Su “Querencia” di Lorenzo Mari

 

 

Ecco: leggo e attraverso in questi giorni un libro (finalmente!) del tutto estraneo alla noiosa (volgare) (adolescenziale) senilità che ancora assedia la poesia in lingua italiana: senza falsi sperimentalismi ormai fuori tempo massimo, senza lambiccamenti mentali e verbali che girano a vuoto, con la saldezza concettuale e linguistica che contraddistingue chi ha qualcosa da dire Querencia (Salerno, Oèdipus Edizioni, 2019) di Lorenzo Mari è in grado di proporre un itinerario intelligente, complesso, consapevole traverso le questioni del pensare la poesia e dello scrivere in poesia: sia chiaro che per senilità intendo una sclerotizzazione e una ripetitività acritica e stanca di luoghi comuni, vezzi stilistici e tematici che, spesso, affliggono anche moltissimi poeti “giovani” per età anagrafica, ma incapaci di lungo e impietoso studio e ignoranti di quanto intorno a loro continua a succedere in termini di ricerca e di scoperta, poveracci che si accontentano di (supposti) risultati raggiunti, tutti (ovvio!) splendidi e luminosi.
Mi perdoni Lorenzo, il cui libro non merita certo questa lunga e noiosa (senile? – forse sì, devo riconoscerlo) giaculatoria a sua presentazione, ma sono stufo delle ipocrisie e delle paccottiglie rovesciate ovunque a piene mani e spacciate per “libri di poesia” e accolgo con gioia un’opera di valore, capace di porsi come polo dialettico per una riflessione (non di facciata) sullo stato della poesia italiana adesso. Querencia è libro con cui dover fare (in maniera salutare) i conti.

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