Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Tag: scrittura

La scrittura è meticcia

 

ohne titel 2007

Christiane Löhr: “ohne Titel”, 2007.

 

(Dedico il testo seguente all’edizione italiana del Tratto che nomina di Yves Bergeret, libro che nasce proprio in queste settimane – e a Francesco Marotta, grande ispiratore della traduzione dell’opera dal francese all’italiano).

 

L’atto della scrittura è, per me, uno dei modi più pieni traverso i quali si esplica la vita.

Che cos’è un bicchiere di buon vino che aspetta sulla tavola per accompagnare il pasto o confortare il riposo dopo la fatica? L’antichissima civiltà del vetro lavorato per accogliere il risultato finale della diuturna lavorazione della vite (anch’essa derivante da sapienza plurimillenaria): il corpo gioisce di quei sorsi – e anche la mente.

La mia scrittura viene dopo i millenni di scritture che l’hanno preceduta e dalle quali impara: vuole collocarsi, umile e consapevole della sua estrema piccolezza, nella teoria lunghissima delle scritture che cercarono il mondo, anche quando questo le rigettava. La scrittura non spiega il mondo, ma lo illumina (il che non significa che lo renda trasparente o perspicuo).

Il pane, fresco e croccante, ha colori di farina e di cotture che, derivando fino a noi da sapienze prealfabetiche, corrispondono ai colori della terra e del giusto appetito.

La scrittura non tradisce le nostre derivazioni preindoeuropee, né la nostra comune appartenenza mediterranea; così meticce queste ascendenze.

 

 

Scrittura e soglie

 

ohne titel 2007

Christiane Löhr: “ohne Titel”, 2007.

 

Scrittura è lenta, paziente costruzione. Vi entra il brusìo del mondo, ma non il rumore del mondo ridotto a mercato.
Scrittura è lento, paziente apprendistato (che mai ha termine).
Sua valenza politica è questa custodia della lingua (delle lingue stratificati universi), questo suo appartenere alla città da percorrere con sguardo libero.
Scrittura è stare sulla soglia per accogliere, è presentarsi, discreti, su soglie altrui chiedendo accoglienza.
Permeabile argilla, porosa pietra, carta che con dolcezza si lascia segnare, legno, lamina di rame inclini a lasciarsi incidere.

 

 

Solitudine

 

Angel Albarrán, Anna Cabrera (Galleria De’ Foscherari di Bologna).

 

Dove più la folla si serra e spinge lì è totale la solitudine.
Scrivere: per chi? – ma legittima è la domanda se si attribuisce allo scrivere una finalità, diciamo così, comunicativa. Fa piacere essere letti, certo. Purché lo si sappia bene: pochi, pochissimi, forse uno (o anche nessuno) avrà la pazienza e la volontà di leggere fino in fondo.
Fondamentale: non scrivere mai passaggi di testo che siano lamentele, elegie, reprimende.
Scrivere perché scrivere è una funzione vitale, uno stare dentro il mondo. E allora scrivere per scoprire e immaginare, per aprirsi (forse aprire) il plurale, l’alterità, l’ancora ignoto, l’inaspettato.
La festa della e nella scrittura (scrivendo si celebra la vita, l’esistere nel pensiero e nella consapevolezza del mondo) rende festivi i giorni feriali che la folla vociante involgarisce.
E se proprio perché scrivi anche tu appartenessi alla folla vociante? Può essere – anche se non spingi e non pressi e non vuoi stare in prima fila da dove ti si possa vedere. Eccolo il possibile discrimine: questa solitudine non imposta ma scelta, questo cercare di portare lo sguardo nel futuro mentre la scrittura cerca d’essere acuminata sonda nel presente.

 

 

Nella storia. Intorno all’umano

 

 

E allora che cosa farai, mia scrittura, nel procedere dei giorni?
Lo sai che non è trascendente la parola, che non deriva da categorie iperuranie, né da divini teoremi.
È sporca di terra (ch’è quanto di più puro esista e degno) e schifosamente immersa nella storia (ch’è l’unica maniera per renderla meritevole di rispetto): procede per quotidiani gorghi e ripetute fratture, grandi e piccole incertezze e tradimenti. Ma essa guarda sempre all’umano. E non dimentica mai l’umano.

Tutto questo non ti consola e non ti assolve, mia scrittura, e nel procedere dei giorni scoprirai ancora di aver tradito l’umano cui devi, ininterrottamente, guardare.
Allora non ti resta nient’altro, forse, che essere impietosa con te stessa (non dimenticare i tuoi tradimenti, non ignorare che sei figlia dell’Occidente dei privilegi, non assolvere te stessa, mai) e continuare a sporcarti di terra, e saperti dentro la storia anche quando parli della bellezza e dell’amore – soprattutto quando parli d’amore e di bellezza.

 

 

Operai di Grecia

 

 

(a Massimiliano, con affetto)

Eccoti di nuovo, mia scrittura, vogliosa di scrivere di cose belle, eccoti e l’amico carissimo, dalla Grecia, manda un messaggio: no, non è in vacanza in Grecia, in Grecia vive e lavora e ti racconta dei lavoranti (molti immigrati) pagati 300, al massimo 500 euro al mese costretti a lavorare per 10 ore al giorno, quasi senza diritti, a 60 gradi nel reparto verniciatura e di uno degli operai, dal Pakistan, che dorme in una baracca di lamiera e degli impiegati che siedono davanti al computer dalle 8.00 alle 18.00 senza diritto a una pausa (ma almeno hanno l’aria condizionata mentre fuori, all’ombra, ci sono 47 gradi).

Che cosa vuoi fare, mia scrittura? Continuerai a dilettarti di bei sentimenti e di belle immagini?

Pensa, invece, alle persone perfino persuase che sia giusto rinunciare ai propri diritti (e ci rinunciano pur di avere uno straccio di lavoro, usa e getta, ma lavoro), pensa ai padroncini-aguzzini e pensa, poi, ai grandi padroni, ai nemici di sempre.

Mia bella, tenera scrittura… Quanta pena mi fai… E quanta rabbia…