Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Tag: razzismo

Kentridge, la danza, la processione, la musica

 

William Kentridge, installation view of More Sweetly Play the Dance, 2015, at Marian Goodman Gallery, New York, 2016, 8-channel high definition video installation, 15:00 minutes, with 4 megaphones. National Gallery of Canada, Ottawa. Purchased 2016. © William Kentridge courtesy of Marian Goodman Gallery. Photo: Cathy Carver

 

 

 

 

(Segnalibri) Giovanni Giovannetti sui crimini di guerra italiani

 

Segnalo quest’articolato intervento di Giovanni Giovannetti (Tra pianti e pianti e pianti) sul Primo amore.

Vi si parla di un’Italia nostalgica del fascismo, razzista, violenta sia nei fatti che nelle parole, incline alla rimozione e ad autoassolversi. Italiani brava gente? no, nient’affatto. Conoscere certi accadimenti aiuta a prendere coscienza dell’oggi, a inquadrare ancora meglio le menzogne, i travisamenti consapevoli, i colpevoli silenzi su certi episodi che il ministro Salvini continua a diffondere a piene mani. Ma, al di là dell’onnipresente Salvini, è necessario che una nazione faccia i conti con il proprio passato – è anche questo (non avere fatto i conti con il passato coloniale, fascista, razzista) che ha portato l’Italia alla vergognosa situazione attuale.

 

In morte di un sindacalista

 

 

(per Soumaila Sacko)

 

Perché si uccidono i sindacalisti, i giornalisti, i preti (alcuni preti)? La risposta è ovvia: perché in terre di mafia essi sono scomodi, danno fastidio, rompono il muro dell’omertà, portano alla luce delitti, interessi illegali, progetti criminali.
Questa volta è stato ucciso un giovane sindacalista, come si suol dire “di colore” e, tranne le proteste dei migranti ch’egli assisteva, quel ch’è seguito è il silenzio.
Qui a Via Lepsius questo silenzio fa un rumore immane e conferma la situazione di un Paese (l’Italia, ma con essa l’intera Europa) imbarbarito e ormai esplicitamente razzista.
So che per tantissimi dei miei connazionali questa morte non ha significato, conferma, anzi, la pretesa verità secondo cui i migranti o, con termine divenuto ormai interscambiabile nel pericoloso pressappochismo linguistico in atto, i clandestini sono tutti coinvolti in affari loschi e malavitosi, che ce ne sono troppi e che pretendono di vivere a sbafo alle spalle degli Italiani.
Peccato che il giovane sindacalista e le due persone che erano con lui possedessero permessi di soggiorno legali, peccato che l’uccisione abbia, con molta probabilità, motivazioni anche mafiose (ma non solo).
Il silenzio del mio Paese intorno a questa morte mi scandalizza e mi spinge a reagire.
Esiste un odio sordo, molto diffuso e ormai non più celato nei confronti dei lavoratori africani presenti in Italia, i quali sono, spesso, tenuti in condizioni di vera e propria schiavitù: ma essi non hanno il diritto di lamentarsi, tanto meno di protestare, visto che noi Italiani, fin troppo generosi, li teniamo qui a godersi la vita e ancora non li rimandiamo a calci nel culo nel loro paese di merda. Ecco: questa violenza verbale che ormai sempre di più diventa violenza fisica si rivolge contro persone che raccolgono in condizioni antiumane i pomodori per le nostre squisite passate, le frutta per le nostre confortevoli tavole estive, le uve per i nostri raffinati vini. Queste persone (ma sono animali, pare) hanno il torto di non essere invisibili, di osare, qualche volta, pretendere dei diritti.
Invece è morto (assassinato) un sindacalista, è stato ucciso un ragazzo che cercava di aiutare i suoi compagni a drizzare un paio di lamiere per un ricovero di fortuna, è morto per mano mafiosa e per odio razziale un essere umano che aveva trovato il coraggio di non abbassare la testa. E, si noti, attivisti e sindacalisti vengono ammazzati spesso nel mondo (persone che difendevano i diritti di popoli indigeni o delle donne o l’integrità di territori o rivendicavano il diritto a un lavoro pagato con equità) per interessi legati a un’economia schiavista e criminale, dunque fascista e violenta. Soumaila Sacko muore in terre di mafia dove l’odio contro gli immigrati africani viene alimentato per distogliere l’attenzione dalla situazione reale (quelle terre sono esclusivo feudo mafioso e, in ogni caso, quei lavoratori servono per il lavoro nei campi, vengono arruolati dai “caporali” esattamente come fino a pochi anni addietro accadeva ai braccianti calabresi e pugliesi, campani e siciliani) e in un momento in cui la politica (anche alleata di dittatori e massacratori, speculatori e assassini) soffia sul fuoco, cavalcando un malessere diffuso e alimentando un’atroce guerra tra poveri della quale una parte di quei poveri (gli Italiani di un Sud sempre più disperato, rancoroso e povero anche da un punto di vista culturale, psicologico, umano) non si rende conto.
È morto un sindacalista, un altro figlio d’Italia macellato da una violenza che prelude ad altre violenze, che spinge ulteriormente il mio Paese in una notte tristissima e maleodorante di disonestà intellettuale e politica.

 

 

Per Salvatore Toma

 

 

salvatore_toma

 

 

Entri vestito d’una camicia di parole
(bianca. abbagliante)
e i muri di questo paese retrivo
e razzista si fanno incandescenti
bruciano i mortiviventi ‘nzerràti
nelle loro stupide case
e così brucia la pietraleccese
dopo secoli di falsa elegia
e la cartapesta dei santi fonde
liquida cola scorre
nella navata poi spinge al portale
di bronzo
spinge e l’apre sulla piazza
accanicolata
finalmente la canicola è una
col fuoco dell’irata poesia
che stringe alla gola gl’ignoranti
per soffocarli nella loro testarda inconsapevolezza
e calcinare la loro tracotanza di servi.
Dici parole di poesia
che sfondano finestre chiuse sulla
strada
e ne spargono taglienti lame di vetro
sull’ottuso appetito tacitato al tavolo
da pranzo. Finalmente
viene proclamata Libera Repubblica
d’antichi saggi animali
e di sapienti alberi
che governano il canto e il vento:
la loro non violenza sventra tutti i televisori
nel paese dei mortiviventi,
ha pietà del suolo intriso di veleni,
sbriciola la tracotanza peccaminosa
del cemento.
E noi, noi nuovi precari
e nuovi migranti,
noi ricchi di studi e di letture,
estenuati esteti senza passioni,
colti ed elitari,
impariamo da te
accogliendo in noi
il dolore e la delusione
la storia e la subalternità –
la memoria.

 

 

Due respiri di corsa

 

calais_migranti

 

Due respiri di corsa
e poi finire

che cosa credi?
Calais è in casa mia
e se un padre lancia la propria figlia
oltre il recinto…

che cosa t’aspetti?
una bracciante che
muore di fatica nell’agro pugliese
aveva i miei stessi pensieri
e medesimi sogni…

Due respiri di corsa
in quest’imbuto concentrazionario
in questo medioevo tecnologico

 

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