Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

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Il “web” poetico è un Paradiso

 

 

Improvvisamente c’è chi comincia a premere il pulsante “mi piace” a ogni articolo che pubblichi (non importa che l’articolo parli dei calzini da stirare o della storia dell’agricoltura nell’antica Mesopotamia – il “mi piace” compare spesso esattamente TRE SECONDI dopo la pubblicazione), magari quel qualcuno scrive anche qualche commento (sempre) lusinghiero, magari ci aggiunge faccine e cuoricini. È il Segno: a breve ti chiederà il tuo indirizzo di casa per mandarti il suo ultimo libro (o la tua email per il pdf).
Se acconsenti il libro arriva e, in automatico, dovresti sentire il dovere di scrivere l’articolo superdesiderato che tessa le lodi del Capolavoro; ora, può succedere che tu non scriva nulla (potrebbe essere accaduto anche che tu abbia apprezzato il libro e che, per motivi diversi, tu non possa o non desideri scriverne) o che tu non ne scriva proprio perché il Capolavoro non ti ha convinto; stanne certo: niente più “mi piace”, niente più commenti: come se non ci si fosse mai incontrati nel paradiso dell’etere webico. Esattamente lo stesso succede se tu, con gentilezza, declini la proposta d’invio dell’Opera. Dimenticavo: la richiesta di farti avere il Superlibro può arrivarti anche tramite un “commento” a un qualsiasi tuo articolo, fosse anche un “post” sugli sconti Esselunga!
Altre volte accade che tu pubblichi l’articolo sull’Opera insigne: il commento di risposta è, ovvio, entusiasta e sottolinea quanto tu, in maniera unica e irripetibile, abbia compreso lo spirito dell’Opera, quanto tu sia stato capace di penetrare come nessun altro e in maniera addirittura sciamanica nei testi (sono palpabili le lacrime di commozione dell’estensore del commento) – la perplessità ti nasce quando leggi esattamente le stesse parole di commento in calce ad articoli (talvolta mediocri o che riportano soltanto il nome dell’autore, dell’editore e un paio di testi) pubblicati su altri siti.
Quando poi smetti o diradi moltissimo i tuoi interventi sui tantissimi Capolavori fluttuanti nell’universo poetico italiano ti si materializza davanti agli occhi il deserto in cui ti stai cacciando: quasi nessun “mi piace” (neanche quelli compulsivi e automatici), casella di posta elettronica vuota.
Altro fenomeno webico interessante: buon numero di “accessi” se pubblichi un articolo sul Capolavoro di turno (il sospetto è che il solo Recensito vi acceda 400 volte al giorno e che il resto siano accessi di 2 secondi da parte di moglie, figlio, amico d’infanzia), assenza assoluta di “accessi” se pubblichi su argomenti di carattere politico: è risaputo che solo il Capolavoro importa e che quello che succede attorno è manfrina senza importanza. E poi, ‘sta cazzata e questo insistere sul fatto che Via Lepsius è antifascista… Ma dai, facciamola finita: un tempo c’era almeno quel bel faro con il mare azzurro nella testata del “blog”, mentre adesso ci sono quei comunisti in bianco e nero con lo striscione…
E, per finirla qui, ritorno al “deserto in cui mi sono cacciato”: è, in realtà, un deserto abitato da pochissimi amici, pochissime persone per le quali nutro stima e affetto, un deserto, quindi, irrigato da acqua freschissima e vitale. Di questo non smetterò mai di essere loro grato abbastanza. Per loro continuerò a studiare e a scrivere con l’entusiasmo di sempre, con loro continuerà un dialogo ininterrotto. Il resto è dilettantismo narcisista.

 

 

 

Senza titolo

 

Christiane Löhr: “ohne Titel”, 2007.

 

Da gran tempo ho smesso di “scrivere poesie” – adesso scrivo: tout court (ed era ora, almeno per quello che mi riguarda).

 

 

La felicità di scrivere filtra anche dagl’interstizi degli scartafacci

 

ohne titel 2007

Christiane Löhr: “ohne Titel”, 2007.

 

Sia resa lode allo scrivere a mano (biro stilografica o matita), al fruscio della punta sulla carta, all’irregolarità dei margini di scrittura, al variare di cerchi, semicerchi, aste verticali e orizzontali, distanze e prossimità, sia lodata anche la frequenza dei righi cassati e dei segni a indicare anticipazioni, inversioni, posticipazioni, sia considerato e apprezzato l’indugio, amata la lentezza, anche lodata la cura nel tracciare i segni e l’ozio degli scarabocchi a margine o a pie’ pagina o a suo incipit… Sia venerata l’eclissi d’un vocabolo dietro un altro, l’incastro delle sillabe, la sbavatura degl’inchiostri, l’ombreggiature della grafite.

Ma mi chiedo anche se non sia osceno e colpevole abbandonarsi a questa felicità dello scrivere mentre le persone vengono deportate o lasciate annegare o schiavizzate nelle campagne.

Sempre mi porto dentro quest’angoscia mentre la scrittura s’accumula, inarrestabile e si distende sul foglio, sui fogli.

 

 

 

Breve saggio sul saggio

 

 

Avrei potuto titolare “breve saggio sulla felicità di scrivere saggi”, ma il titolo apparentemente tautologico e quasi claustrofobico mi serve per costruire un testo che, invece, suggerisca quanto necessario sia comporre un saggio che non abbia una tesi già precostituita da sostenere, ma che, appunto, saggi varie direzioni, riuscendo a diventare felice proprio nel momento (o nei momenti) in cui la scrittura è atto di scoperta, incanalandosi verso orizzonti poco prima inaspettati e insospettati.
C’è disperato bisogno d’una mobilità e d’una libertà del pensiero, d’una migrazione continua del pensiero da un territorio all’altro e, migrando, il saggio si sottrae al dominio del pensiero unico, attiva dentro di sé gli anticorpi naturali contro l’accademismo, il conformismo, il dogmatismo.
Si possono scrivere saggi solo camminando e viaggiando, solo mutando continuamente orizzonte, cercando connessioni anche lontane, mai fidandosi delle proprie certezze le quali, spesso, sono invece dei pre-giudizi che, saggiati, debbono poi perdere valore per condurre la mente a quella libertà (talvolta anche spregiudicatezza) di visione necessitata da un camminare saggistico non fine a sé stesso, ma conoscitivo.
Necessitata libertà: ecco, in quest’apparente ossimoro riconosco la nobiltà e l’efficacia del pensiero umano che esige una libertà non già precostituita e data, da conquistare e riaffermare, quindi, e, in ogni caso, necessitata dalla stessa natura dell’atto del saggiare il quale ultimo sarebbe, altrimenti, fatto puramente formale e nato già morto.
Il saggio quale lo vado esercitando su queste pagine è scrittura che parte dal desiderio di sviluppare un tema e che, quindi, va distendendosi sul foglio parola dopo parola, anche godendo del piacere di articolare le proposizioni, di scegliere i vocaboli, di architettare la sintassi secondo pesi e contrappesi, per variazioni e rimandi.
Quando do avvio a un “breve saggio” non so mai dove andrò a concludere, ma mi affido a un camminare sui sentieri della scrittura, ho fede nella forza associativa, analogica, inventiva delle parole, seguo concatenazioni tra luoghi, testi, ricordi, musiche…
La felicità del comporre un saggio risiede sia nella sua riuscita sia, semplicemente, nella gioia ch’esso può dare al suo estensore e al suo lettore anche per quello svincolarsi da generi specifici e nella sua migranza, piegandosi a molteplici metamorfosi. Il saggio nega, per sua stessa natura, ogni forma di monoteismo e di autoritarismo, è consustanzialmente eretico, discolo, incline alla sensualità e al paganesimo, al dubbio (ma non sterile né nichilista), all’ironia.
Il saggio come qui l’intendo è l’atto d’amore di Don Giovanni per il mondo (non conquista – lasciamo il catalogo a Leporello, il servo che banalizza e non comprende – ma amore e curiosità), il suo musicale corteggiare il mondo prima che la morte, l’ineludibile, chiuda il sipario, spenga le luci.

 

 

La Dimora del Tempo sospeso, Il tratto che nomina, Via Lepsius

 

 

 

Via Lepsius sente un legame fortissimo con La Dimora del Tempo sospeso (più volte mi sono pronunciato in tal senso, dichiarando a chiare lettere la mia ammirazione e il mio apprezzamento per lo spazio creato da Francesco Marotta, seguendone passo passo le vicende e le pubblicazioni, nutrendomi dell’immane patrimonio culturale, etico, storico che, in maniera eccezionalmente generosa e del tutto gratuita, Francesco e i collaboratori che nel corso degli anni lo hanno coadiuvato hanno messo a disposizione di noi lettori); oggi segnalo la pubblicazione di larghe parti di un’opera che, purtroppo, non è ancora a disposizione dei lettori né di lingua francese, né tanto meno italiana: si tratta di un libro (grande in ogni senso) di Yves Bergeret, Le trait qui nomme / Il tratto che nomina e che l’autore ha fatto stampare, in poche copie, a proprie spese in quanto questo poema-diario dell’esperienza maliana di Yves non ha ancora trovato un editore – ebbene, Francesco Marotta ne sta traducendo vasti passi (qui, per esempio, ne si può leggere uno), proponendo proprio sulla Dimora sia il testo originale in francese che la sua versione italiana; spero che sempre più lettori s’accorgano dell’importanza di una tale proposta, spero che il narcisismo e il provincialismo di tanta parte della cultura italiana cedano finalmente il posto a una sete sincera e rigenerante d’imparare, di capire, di confrontarsi.