Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Tag: scritture

Breve nota all’     “Inquilino delle parole”     di René Corona

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          Il libro in poesia di René Corona L’inquilino delle parole (Book Editore, Riva del Po 2022) propone un esercizio intelligente, raffinatissimo, oltremodo consapevole della letteratura intesa nel suo senso più alto: e la poesia scaturisce proprio (luminosamente negando il devastante, idiota pregiudizio romanticheggiante di poesia quale “espressione spontanea del sentire e dell’io” e di “ispirazione”) da una profondissima conoscenza degli autori, dei loro testi, delle tecniche compositive, degli accorgimenti retorici. E utilizzando una scrittura  derivante dalla musica René Corona smonta e rimonta i propri testi, riprende, varia, talvolta ironizza temi e stilemi, inventa giochi di parole, sempre, come per un sentimento pessoano dell’immaginazione, muove alla commozione o al sorriso proprio in virtù di quest’amore totale per la letteratura, di quest’estrema lucidità e consapevolezza nei confronti dei materiali linguistici, dei temi conduttori, delle strategie espressive.  Leggi il seguito di questo post »

Calco di canto o impronta di voce: su     “La vita impressa”     di Ranieri Teti

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         La pregnante ambivalenza del titolo del libro più recente di Ranieri Teti La vita impressa (Book Editore, Ro Ferrarese 2022) introduce subito all’almeno duplice natura di questo libro: vi si seguiranno le tracce impresse dall’esistere e si seguiranno le connessioni tra scrittura (quello che l’arte tipografica imprime sulla pagina) ed esistenza. L’elegantissima filigrana della scrittura, infatti, così aerea eppure concreta, così rarefatta e allusiva deriva, in realtà, da materiali incandescenti e magmatici (sentimenti, pensieri, esperienze vissute, sogni, mancanze, errori, luoghi frequentati, voci care…) che un annoso lavorio di filtraggio, di presa di distanza, di rasciugamento di ogni sbavatura sentimentale e psicologizzante ha trasformato in testi dalla forma (anche tipografica) rigorosa e chiusa, geometrica e ascetica.

         C’è proprio un ascetismo della scrittura che, esercitato attraverso gli anni con un rigore che appartiene a una precisa etica dell’esistere e del fare, restituisce ai fatti della vita e anche alle loro scorie una dignità e una laica sacralità non comuni in questo tempo banausico e così prodigo di volgarità.  Leggi il seguito di questo post »

(Segnalibri) Il lamento perduto del gabelliere. Su Raffaele Carrieri (di Stefano Modeo)

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Stefano Modeo mi segnala questo suo intervento:

Il lamento perduto del gabelliere. Su Raffaele Carrieri

Ringrazio Stefano per aver dedicato un circostanziato, comosso ricordo a un poeta, purtroppo è vero, dimenticato e del quale bisognerebbe ristampare l’opera (e intendo sia i testi poetici che quelli dedicati agli amici pittori); posseggo proprio il volume Mondadori delle Poesie scelte al quale sono molto legato e al quale torno spesso, legato come mi sento a una mediterraneità che Carrieri ha ben incarnato, senza dimenticare le suggestioni provenienti da Parigi e dal suo universo culturale, né il legame necessario e fecondo con Milano.

All’interno della riflessione che Stefano Modeo va conducendo sul Sud la voce di Raffaele Carrieri torna a farsi udire, necessaria, per certi versi struggente, cosmopolita come poche altre in Italia, nomade, vitale. 

Per Cristina Annino

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Per ricordare Cristina Annino ho pensato di scegliere un suo testo e di proporne un commento – per me non esiste modo migliore per rendere onore a un poeta se non leggerne e rileggerne i testi.

Concentrazione guardando Hopper   
da Chanson turca (LietoColle, Faloppio 2012, pag. 20).

Corre vento tra
loro due, nel silenzio ch’è
l’udito maggiore. Si sente
le mani infinite già dentro
lo spirito. Così ascolta
nell’aria le mosche – basta
un paio – spaccare in volo
la trave. Per teoria del corpo
innalza il viso a quel
tronco docente di
dolore, lo mastica (ci sa
fare perdio) con gote di
grazia orrenda o legna
di camino un focaio.


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La stanzanima della poesia: su “Krankenhaus” (e non solo) di Luigi Carotenuto

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Un libro in poesia composto da 29 testi brevi e brevissimi in virtù di una lingua poetica rasciugata a oltranza al fine di riuscire a dire (o almeno ad alludere nell’immensità stordente dell’assenza e del dolore) – intendo Krankenhaus (Gattomerlino, Roma 2020) di Luigi Carotenuto il quale accetta una sfida come minimo doppia: affrontare il tema della malattia e della morte di una persona cara (tema nient’affatto nuovo, ma, anzi, ricorrente nella poesia degli ultimi decenni) e confrontarsi con l’insufficienza del linguaggio di fronte alla malattia e alla morte. 

Questo significa che al dato biografico si sovrappone la messa in opera di un’indagine sul se e sull’eventuale come lo scrivere in poesia possa addentrarsi senza patetismi, sentimentalismi, banalità nell’oscura, impervia regione che il titolo stesso dell’opera denomina “Krankenhaus” e che ai miei occhi non si limita a essere soltanto un prelievo dal tedesco (“ospedale”: alla lettera “casa, ovvero ospizio dei e per i malati”), ma esplicita il nome così franto e doloroso già in quella sequenza di k-r e poi n-k e quindi della forte aspirazione di h per terminare con una s di aspro suono; all’interno del libro lo stesso esergo da Residenze invernali di Antonella Anedda ulteriormente ci introduce in quella che ho chiamato regione di un’esperienza esistenziale e di una scrittura che confina direttamente con l’ammutolire e con il silenzio.

Benissimo scrive Leonardo Barbera nella Presentazione a pagina 7 (testo a sua volta perfettamente integrato nel libro e di notevole scrittura): «Come si dice “ospedale” in tedesco? Questa era la domanda del quiz, in un pub vicino all’ospedale in cui era ricoverato mio padre. L’effetto della parola che si cercava era di frizione tra il dolore che provavo e il gioco, e fu quasi sorprendente, come la risposta: Krankenhaus. Il suono portava all’osso spezzato di mio padre.  Leggi il seguito di questo post »