia ogni istante della propria esistenza: qualche volta la sua giornatapoesia diventa scrittura, più spesso è essa andare, guardare, conversare: è cercare esseri umani, parlare con loro, ascoltarne la poesia del tono di voce e della loro vita mentre si racconta, quand’è raccontata.

Il poeta non si vergogna d’essere poeta (e perché dovrebbe? solo perché lo dicono i soloni dell’aridità, dell’avarizia e del coitus interruptus?) – egli legge lo spazio e, come i suoi amici Toro nomu, posa segni nella mente di chi gli parla, intanto che si disseta alle parole delle persone, ai loro gesti, ai segni che ogni persona ha sulla pelle, nei vestiti, nell’intonazione della propria parlata.

Il poeta, che guardando l’Europa ne vede l’inveterato razzismo, la vanesia superbia, l’esausto strascinarsi a esistere senza più slancio, l’inane crogiolarsi dentro smorfiosi intellettualismi, il poeta corrisponde, febbrile, con poeti che hanno mani sporche (meravigliosamente sporche) di quotidianità: ed è, per esempio, l’amico che sale sulla montagna a osservare, solitario e per giorni, il planare e l’involarsi d’uccelli d’alta quota e ne racconta, tornato a valle, con commozione immutata, con immutata convinzione.

Il poeta non sa che in questo momento, mentre pensandolo scrivo di lui, ascolto la voce di Mercedes Sosa e poi di Maria Farantouri e mi commuovo fino alle lacrime perché considero e riconsidero il loro coraggio e la loro determinazione, perché l’emigrazione ne ha marchiato a fuoco le menti e il giovanissimo poeta migrante approdato in Sicilia ha tra le mani una poesia a forma di carena che fende la notte e sfida l’odio ed egli, venuto dall’Africa, ha incontrato il poeta più anziano figlio d’Europa e insieme hanno parlato, scritto, dipinto. E la Sicilia, bellissima e stratificata, rimane immobile, incatenata a un suo medioevo senza futuro.

Il poeta, che conosce Praga e Lisbona, la Martinica e Cipro, che abita dentro stanze nobilissime escavate nella pietra millenaria delle mura romane e, contemporaneamente, due spazi minuscoli nel corpo secolare di Parigi, il poeta apre un libro di Elytis per raccogliere nel proprio sguardo l’andare incessante della poesia, l’orizzonte vastissimo del canto.

Il poeta invita volentieri a sedersi con lui chi, passando di lì, ha i denti cariati dalla bellezza della vita (e dalla sua agrezza). Miserabili i molti pallidi poetini che leggono solo sé stessi. Un’amica che racconti con lucidità ed entusiasmo di quando combatteva nel maquis, un’altra ancora, figlia di Russia, che offra nel suo caFFè buonissima birra gelata color d’ambra e scaffali ricolmi di libri, una tazza di caFFè che abbia sapore di Francia o di Turchia o di Grecia e che specchi in ogni sorso una nota di Bach, un verso di Frénaud, un segno che significa “montagnavivente”, un suono creolo antillano, tutto questo è atto di ringraziamento per ciò che esiste.

 

 

Leggende (4)

 

carta-geografica-del-salento-xvii-secolo

 

Delle ronde all’intorno di Rabbi Yehoshua
che riportava a casa
piume e rottami abbandonàti.

Per molti inverni ricoperse le pareti
della sua casa
con le piume raccolte,
ne fece una casa-uccello,
una casa-Simurgh che

guardava a Oriente.

La casa di pietra era il mondo malleabile
segnato di violenze e abbandoni,
ma civile di riflessioni e di segni:

le piume erano avanzi di voli stroncati
o di perigliose traversate
o di naturali mutazioni;

la casa delle piume un volo verso
i luoghi di fronte: l’Albania, i Balcani, l’Asia.

 

 

Leggende (3)

 

oria

 

(Messaggio per Yves Bergeret, il quale sa bene che la scrittura fa volare)

 

Di Rabbi Yehuda inventore
degl’inchiostri che fanno volare:
distesi sul terrazzo della casa
i fogli di pergamena,
li cucì l’uno di séguito all’altro;

inginocchiato per terra scrisse
nella ferocia dell’ore canicolari
con gl’inchiostri magici
la storia del viaggio della Regina di Saba
verso Gerusalemme.

Nudo come Adamo nell’Origine
vergò il racconto.

Il suo corpo s’ebbe
il colore delle muraglie
di miele. S’avvolse infine
nella lunga fascia vergata.
Si lanciò giù dal vertice della casa.

Volò.