Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Tag: René Char

(Segnalibri): “Nominazioni” di Francesco Marotta

 

 

Esiste una linea di continuità (posso definirla amorosa?) che unisce le persone, gli alleati sostanziali, i libri, i luoghi, anche i tempi (apparentemente differenti o lontani tra di loro).

Ecco: da leggere e rileggere, dalla Dimora del Tempo sospeso:

 

NOMINAZIONI di Francesco Marotta

 

 

 

Breve saggio sulla Bibliothèque Nationale (Site Richelieu)

 

 

Gisèle Freund punta con una precisione che pertiene al rigore etico di chi vuole fare bene un lavoro la sua Leica – ma l’atto possiede anche una coscienza politica e vi è celata la silenziosa malinconia dell’esilio – fotografa Walter Benjamin che studia libri e cataloghi in una delle sale di lettura della Bibliothèque Nationale de France a Parigi.

Gli spazi del Site Richelieu accolgono la mente della fotografa e del filosofo – parlano in tedesco, parlano della Germania e dell’Europa, si sono scelti due mestieri che recano dentro di sé l’inimicizia radicale nei confronti dell’intolleranza e del fascismo.

La sala di lettura della BNF è, allora, luogo di transiti e d’incontri, uno dei cuori pulsanti di Parigi, immagine concreta d’uno spazio dove la libertà è materiata di libri (che qui vengono raccolti e custoditi, dati in lettura o in prestito).

Il mio pellegrinaggio di epigono conosce anche questa tappa parigina: insieme con la Braidense, con la Staatsbibliothek berlinese, con la Marciana, con quella dei Girolamini, con l’Oxoniense, luoghi dove un’attività apparentemente del tutto privata e solitaria (leggere, prendere appunti, sfogliare) scopre sé stessa essere atto anche comunitario: si lascia la propria casa, si attraversa la città, si entra nell’edificio-corpo della biblioteca, si chiedono i libri, si aspetta impazienti la consegna, ci si siede a un tavolo – ci si muove piano, in silenzio, il silenzio è consegna inviolabile, attivo silenzio dentro il quale è percepibile la concentrazione delle menti, addirittura l’operoso brusio come d’api ed ecco che il tempo sembra sospendersi, la mattinata o il pomeriggio perdono ogni loro banausica scansione, divengono spazio luminoso della lettura.

I lettori, silenziosi e concentrati, sembrano emettere questo brusio (ma privo d’ogni rumore) di api che percorrono le vigne del testo, ruminanti menti che si nutrono dei testi. Silenzio della lettura mentale, mentale andirivieni del doppio sguardo dell’occhio fisico e dell’occhio del pensiero.

E sia resa lode allo sfogliare il libro, fruscìo lieve della felicità, odorato e tatto totalmente coinvolti assieme alla vista; una lente d’ingrandimento potrebbe essere compagna non disprezzabile per esplorare e scoprire.

Alfred Döblin aveva ritmi di lettura impressionanti: leggeva in tempi molto brevi decine di volumi che schedava e dai quali traeva centinaia di appunti – accumulava enormi quantità di materiale preparatorio per ogni nuovo romanzo: nacquero così il Wallenstein, la Babylonische Wanderung, Berlin Alexanderplatz, naturalmente, opere vastissime – da medico si dedicava ai suoi pazienti, poi (ritemprato da pochissime ore di sonno) andava in biblioteca a studiare e a scrivere: prima la Staatsbibliothek di Berlino, poi, dopo l’emigrazione forzata dalla Germania hitleriana, la BNF a Parigi.
Oggi la Staatsbibliothek zu Berlin si articola in vari edifici in diversi luoghi della città (Döblin frequentava la sede storica dello Haus unter den Linden e mi piace immaginarlo studiare nella luminosa Kuppellesesaal, la sala di lettura principale sotto una cupola di vetro – l’edificio fu ovviamente gravemente danneggiato dai bombardamenti e il nuovo stabile principale, progettato dall’architetto Hans Scharoun in Potsdamer Straße in forma di “nave dei libri”, ospita una vasta sala di lettura dalle grandi vetrate, come direi ormai da tradizione nella nuova Berlino ricca di costruzioni vetrate che vogliono simboleggiare la volontà di una nazione già tragicamente segnata dal fascismo di proseguire la nuova strada democratica illuminata dalla cultura e dal dialogo); e poi immagino lo scrittore lavorare nella Salle Labrouste, uscire in Rue Vivienne per tornare a casa fumando pensieroso una sigaretta (è lì che si apre la Galerie Vivienne di un indimenticabile racconto di Julio Cortázar, lì dove la parola della letteratura consente di spostarsi in un istante da Parigi a Buenos Aires e viceversa – Buenos Aires? La città, justement, del bibliotecario ciego che percorre i corridoi tra gli scaffali ricolmi di libri con su báculo indeciso).

Come in una concatenazione di pensieri e di suggestioni rivado ora con la mente alla biblioteca di casa Leopardi, fulcro di un’infanzia e di una giovinezza, ogni volume un universo: paradosso luminoso per noi posteri il fatto che un luogo di semi-clausura abbia donato al pensiero una tale libertà (l’Italia soffocante provincia e la mente del fanciullo, poi del giovane, poi dell’uomo adulto che s’apre agl’interminati spazi).

E da una biblioteca privata di nuovo verso una biblioteca raccolta con passione e abnegazione per essere pubblica: si materializza ora tra queste mie linee di scrittura la figura nobilissima di Gerardo Marotta e ripenso a quella vera e propria odissea della Biblioteca dell’Istituto italiano per gli Studi filosofici che disattenzione e superficialità hanno condannato a peregrinazioni inaccettabili e più volte esposto al pericolo della dispersione. Ma Napoli è città di Giambattista Vico che trovava pace e silenzio nella sala di lettura della Biblioteca dei Girolamini; un suo discepolo spirituale, Benedetto Croce, studiava e intesseva relazioni con gli esponenti della cultura internazionale nella biblioteca privata di Palazzo Filomarino e nello stesso Palazzo (sottoposto a stretta sorveglianza durante il regime fascista e oggetto anche di un’incursione squadrista) fondò l’Istituto italiano per gli Studi storici a Italia finalmente liberata; tra il secolo di Vico e quello di Croce intellettuali, economisti, scrittori dettero vita all’eroica epopea della Repubblica Partenopea; a Napoli si esercitò una parte importante dell’attività politica e scientifica di Francesco De Sanctis; in pieno Novecento la città si è illuminata dell’opera umana e intellettuale e politica di Renato Caccioppoli, di Giovanni Pugliese Carratelli, di Fabrizia Ramondino, di Ermanno Rea – operosità di studio, apertura totale verso l’Europa e il mondo, antifascismo convinto, questo fu il terreno che nutrì l’operato di Gerardo Marotta e la biblioteca da lui raccolta aveva come vocazione quella d’essere pubblica, aperta ai lettori.

(Sorte simile, molteplici e offensivi traslochi, è toccata al patrimonio librario della Libreria Palmaverde di Roberto Roversi a Bologna, non dimentichiamolo).

Una sala di lettura evoca tranquillità, agio di studio e promessa di pace: non così, mi vien fatto di scrivere, se penso a Timbuctù, a Sarajevo: la città maliana, anch’essa vittima della cieca furia jihadista, è, usando un’espressione moderna, una “biblioteca diffusa”, nel senso che ci sono (o c’erano) moltissime biblioteche private ricche di meravigliosi codici manoscritti relativi a tutti i campi del sapere umano – quando nel 2012 gli integralisti islamici hanno conquistato il Nord del Mali, essi hanno cominciato a razziare i manoscritti di Timbuctù perché da loro considerati contrari alla legge islamica; fu in quel momento che spontaneamente molti cittadini di Timbuctù cominciarono a nascondere migliaia di manoscritti, salvandoli dalla distruzione; per quanto riguarda la capitale bosniaca è nota la deliberata distruzione della Biblioteca avvenuta il 25 agosto 1992.

Sì, credo proprio che la pace coincida anche con la possibilità di recarsi in biblioteca a leggere, rimanere per ore in una sala di lettura (ore sottratte all’utilitarismo, alla frenesia del dover guadagnare o spendere danaro), avere la possibilità di accedere alle fonti del sapere senza censure e senza divieti o limitazioni; immergersi nel silenzioso brusìo d’api di chi legge e medita e prende appunti.

E penso ai chiostri, dove i monaci compiono tantissime volte il periplo del giardino leggendo ad alta voce o pregando, penso alle scuole coraniche e rabbiniche dove i bambini, seduti per terra, ripetono a voce alta i versetti biblici e le sure coraniche dondolandosi sul tronco, ché alla lettura, come alla scrittura, partecipa tutto il corpo ritmando accenti e sillabazioni – cosa impossibile e non opportuna nella sala di lettura di una biblioteca, è ovvio, ma chi legge con passione conosce bene la sensazione di movimento incessante e di lettura ad alta voce che si ricava anche se la lettura è, in realtà, puramente mentale.

Trasferita in anni recenti in edifici modernissimi del quartiere di Tolbiac, la storia della BNF resta legata, però, al cosiddetto “quadrilatero o sito Richelieu”, agli spazi che furonono frequentati da Calvino e da Char, da Barthes e da Foucault: una biblioteca, quale la concepiamo in età contemporanea (istituzione pubblica e laica) si trova a essere simile a un organo del nostro corpo, il quale appartiene, cioè, insieme ad altri organi a un preciso sistema che, in relazione e interscambio continui con altri sistemi, permette la vita del corpo stesso. La BNF è pensabile in un orizzonte simbolico (fatte salve le esigenze di fatto che hanno reso necessario il sito di Tolbiac-François Mitterrand) solo in connessione con il corpo-Parigi, con le sue rues e i suoi cafés, con i quartiers storici.

Ci si affaccia allora nella Salle Ovale, nella Salle Labrouste, si ripensa al destino di Walter Benjamin avviato verso Port Bou mentre la Leica di Gisèle Freund testimoniava di un’amicizia, di un passaggio esistenziale e politico, di un febbrile pensare, cercare, voler capire.

Das Passagenwerk per capire il proprio tempo.

 

 

Del caffè di Châtillon en Diois e di altri luoghi

 

 

Questo poema, cominciato a Die nella Drôme, è dedicato a Yves, Elma e Giulia. I luoghi sono Die, Châtillon en Diois, Saillans, Crest, l’Abbaye di Valcroissant, i fiumi Drôme e Bez che vi appaiono più o meno trasfigurati, così come caffè e case pur realmente esistenti. Le persone sono quelle incontrate, nella realtà o in sogno, durante i pochi, splendidi giorni di Pasqua a Die; il “filosofo-mathématicien” è Marcel Légaut.
Questo poema vuol essere un nuovo omaggio alla Francia e un ringraziamento per l’ospitalità squisita offertaci dal Poeta della Lingua-Spazio e dalle persone ch’egli ci ha fatto incontrare.

Proprio mentre terminavo di scrivere questo poema Yves Bergeret pubblicava sul suo blog un bellissimo testo che ha al centro i due fratelli carpentieri e una delle case (quella della trave portante) della quale anch’io scrivo nel mio poema:  Le Bois de vie.

E il 18 aprile Yves pubblica il mio lavoro, da lui tradotto, in francese: e della sua generosità lo ringrazio ancora: Carnet de la Langue-Espace.

 

Il barista ex-clown ex-trapezista
saprebbe raccontare centinaia di storie
se l’avventore, entrato per un caffè,
glielo chiedesse.

Chi guarda i muri foderati di sbiadito legno,
i tavoli degli Anni Cinquanta,
le fotografie in cornice da un circo
ormai dismesso
potrebbe intuire che quell’uomo sta, in realtà,
sulla soglia del poema.

S’intravede alle sue spalle,
tra la teca delle brioches e l’orologio a muro,
il tempo pendolare della scrittura.

C’è un torrente che irrompe
impetuoso da una gola rocciosa
come fa talvolta la scrittura
dopo lunghi tempi di secca e d’attesa
e il tempo si riapre in tempi
e i tempi fitti s’intrecciano,
vannerie della parola.

Sedersi con il matematico-filosofo di Valcroissant
sul margine del pascolo
e vedervi giungere una famiglia
di saltimbanchi e comici dell’arte,
dividere con loro un pane cotto
nel forno dell’Abbazia
e poi distendono stuoie di lana per terra,
attorno al fuoco si rannicchiano a dormire.

La luce al crepuscolo illumina ancora
le pietre grigie dell’Abbazia, il rosone,
i gradini, il viso del filosofo-mathématicien
i cui occhi
molto hanno letto e molto vegliato
in preghiere vaste secoli, in pensieri
privi d’inimicizia.

È allora che l’ex-clown e trapezista,
guardiano del poema,
come dinoccolato danzando
sui displuvi del tetto afferra la luna
ai lati tirandola a sé
vi si ficca dentro ridendo
vi fa dentro mille capriole
vi s’appende a testa in giù.

Perché c’è una trave portante,
ben fatta, splendida di ben lavorato legno,
una trave da sposare a muri
antichissimi, c’è un gran tetto
da riparare e riassestare:

due fratelli carpentieri capaci
di sollevare l’immane trave
fino al vertice solare del paese
(“a scuola ci annoiavamo”, dice l’uno)
(“l’antica casa strapiena di cose era scatola di sorprese”, dice l’altro)
invitano il guardiano del poema
a passeggiarci sopra
a farci ancora salti e capriole boccacce e galanti inchini

– e c’è un richiamarsi di pietra con pietra
cavata ognuna dalla montagna,
di pietra con legno, c’è la vita
(sacra) di fontane nel centro dei villaggi
per la sete di bestie e di uomini,
per la pulizia di vesti e utensili,
per il dissetarsi della mente
che guarda l’acqua sgorgare e scorrere
da cannelli antichi, dentro vasche
di lavorata pietra, lungo canaline
che l’acqua restituiscono alla
terra.

Tu lo sai: ogni fessura nella vasca
dell’alta fontana, ogni intermessura
nell’acciottolato, ogni vetro
d’antica finestra ricorda l’arrivo
di camionette militari
i maquisards asserragliati sulla montagna
(non è storia passata: è fiato nell’oggi),
i rastrellamenti
e le fucilazioni.

E la scrittura che ascolta la nobile
signora squisita ospite raccontare della Résistance,
si scalda al sole del primo pomeriggio,
si lascia condurre da lei,
l’altra guardiana del poema,
per sola virtù di parola umana e narrante
lungo le strade di Francia
dentro case di pietra antichissime
e così tu impari: mai sottomesse,
mai serve le genti di queste valli
e di queste montagne, sapienti
di generazione in generazione,
fedeli agli insegnamenti della montagna.

Il Poeta della Parola-Spazio
che ha i sentieri d’alta montagna
e le pareti verticali come
pagine dove scrivere il respiro
dell’aperto e del vasto
racconta luoghi e persone –
la sua casa segnata di passi
e solchi di generazioni e generazioni
in cima a una scala lunga
e stretta s’accampa dentro mura
millenarie si sospende
su di un arco
e il vicolo sottostante ha luce
di attraversamenti.

Ancora travi (quelle portanti,
quelle traverse, le centinaia di listarelle
inchiodate a formare il soffitto della stanza)
per una casa lavorata
palmo a palmo da mani sapienti
(commuove sempre la sapienza
delle mani): ancora un moto
pendolare da qui di nuovo a Valcroissant.

Tortuosa la strada,
ma l’eremo sa essere nel cuore
della comunità, della storia.

Le stalle addossate all’Abbazia,
il pagliaio e la legnaia.
Il filosofo-e-matematico viene a vivere qui,
la famiglia e pochi amici con lui:
il lavoro (che sporca le mani
e lascia puzza nei vestiti)
alimenta la mente, infuoca
la riflessione.

Ché si tratta di trovare vie nuove al pensiero,
palmo a palmo coltivarlo,
spalancarlo nel silenzio che
di notte fino all’alba sale alle
creste abbuiate delle montagne,
che dall’alba lungo l’arco
della mattinata discende sulla valle
aperta, poi nel pomeriggio s’addolcisce
toccando prati che furono intrisi
del sangue dei maquisards.

Occorre una libreria
e un atto libertario, il luogo
cui i libri arrivano per essere
offerti a mani golose di lettori
che li aprano, li sfoglino…

Il paese ha balconi e finestre
spalancati alla luce, un fiume
entusiasta d’esistere
e ancora una fontana dove
il passo della sete è
quello della lettura.

Occorre un caffè popolare
dove la gente parla di politica
e di mestieri, di raccolti e di lotterie.
L’ex-clown trapezista non viaggia
da decenni, passa uno straccio
umido sul bancone e certo ricorda
il furgone Citroën giallo col quale arrivava
la posta:

vi scrivo da luoghi dove
i potatori si trasmettono un mestiere
antico di millenni
e tagliare per diradare significa
dare forza alla vita.

Dipingerò le imposte di tenue verde,
pianterò un olivo nel grande vaso sul balcone,
olierò i cardini della porta,
riempirò la caraffa d’acqua
e comincerò a scrivere sul tavolo in cucina.

Il formaggio ha il sapore sapiente
dei canestri di giunco, il pane
la fragranza dell’intelligenza.

Una casa (tu lo sai) non è
nei numeri del catasto, ma nel libro
contabile del carbonaio e nel profumo
degli armadi che l’ebanista costruì
inchiavardandoli nelle nicchie del muro:
piano dopo piano, fino al colmo
del tetto, finestra dopo finestra, fino alla cimasa
a tripla ondulazione, un camino
in ogni stanza, i ballatoi
sospesi e i gradini di sonoro legno
a ritmicamente salire
lungo gli anni, i lustri, i decenni…

… o a scendere
fino agli archivolti delle stalle e
delle cantine, città inabissata di
canali, corridoi, frantoi ipogei, muri
mezzani, fornaci.

Una lanterna magica proietterebbe
ora esilissime siluette di clowns
trapezisti o di matematici sorboniani
e pianisti non su oscurate pareti
ma sul palmo della mano che
scrive e scrivendo restituirebbe
la mano quelle voci, quelle smorfie
del volto alla pagina
crocevia di transiti:

minimi cimiteri familiari
in aperta campagna segni ben
visibili dai secoli delle guerre di religione;

slanciate tettoie a proteggere forni
da dove comincia la distillazione
della lavanda;

la guardiana del poema, ancora
ragazza, mentre impara a scrivere
su di un quaderno copiando da un sillbario
e per questo il mondo, appena
nato, vi s’addensa tutto
e tu ringrazi: ogni nuovo poema
è atto di gratitudine per il mondo
appena nato.

Per andirivieni spasmodico proprio
il mondo
nuovo a ogni creazione, antico
a ogni sguardo,
viti ben potate all’intorno
e ogni volta la lingua si fa spazio –
lo spazio si rifà lingua:
al mercato accanto alla Cattedrale
la venditrice di spezie
il fabbricatore di saponi
l’intrecciatore di giunchi.

La luna di iersera s’è frantumata
nelle lampade esposte in una vetrina
e nella vannerie di sporte esposte nella piazza:
gli amici archeologi reduci dalla
campagna di scavi in Kurdistan
raccontano la derivazione del pensiero
dal desiderio di spazio e di volo,
dalla neve che, aspra eppure
complice, aiuta a varcare la frontiera.

L’avventore, che seduto a un tavolo
sorseggia il suo caffè,
guarda di sottecchi il barman ex-clown
e l’uomo pallido, assorto
nella melancolia del giornale, suo
cugino: è sempre questione di frontiera,
pensa, qui la frontiera corre
tra l’ostinato viaggiare del circo
e la fissità della strada dipartimentale
che taglia in due il paese –
tra l’amministrare un semideserto caffè
di provincia e il desiderio d’andarsene
in un qualche non-dove.

Ma tu, tu hai bisogno di passeurs affidabili
ora che la frontiera torna a correre
tra risorgente fascismo e parola:
hai con te, nella sacca di stoffa,
Char e Giacometti, Reverdy e Picasso,
Thierry Metz e Jerome Rothenberg,
doni tutti del Poeta amico carissimo,
tua figlia ha raccolto per te

ciottoli bianchi dal letto
dei fiumi selvaggi della regione,
riconvochi ancora il guardiano del poema

che nulla sa di letteratura
ma della vita e dell’amore sa,
della brusca lacerazione della morte,
dei troppi congedi

ed egli, asciugando un bicchiere
ultimo rimasto da una partita
di molti anni fa, lo appoggia capovolto sul ripiano
proprio tra la teca delle brioches
e l’orologio a muro.

 

 

Il raptus proliferante dell’arte (su “V come Vincent” di Davide Racca)

 

Joan Mitchell: No birds (1987 / 1988).

 

Perché l’arte, il pensiero, le vicende biografiche di Vincent Van Gogh continuano a ispirare gli artisti? Dalle Vicinanze di Van Gogh di René Char al poema Nel cuore della luce di Danilo Bramati a Mistral di Ida Vallerugo, al verso se solo anch’io trovassi un orecchio per terra da Per diverse ragioni di Domenico Brancale (ma tutto il volume è percorso dallo spirito inquieto del pittore olandese), agli scritti di Claudio Parmiggiani, a Paul Celan, che, come sottolinea Antonella Anedda in La vita dei dettagli, ha significativamente composto con Unter ein Bild una delle sue rare poesie descrittive, ad Adam Zagajewski, il pittore è interlocutore privilegiato di un dialogo serrato, appassionato e totalmente immerso nella nostra contemporaneità. Davide Racca aggiunge un’opera di notevolissimo valore artistico e concettuale a quello che io vedo come un mosaico di libri o di singoli testi che interrogano l’opera e la persona di Vincent van Gogh, mosaico che comprova la centralità dell’arte e delle vicende di quest’artista nel corpo stesso della cultura e della storia europee.
Sostenuta da una coerenza d’ispirazione e d’espressione linguistica pressoché prive di cedimenti, da una costruzione del discorso e da un’inventività d’immagini salde e nello stesso tempo suggestionanti e convincenti, l’opera di Davide Racca ha costituito, per quel che mi riguarda e tocca, uno dei pochi incontri che, negli ultimi mesi, mi abbia persuaso e commosso.
Dal momento che mi sembra di notare in quest’ultimo periodo più che in precedenza un forte cedimento della presenza e della forza sia etica che artistica dei libri di più recente pubblicazione, V come Vincent  (Coup d’idée Edizioni d’Arte di Enrica Dorna, Torino, 2018) mi si è aperto quale una lama di luce in un buio sempre più insistente e vado senz’altro (per quel che può interessare) a dirne il perché.
L’esergo (sempre alla ricerca, senza mai trovare) pone l’autore già da subito su di un piano di forte rischio, ché, se è la ricerca che non riesce a, o anche per questioni diciamo ontologiche, se essa è impossibilitata a trovare il proprio oggetto, allora l’intiero libro dovrà essere capace d’esprimere questo stato di quête, d’interrogazione, di revoca a dubbio d’ogni passo compiuto; testo dopo testo l’opera dovrà essere capace d’esprimere una condizione esistenziale e intellettuale che, a mio parere, costituisce uno dei motivi per cui la cultura europea può ancora essere in grado di accompagnare il nostro cammino vitale ed etico: la ricerca inesausta, l’interrogarsi senza posa e fino alla fine – è l’atto di conoscenza che, nel momento stesso in cui s’esplica, ha la totale coscienza della sua provvisorietà e, con umiltà, riconosce la propria eroica debolezza e, appunto, transitorietà.

bisogna prendere le tele, spremere tubetti, campire a rilievo, con istinto, ancora tele tubetti istinto, nella luce, la più solare, lasci sempre la tua ombra (pag. 10)

Com’è immediatamente evidente il libro si articola su due binari paralleli: il colloquio continuo e serrato con Vincent e la riflessione sul fare arte – i colori, i tubetti di colore, i modi di dipingere peculiari e spesso non accademici (Leitmotive questi tutti ad alta densità sia emotiva che intellettuale) possono essere interpretati anche come rimandi diretti alle parole, alla sintassi, alla scrittura, così che Racca si guadagna, traverso Van Gogh, la necessaria distanza dall’incandescente materia del suo dire: la scrittura stessa, il suo nascere e dispiegarsi e gl’ineludibili legami biografici; se la luce fortissima di Arles, della Provenza, del Mediterraneo è (e bene lo intuirono i Greci) impietoso gettare lo sguardo su sé stessi e sul mondo e, anche, pensiero meridiano che non nasconde il buio né l’ombra, proprio quest’ultima resta potentemente presente nella dialettica continua luce/buio, razionale/irrazionale, λόγος / ανιγμα.

(…) niente di calibrato centrato perfetto. le setole del pennello si imbevono delle afasie della mente (pag. 12)

Certo che no: l’arte della modernità abbandona spesso la visione neoclassica dell’equilibrio e della proporzione per dire, appunto, le “afasie della mente”, avventurandosi nei molti inferni che la mente e la storia sanno costruire (Arthur Rimbaud e Vincent Van Gogh vivono esattamente negli stessi anni e si tratta di due artisti che minano dalle fondamenta e in maniera definitiva la visione di un’arte “olimpica” e serena, ragion per cui, mi sembra, Davide Racca, pur con il suo stile limpido e controllatissimo, con il suo lessico elegante e vivo, si riconosce in una tale maniera d’essere moderni, rimbaudianamente, appunto, e cioè non vittime ingenue di un malinteso senso di modernità ch’è venerazione acritica della transeunte e superficiale attualità, ma intellettuali e artisti consapevoli della frattura in atto tra arte e classi dominanti, tra arte e potere, tra arte e una Weltanschauung normalizzata e addomesticata, consolatoria e ipocritamente ottimista – e insisto a riflettere sulle scelte stilistiche di Racca, il quale, donandoci testi scritti in un italiano tutt’altro che sciatto, ma ricco e bellissimo, brevi ma molto densi a livello concettuale e rappresentativo, talvolta rasciugati fino all’aforisma, dispiega davanti al lettore un universo dolorante e problematico, inquieto e mai pacificato).

se la polvere e i moscerini si attaccano alle vernici e un ramo striscia il quadro lacerando il sottobosco dove ti sei rintanato, si apre la bocca della natura: parla al plurale (pag. 13)

Qui c’è l’arte che rifiuta ogni turris eburnea, che accoglie in sé le materie più diverse del mondo in un’apparente contaminazione e discesa nell’impurità che si ribaltano, invece, in alti valori vitali e intellettuali proprio perché include e non esclude, rischia e non fugge, si mette in discussione e non si aderge a empireo inviolabile; è arte che dal mondo si lascia permeare, smettendo d’essere tentativo d’imitatio naturae, ma cominciando a essere materia e parte d’una natura non più né astratta né vagheggiata, ma in atto, presente.

sei tubi grossi giallo cromo, più uno di limone. sei tubi grossi verde veronese e tre di blu di prussia. dieci tubi grossi di bianco di zinco e folgorazioni in cinque metri di tela (pag. 16)

Il colore è materia, appunto (emozionante l’elenco che abbiamo appena letto), materiapensiero, materiavisione, materiafolgorazione scrive Racca (e mi ricordo di quanto determinante sia nell’opera chariana la presenza della foudre, dell’éclair, dell’improvvisa folgorazione, preparata, tuttavia, da un intenso processo di ricerca e di slancio mentale). Leggo nel volume di Claudio Parmiggiani Una fede in niente ma totale (Le Lettere, Firenze, 2010) a pagina 260 un elenco altrettanto emozionante, un’appassionante partitura di colori e di musica, di parole e di ritmo (il testo significativamente s’intitola Arles):
Blu cobalto, verde smeraldo, rosso violetto, cinabro,
malva, lilla, viola, giallo d’Oriente, rosso vermiglio,
turchese, ireos del tramonto, clematis notturno, rosso,
giallo cromo, giallo luce, giallo oro, giallo,
rosso, giallo, rosso, giallo, giallo, nero, arancio di Casablanca,
verde, verde azzurro, azzurro oltremare, terra gialla, ocra,
ocra verde, terra verde d’Alsazia, blu di Prussia,
terra d’ombra, nero avorio, oro, rosso,
oro, rosso, oro, nero, oro, nero, giallo di Arles.

di un alfabeto sconosciuto sei l’umile bestia da soma, la mano possente del seminatore, lo sguardo ebete del postino (pag. 19)

La vicenda umana e artistica di Vincent, le sue opere posseggono ormai risonanza e notorietà universali, pur rimanendo ancora in grado di rivelare “alfabeti sconosciuti”; Davide Racca può contare sull’immediata perspicuità di quanto scrive o di quello cui accenna e questo è un altro motivo capace di rendere il libro forte d’un dialogo che si fa riflessione non pedante sullo stesso fare arte – sono poi sicuro che “umile bestia da soma” sia, nel medesimo tempo, un autodefinirsi, un riconoscere anche sé stessi in quell’umiltà della fatica quotidiana.

notte obliqua sulla schiena. notte di dodici candele più una sulla testa. col torcicollo il freddo nelle ossa. candida e terribile desolante notte. neanche questa è una terra promessa, un luogo d’amore, ma qualcosa di acuto. il rumore è quello di sempre, di cicale frusci d’erba e di stelle. nelle orecchie senti vociare il cielo dei poveri (pag. 21) e tutto questo accade “con una lingua solitaria” (pag. 23), perché, sembra suggerire il poeta, occorre anche traversare la propria radicale solitudine.

disegnare, guardare al di là di sé (pag. 24)

Secondo Vasilij Kandinskij disegnare è uno degli atti umani di più alta spiritualità; secondo Racca è il necessario “guardare al di là di sé” (lo è, quindi, anche scrivere o, almeno, la fase preparatoria alla stesura finale di un testo, di un libro?) – magnifico paradosso (ma paradosso apparente, si faccia attenzione!), ché ogni brandello di vita del pittore diventa un dipinto o parte di un dipinto, senza tuttavia nulla di egocentrico o di narcisistico, in quanto il Vincent che soffre o si esalta, che s’adira o s’incanta nella contemplazione è sempre una delle moltissime creature che, vivendo, contemplano e pensano, sentono e respirano, rivolgono lo sguardo lontano o verso l’alto:

(…) il cielo, patria di ogni partenza, nessuno te lo tocca: sta lì in vetta (pag. 27).

le nuvole in alto sono fumetti senza parole (pag. 28)

Qui (ma, ovvio, potrei sbagliarmi) vedo uno dei pochissimi punti deboli del libro: se le nuvole debbono (e giustamente) entrare nell’orizzonte visivo di Vincent, di Racca e del lettore, la chiosa che segue mi appare non necessaria oppure quale una caduta di stile (ma sia chiaro: stiamo attraversando un libro d’eccezionale e raro valore, come ho già detto in premessa); altro passaggio, causa le sue figure allegoriche e l’espressione debole, che non mi convince si trova a pagina 44: la signora Inesperienza e le sue figlie, Esaltazione e Depressione, ti accecano con vaghi inventari – so che V come Vincent ha conosciuto una lunga e difficile gestazione e non voglio in alcun modo enfatizzarne le pochissime debolezze (sarebbe ingiusto), ma mi colpisce e considero un valore anche la presenza di queste “scorie”, la flessione nello stile o nella tematizzazione ch’è molto umana e anch’essa segno di passione e serietà, traccia visibile di un’opera che, forse, Racca stesso non considera del tutto conclusa e per la quale vale l’icasticità dell’affermazione che segue:

tutto ciò che trema medita paura (pag. 31), e intendo dire che il tremolio, il movimento più o meno pronunciato, l’esposizione alla paura sono segni tangibili di vita e di un fieri (un Werden, dicono i Tedeschi) che è necessario letto di fiume per lo scorrere e il farsi dell’arte.

(…) non scrivi solo per esperienza o ragione. scrivi perché sei in una stanza angusta e perché le visioni oscure hanno bisogno di parole chiare. (…) e scrivi per non restare solo, pericolosamente solo, con la tua figura in piedi davanti al tuo letto (pag. 36)

Lo so: il riferimento è alle lettere del pittore, ma leggiamo qui anche una dichiarazione di ars dictandi da parte del poeta Racca: è vero, infatti, che le “parole chiare” svelano l’oscurità della vita interiore e rivelano, medicandola (ma solo in minima parte) la solitudine radicale in cui ogni essere umano è immerso – tale è l’impostazione, già lo sappiamo, dell’intiero libro che, con coraggio, è attraversamento dell’oscurità e che, affidandosi alla limpida forza della lingua italiana, sa di essere in grado di verbalizzare il dolore, l’angoscia, l’esaltazione, l’empito creativo. E infatti:

(…) alla parola getsemani entri nell’acqua con un lobo in mano (…) (pag. 38)

Il tema del lobo dell’orecchio mozzato, che rischierebbe di essere fin troppo ovvio, comunque ineludibile, viene assunto da Racca non come sintomo patologico, né (peggio) come elemento folkloristico, bensì quale passaggio esistenziale fondante, quale radicale presa di coscienza dell’alterità totale tra l’avvertire la realtà secondo consolanti e omologanti categorie borghesi e l’avvertirla in maniera nuda, sorgiva, quindi anche dolorosa, come una ferita irrimarginabile del corpo e della mente – e infatti a pagina 55 si legge: l’orecchio tagliato non separa più suoni nell’indistinto assoluto. l’architettura ideale ha un’acustica impossibile se non strappa dalla sua carne un lobo di realtà – Van Gogh ha ritrovato così, proprio tramite l’automutilazione, l’unità tra corpo e mente che a lungo è stata negata e nascosta da una cultura europea succube di pregiudizi religiosi e sociali, asservita a poteri che la “follia” del pittore (e bene lo aveva compreso Antonin Artaud, sperimentandolo anche su di sé, Artaud e van Gogh entrambi “suicidati” dalla società) porta alla luce mostrandone la falsità e la violenza – per cui “follia” è veramente discostarsi dalla “normalità” se quest’ultima è convenzione, ipocrisia, sovrastruttura in funzione di dominio e asservimento e getsemani è l’ora e il luogo del tradimento, ma anche della liberazione, della sofferenza più acuta, ma anche dell’incontro dell’essere umano con sé stesso.

docile intellettuale sedentario, il corpo prende le pieghe di un minatore un contadino uno scaricatore di porto. il mondo cieco visto dal basso da alienato mette gli occhi nel cosmo (pag. 39): Davide Racca s’immerge a capofitto nel legittimo tema politico, con esemplare laconicità mette in evidenza la valenza politica dell’atteggiamento sia umano che artistico del pittore di Zundert, affronta faccia a faccia il tema annoso del rapporto tra l’intellettuale (quel “docile” ha, credo, una valenza sia spregiativa – l’intellettuale imbelle e asservito al potere – che positiva – l’intellettuale totalmente aperto nei confronti del mondo e della storia) e il proletariato, giunge a uno dei punti più alti del libro con quell’espressione pregnante e conclusiva (“mette gli occhi nel cosmo”), per cui artista è anche colui che riscatta con la propria opera l’esistenza offesa e disprezzate delle persone e una persuasiva intuizione di Racca è, ancora, la presenza magnetica del cielo quale catalizzatore dello sguardo, ma anche del senso, una sorta di specchio nel quale si riflettono ora l’angoscia, ora lo slancio creatore, ora l’utopia d’un luogo di liberazione e di felicità, ora la testimonianza della condizione umana di prigionia:

(…) se il cielo si oscura, voli con i corvi (pag. 42) – e una pittrice d’indiscutibile valore, Joan Mitchell, coglie, lo ricordo, l’occasione per riflettere proprio sul Campo di grano con corvi, ella dipinge un enorme trittico nel quale la luce e il buio, lo slancio e l’angoscia si contendono il campo visivo, mentre Paul Celan, come accennavo all’inizio, nell’apparente descrizione del medesimo dipinto ripropone immagini a lui care quali il cielo “di sopra” e quello “di sotto”, la freccia scoccata, i due mondi (quello della vita e quello della morte, quello della razionalità e quello della follia, quello della pace e quello della deportazione); e come dimenticare Sogni di Akira Kurosawa e l’episodio nel quale il protagonista letteralmente entra nel dipinto e attraversa il campo di grano, incontra il pittore appena dimesso dal manicomio (ha l’orecchio fasciato), poi ode lo sparo che fa volare via i corvi?

dalla terra raccogli i movimenti dell’onda e coi bicchieri innaffi il deserto dei giorni. se entri nel paesaggio ti scopri nomade. se bevi sei due volte nello stesso fiume (pag. 48)

Movimento e nomadismo indotti anche dall’alcolismo sono bella intuizione di Racca, coerente Leitmotiv per un libro così inquieto e peregrinante e così capace di evidenziare la saldatura (non la separazione) tra arte e vita, tra creazione artistica e quotidianità:

il tavolo da disegno è lo stesso usato per mangiare, con le cipolle a poco prezzo vicino alla pipa del dopopranzo (…) (pag. 51).

cipressi tremanti puntano il cielo come termometri infuocati. la pelle della pietra batte le tempie che scuote gli alberi (pag. 54): colgo l’occasione di questo passaggio per sottolineare l’efficacia e anche (da un punto di vista puramente estetico) la bellezza di molte immagini che, ispirate all’arte del pittore olandese, trovano nel linguaggio e nel ritmo espressione molto persuasiva, icastica, di un’incisività tutta asciutta e precisa; ricca di senso è, allora, l’idea del movimento, del tremolio, del battere che percorre il libro, che, evocando il mistral, in realtà ne evidenzia la natura di respiro universale e di moto perpetuo dell’universo e di ogni creatura, in un empito di liberazione che sembra controbilanciare l’ontologica carcerazione ch’è l’esistere:

da carceriere ti sei liberato nell’attimo stesso che ti hanno rinchiuso (pag. 61).

Esiste infatti un’etica dell’arte che, pertenendo all’opera di Van Gogh, investe anche la pratica della scrittura da parte di Davide Racca – se leggo

(…) la povertà ti incita a un’opera di spirito più rigorosa (…) (pag. 62) e poi

(…) era un torrido luglio, il sole infiammava, il corpo raggiungeva lo zero, cominciava il futuro (pag. 63), allora non ho dubbi di avere attraversato un libro d’ineccepibile serietà perché alla scrittura di Davide Racca non interessano questioni banalmente estetizzanti o con miopia avvoltolate attorno al narcisismo dell’ego scriptor.
Essenziali e non esornative del libro sono quattro tavole disegnate dallo stesso Racca che si profilano quali rielaborazioni di quattro tele del pittore (un autoritratto, i girasoli, gli olivi, i salici) nelle quali le forme in grigio dei soggetti rappresentati vengono come sovrastate da tratti di colore rosso sangue, un rosso tragico e vitale, come spiccato fuori da un taglio (l’orecchio, uno dei girasoli, le chiome degli olivi, un’enorme luna dietro il salice).

Un’ultima notazione: ho tratto il titolo di quest’intervento proprio da un passaggio della nota finale scritta e firmata dall’autore.

 

 

Messaggio per Yves

 

Una scultura di Carlo Sapuppo (fonte: la Dimora del Tempo sospeso).

 

 

Caro Yves,

avverto l’esigenza di rendere pubblici i pensieri che mi si sono affacciati alla mente perché da molto tempo a questa parte discutiamo, tu e io, quotidianamente e appassionatamente della scrittura e del suo legame inscindibile con gli accadimenti nei quali siamo immersi; siccome Via Lepsius non è e non vuole essere uno spazio di giochi intellettuali più o meno raffinati, più o meno colti, tengo a dire che sento come un privilegio, un onore e uno stimolo continuo alla riflessione e alla comprensione il dialogo con te, con la tua scrittura, con i tuoi libri, con la tua instancabile attività intellettuale ed etica – ecco: è sul fatto che lo studio, la scrittura, l’arte siano per te e per me atti etici e politici che intendo soffermarmi e lo faccio riferendomi in particolare al percorso di Carène, il tuo poema drammatico tradotto con passione e totale partecipazione da Francesco Marotta; Carène sta seguendo un percorso di mises en scène e di letture complesso e significativo, sta richiamando l’attenzione di molte persone ognuna delle quali ha compiuto un percorso personale e culturale proprio, come spesso ti ho scritto mi sembra che Carène possegga un’energia, una necessità, una coerenza sue proprie capaci di farla proseguire lungo sentieri non sempre facili, ma significativi ed è bene che Carène susciti dibattito, attenzione, volontà di capire, meraviglioso è che ci siano persone che vogliano leggerla in pubblico e dibatterne, oppure portarla ancora e ancora in scena – e lo scrivo proprio in un momento in cui nel mio paese capi politici senza scrupoli e senza onestà intellettuale, probabilmente anche privi di cultura storica e di capacità di comprendere quanto estremamente complessi siano ogni situazione, ogni fatto, ogni argomento di discussione, riaffermano e diffondono e legittimano convinzioni fasciste e razziste, alimentano un clima d’intolleranza e di rifiuto, di violenza verbale che facilmente si trasforma in violenza fisica, inventano parole d’ordine semplificatrici e bugiarde.
Inoltre tu e io ancora ci arrabbiamo e ci meravigliamo del fatto che ci siano persone che pensano l’arte come intrattenimento o sublimazione della realtà, come momento di sogno o di evasione; sentiamo ripetere che “la bellezza salverà il mondo”; forse la verità è che tu e io siamo degli ingenui, o che non abbiamo saputo vedere. Forse, nel nostro perseguire non un’arte “realista”, ma un’arte che vuol essere saldamente ancorata alla realtà storica, politica e sociale nella quale siamo immersi, non ci siamo accorti che molte persone guardano altrove e s’attendono un’arte “bella”, estetizzante e consolatoria, arte che con disprezzo chiamo “da sartine dell’Ottocento” (sono molti i sartini e molte le sartine colmi di buoni sentimenti che imbastiscono le loro opere confezionandole “comme il faut”); e invece anche ora, per l’ennesima volta, voglio ribadire la mia convinzione che l’arte non può e non deve voltarsi da un’altra parte, che pesa su ogni cittadino la responsabilità d’opporsi ai fascismi e ai razzismi, alla violenza e all’intolleranza: l’artista, il critico, l’attore, lo scrittore è un cittadino e, nella polis, egli ha in quanto tale una precisa responsabilità e un dovere altrettanto preciso di vigilanza, di attenzione e di consapevolezza – non maggiore rispetto agli altri cittadini, ma eguale e ineludibile.
Mi ripeti spesso, nei tuoi messaggi, “nous avançons”, “noi andiamo avanti”, caparbi e coerenti con le nostre convinzioni e con le nostre scelte; e mi dà sempre forza leggere il motto che hai posto in calce ai tuoi messaggi: “confort est crime, me dit la source en son rocher” (sono le parole di Char, del poeta combattente e resistente, del poeta capace d’immani furori e di fortissime proteste contro chiunque tentasse di privare le persone della loro libertà, della loro dignità, della loro umanità).
La parola di Carène continui, dunque, a percorrere i sentieri d’Europa, desti coscienze e infranga l’indifferenza e l’ignoranza (so che, in ogni parte del pianeta, anche il diffuso basso livello d’istruzione è causa d’intolleranza e violenza e noi, che abbiamo fatto della parola orale e di quella scritta perno del nostro esistere, noi non lo dimentichiamo, perseguiamo una parola capace di abbattere superstizioni e odi, quella parola dialogante che distrugga finalmente l’eurocentrismo razzista e l’estetismo soddisfatto e pago di sé).