Via Lepsius

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Gabriella Sica e il desiderio d’Europa

 

 

Mimmo-Jodice-Demetra

Demetra fotografata da Mimmo Jodice.

 

Quello che Gabriella Sica ama chiamare “saggio” (Cara Europa che ci guardi – 1915/2015, Roma, Cooper Editore, 2015) è un ponderoso e poderoso libro il quale assume, di volta in volta, forma di diario intellettuale, di requisitoria, di diario sentimentale, di riflessione, di dichiarazione d’amore ad un continente e alla sua cultura, di compendio storico, di ricerca di una non escludente identità.
Soffia nelle pagine di quest’opera un’immensa passione e un inesauribile amore per l’essere umano e per ciò che di bello e buono egli sa realizzare e nella fitta, complessa trama dei pensieri, le letture, i libri, i viaggi, i ricordi concorrono a guidare il lettore traverso questo coraggioso tentativo di descrivere l’Europa in cui viviamo e l’Europa che vorremmo; pur articolato in capitoli, il lavoro (costato all’autrice due anni d’impegno pressoché totalizzante) si dipana lungo il discrimine difficile tra discorso logicamente e rigorosamente condotto ed empito del sentimento, là dove il necessario piacere della divagazione sembra essere l’attitudine conoscitiva che meglio sa avvicinarsi al nostro tempo complesso, stratificato, polimorfo, pluridirezionale, proprio come ci insegnano alcuni tra i più grandi maestri, da Sebald a Cioran, da Zambrano ad Agamben.
E, spesso, si fa strada l’indignazione nelle pagine di Gabriella Sica, un “no” pronunziato con voce alta e ferma nei confronti di chi e di quello che piega la dignità dell’uomo agli interessi economico-finanziari e ad altri inconfessabili interessi. “Non basteranno le parole, ma noi abbiamo solo quelle” (pag. 46), scrive e ripete in diverse forme e in altri luoghi del libro l’autrice, adottando una consapevolezza che con ostinazione contrappone la cultura, apparentemente debole e inerme, alla violenza e all’odio. Ed è proprio ricca di cultura e curiosa la giovane Gabriella che compie un viaggio insieme con due care amiche attraverso la Germania, transitando per Todtnauberg, il luogo nel cuore della Foresta Nera dove abitava Heidegger e dove andò a visitarlo il poeta Paul Celan, lasciandone testimonianza e ricordo nell’indimenticabile, lancinante testo poetico omonimo, oppure il ricordo torna a Beppe Salvia, agli anni fecondi ed entusiasmanti di “Prato Pagano”. L’Europa è, per Gabriella Sica, una costellazione luminosissima di nomi cui sono legati libri necessari e biografie, talvolta dolorose: Hannah Arendt, Stefan Zweig, Czeslaw Milosz, Simone Weil, Pier Paolo Pasolini, e tanti, tantissimi altri. Non c’è pagina di Cara Europa che ci guardi che non si rivolga ad uno o a più nomi di artisti e pensatori come a numi tutelari che sappiano, oggi più che mai, illuminare il nostro impervio cammino; Gabriella Sica fa trasparire traverso la sua scrittura l’angoscia e la preoccupazione che l’attanaglia nell’analizzare la storia di questi ultimi decenni, ha bisogno di capire, da persona fermamente convinta della necessità di un’Europa unita e libera e tollerante, ricorre ad almeno due strumenti: l’intelletto e la cultura – ma mi piace pensare che anche un’appassionata veemenza sia ulteriore strumento per capire e, col capire, contribuire a costruire l’Europa tanto agognata e, specie negli anni più recenti, spesso ostacolata se non odiata.
Gabriella Sica mescola nel libro storia della sua famiglia e storia generale e questo è il motivo per cui la prima data apposta a mo’ direi di sottotitolo è il 1915, ché proprio il ricordo degli uomini della sua famiglia morti o drammaticamente segnati dalla Prima Guerra mondiale intrecciato a quello delle donne che, rimaste a casa, hanno dovuto sopportare tutto il peso psicologico e materiale della situazione rivelandosi forti, determinate, coraggiose costituisce il punto di partenza per spiegare perché l’Europa appassioni così tanto Gabriella. Ma in quest’andirivieni di ricordi, riflessioni, letture, viaggi è sempre presente l’accorata preoccupazione per un’Europa che non corrisponde all’ideale e al sogno (ma un sogno, mi si consenta l’ossimoro, realistico); ai miei occhi il presente è un libro dell’avere cura: Gabriella Sica l’ha scritto perché vuole prendersi cura, da poeta e da intellettuale, da essere umano e da figlia d’Europa, delle persone, della storia, delle culture in cui siamo immersi. E perché non accetta, perché non vuole rassegnarsi alla deriva umana, economica e culturale in atto. Per questo motivo inviterei i lettori attenti a leggere e a rileggere le pagine del libro dedicate alla Grecia (quella antica e quella contemporanea), alla poesia altissima di Vittorio Sereni, alla storia della famiglia di Gabriella la quale, partendo da dati autobiografici, è capace di raccontare di fatti e di persone in cui ogni Italiano può identificarsi: la storia delle famiglie materna e paterna di Gabriella Sica è anche la storia di milioni di famiglie italiane, non lo si dimentichi.
In tal senso mi sembra che il libro voglia essere anche un contravveleno all’assenza di memoria che sta devastando l’Europa ed è un ardente diario di viaggio, là dove il “viaggio” è, qui, non solo l’attraversamento di luoghi, ma, soprattutto, di tempi e di testi, di memorie e di fatti, senza trascurare la lucida ira e l’indignazione che, spesso, sono amare eppure vivificanti compagne di viaggio.
Leggo le pagine di Gabriella e mi ricordo del Mediterraneo di Predrag Matvejević, del Portogallo di Saramago, delle opere di Anselm Kiefer, del diario di Grecia di Gastone Novelli, delle fotografie di Mimmo Jodice, del canto di Giovanna Marini, della Spagna di Antonio Machado, degl’Imperdonabili di Cristina Campo… Mi ricordo di un moto del pensiero che, malgrado la forza apparentemente totalizzante e vincente con cui finanza ed economia s’impongono, vive in ambiti che né la finanza né l’economia riescono a dominare e desertificare, perché c’è molto del pessimismo della ragione e dell’ottimismo della volontà di matrice gramsciana in questo libro, perché chi per una vita intera ha coltivato l’empito alla libertà e all’indipendenza di giudizio, chi ha amato (e ama) i libri come ama il corpo stesso dell’amato, chi in quei libri ama le idee e la bellezza, ebbene costei non si rassegna, non rinuncia, non si dichiara sconfitta. Ecco il motivo per cui anche passaggi che potrebbero apparire ingenui nelle loro affermazioni e nelle loro rivendicazioni conservano la commovente validità di quel pensiero che, realista e pragmatico, sa essere nello stesso tempo idealista e colmo di slancio.
E si segua allora il dipanarsi dei capitoli, oppure si saltabecchi qui e là tra le pagine, magari ci si lasci catturare dalle fotografie o dai disegni o dai testi in versi incastonati nel libro, affidandosi all’indice dei nomi si cerchino quegli stessi nomi (moltissimi) e ci si costruisca una personale geografia del libro – ché di questo, anche, si tratta: di una geografia dell’anima, della storia, delle letture e dei viaggi (realmente effettuati o sognati, non importa), cosicché, modernissimo, Cara Europa che ci guardi viene ad essere un libro ramificatissimo alla Walser o alla Sebald, alla Cees Nootebom o alla Jan Brokken, l’autore olandese che a sua volta indaga in libri bellissimi l’Europa di ieri e di oggi, o alla Massimo Rizzante che rimprovera (e non a torto) alla poesia italiana di astrarsi dalla realtà, d’essere ombelicale contemplatrice di sé stessa: Gabriella Sica s’è dedicata alla “sua” Europa anche per dimostrare che taluni poeti italiani vogliono sfuggire proprio all’autoreferenzialità e che, trovando un bell’equilibrio tra scrittura in prosa e scrittura in versi, si può raggiungere il nodo tra arte del dire e passione politica, tra senso della storia e presenza della parola.

 

*

 

Nel nome e nel ricordo di Vittorio Sereni Gabriella Sica dialogherà, sabato 14 maggio alle 17.30, con Adriana Gloria Marigo proprio nella cornice del Liceo Scientifico “Sereni” di Luino, Via Lugano 24, nell’ambito delle manifestazioni per il Cinquantenario del Liceo stesso. Sottolineo qui che nel capitolo “Il mal d’Africa. Un uomo inquieto” Gabriella Sica unisce la propria appassionata e appassionante ammirazione per la poesia sereniana al ricordo commosso del proprio padre, “uomo inquieto” e coraggioso.

 

 

Coi libri aperti / in una città di qualcuno: su “Lettere della fine” di Nadia Agustoni

 

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Il libro più recente di Nadia Agustoni è per intero un assentimento alla (un dire di sì alla, uno scrivere il proprio assenso alla) vita: evitando lo stereotipo di Nadia Agustoni poetessa-operaia, si sappia da subito che queste Lettere della fine (Vydia editore, Montecassiano – MC -, 2015) dimostrano in modo inoppugnabile e definitivo che quella di Nadia Agustoni è una tra le più alte ricerche di poesia e di scrittura attualmente in atto; inoltre Nadia Agustoni sta portando avanti una riflessione sulla nostra contemporaneità di tale profondità e complessità che fanno di lei un’intellettuale di valore e necessaria per un’auspicabile presa di coscienza su quello che accade intorno a noi e dentro di noi (mi limito a rimandare, qui, ai suoi recenti interventi su Cartesensibili o, andando più indietro nel tempo, su CulturaGay e, ovviamente, a quanto da lei pubblicato sull’Area di Broca, ad esempio). La ricerca costante, coerente, seria, silenziosa, umile in maniera tale da apparirmi monacale è ormai un felice punto di riferimento per chi la poesia la ama – se poi ci si prova a scriverla “in proprio”, ebbene che ci si ponga a studiare questo libro e se ne tragga linfa vitale.
I libri aperti in una città di qualcuno (due emistichi che si leggono sul finire dell’opera) mi sembrano rispecchiarsi già nella dedica del libro: a Grace Paley / in memoria, cosicché anticipo che stiamo per attraversare un volume di circa 160 pagine nel quale la bellezza e la forza del dire poetico è sempre, è costantemente uno sguardo ben aperto sul mondo e sulla storia e in queste Lettere c’è la potenza convincente del canto d’amore nei confronti del mondo, cosicché Nadia Agustoni trova la poesia ancora nell’esplorazione di una pianura da intendersi quale paesaggio antropizzato, dunque profondamente umano e nelle cose che sono un atto di linguaggio, esistenti proprio perché le diciamo.

i volti tra le frasi il poco
dei giorni succede chiaro
le parole arrivano viene il mondo
una volta erano le voci
un che di cicoria e limoni
o terra a patire
e il gas falciava i prati
in un altrove dove le spine
dove noi e nulla –
scrivi sulla morte
lì cadono i bambini i fiori
che pensiamo per sempre
e senza le tue parole c’è altro
come se restasse il sangue di tutti
e tutta la vita per niente –
ma il male credimi il male
guarda se siamo soli
se siamo figli padri
qualcun altro –
ricordati chi rideva chi
disse cosa a chi
e non tornava risposta
ma un’eco
l’osso cranico

(io non sono la domanda) (pag. 21).

In nota scrive Nadia: “Nella poesia i volti vanno tra le frasi c’è un’immagine frammento che è il ricordo rimasto da un documentario su Halabja e sull’uso dei gas contro la popolazione civile”; questo mi serve per dire due cose: la prima è che trovo interessante la discordanza tra il verso iniziale della lirica e come esso è citato in nota, in quanto viene proposta una doppia lettura che fa perno sul verbo e là dov’esso è sottinteso si è portati a completare con un “sono / stanno”, mentre la nota suggerisce un verbo di movimento che ben si accorda agli altri verbi del testo (arrivano, viene del terzo verso); ecco: il libro comincia con volti che stanno o che vanno tra le frasi e già questo soltanto dice molto del valore altissimo della scrittura di Nadia che cerca volti proprio in un tempo in cui il volto è, invece, o cancellato e ricacciato nell’indistinto di folle anonime o reso feticcio nell’insulso circo della pubblicità e di gran parte del mondo dello spettacolo; poi, nel prosieguo del testo, accade l’arrivare del mondo e delle parole, anche questa immagine bellissima e ricordo che abbiamo appena adesso cominciato a leggere, per cui mi piace l’idea che io abbia aperto or ora il libro e che, attraverso la porta della pagina dischiusa, comincino ad entrare le parole e con esse il mondo (assieme ad esse o conseguentemente ad esse, anche questa sarebbe una questione interessante da dirimere); un mondo profumato “una volta” o (si noti quanto marcata sia la congiunzione disgiuntiva) o erano campi avvelenati dal gas e questa è la seconda cosa di cui desideravo scrivere: nel libro entra subito la memoria, in questo caso lo sterminio della popolazione del villaggio curdo rea, agli occhi del regime di Saddam Hussein, di non essersi opposta all’avanzata delle truppe iraniane in Iraq. Scrivi sulla morte, dice la poetessa a se stessa, testimonia obbedendo ad un imperativo etico preciso e ineludibile: e senza le tue parole c’è altro / come se restasse il sangue di tutti / e tutta la vita per niente. Continuiamo a chiederci perché scrivere e come farlo, se si decide di farlo.
A questo testo segue, isolata al centro di pagina 22, una citazione da Eraclito: avvicinamento. Nadia Agustoni conferma così la sua idea di una poesia in cammino e di una poesia che non si sottrae al bisogno di sapienzialità, inteso come conquista della sapientia, di quel processo che, tappa dopo tappa, dura tutta la vita. Nel Peso di pianura (LietoColle, Faloppio, 2011) si legge:

cosa vuoi che dica la polvere

i diari dell’olocausto mi fan venire in mente
edipo a colono con la giovane antigone
che dà la mano a un cieco e nient’altro.
non una parola li segue, solo un vecchio
e sua figlia e i segni del vuoto intorno a loro,
lo spavento delle genti che in segreto
vedono la ragazza come un toro
e la corsa nella polvere con un dio che le urla dietro
di fermarsi: “è una ragazza, non può raspare la terra
fino alle tombe”.
ma non capiva la sua risposta: “va via! la polvere
cosa vuoi che dica la polvere, qui viviamo,
qui moriamo, un dio non ci ha salvato”.

C’è questo legame tenace tra Nadia e la tradizione greca antica, ripresa e studiata nel suo essere, appunto, sapienza della condizione tragica dell’uomo e interpretazione del presente: qui l’olocausto, nel testo incipitario delle Lettere della fine una strage d’innocenti perpetrata col gas.
E la forma eraclitea del pensiero breve, fulminante (foudroyant, Char docet) e capace di fare affacciare sull’abisso della riflessione è fatto proprio da Nadia in questo libro; siamo a pagina 23: quando il giorno finisce sono un passeggero, come se il tempo del giorno e la scrittura (o l’intero esistere) fossero un treno o un autobus e noi in perpetuo viaggio, passeggeri, nomadi, ospiti del mondo.
Poi si attraversano i molti biglietti sparsi nel libro (“un personale ricordare l’intensa lettura di Pier Vittorio Tondelli” spiega l’autrice in nota) e ancor più chiaro si fa il dialogo non intellettualistico tra la poeta e alcuni autori di riferimento, consegnandoci una scrittura colta, ma non pedante né citazionista, esperta e finemente lavorata, ma non fine a se stessa né fredda. E il dialogo (mi soffermo sull’aggettivo “intensa” lettura, come scrive Nadia), l’intenso dialogo avviene con uno scrittore originale e problematico, del quale sentiamo in modo lancinante la mancanza;

 

tondelli

Pier Vittorio Tondelli, una delle voci che s’intrecciano nel libro di Nadia Agustoni.

 

assieme al PPP di una bellissima lirica dal Mondo nelle cose (LietoColle, Faloppio, 2013) (corpo nostro cielo di guardare / ripeti la fiume pianura ripeti / le dita nel cavo della bocca / metti visceri di cagna all’aria / vita e lingua dove sono vita / e lingua e la cura è cura / del proprio tempo), Tondelli apriva (e apre ancora) ferite nel corpo della società italiana e parlo di quelle ferite necessarie che ci si procura nella lotta, nella non rassegnazione, nell’eticità della fedeltà ad un’idea; scrive Nadia nel Biglietto n. 1:

i fiori e altri fiori
un solo fiore e fiorire
il gelo e gli occhi non sanno
non sanno com’è nei fiori
e i passeri i rami – campagne (pag. 24) ed è l’accostamento dei sostantivi, la larga latitanza delle forme verbali, è l’iterazione a donare alla scrittura capacità di commuovere e tensione comunicativa, un canto che cerca una liricità non convenzionale (ormai superata dalla storia e dai nuovi traguardi artistici raggiunti), ché, penso, questo libro di Nadia Agustoni affronta anche l’arduo tema della poesia lirica in questi nostri anni e la poetessa bergamasca comincia così il suo libro, in dialogo con Pier Vittorio Tondelli, con la prosa, quindi, ma si tratta di una prosa che a sua volta ha saputo negare e valicare i confini del genere letterario (romanzo o racconto che sia) e che non si è sottratta alla mescidanza e al coraggio di sperimentare; fiore, fiori e fiorire reiterando suono e concetto scagliano il lettore dentro il processo di rinnovamento stagionale della natura, lo richiamano alla natura stessa (leitmotiv tondelliano è, non scordiamolo, proprio la perdita della naturalezza e la conseguente infelicità-prigionia dell’individuo, il trasformarsi della società in un universo concentrazionario crudele e inumano).

biglietto n. 2

i fiori dove esistono le nostre vite
tutto questo – siamo qui a cercarci
le parole la terra l’orecchio
ascolta come dice sì (pag. 25).

Questo risuona per tutto il libro, confermando tra l’altro la caratteristica dell’opera di Nadia Agustoni, che è appunto ascolto e dialogo e che sceglie nomi concreti, bisillabi, primari, (…), ma dall’alta densità metaforica come ben scrive Renata Morresi nella sua perfetta, partecipata Prefazione. E Nadia è capace anche di scrivere un verso lungo isolato nel biancore della pagina come questo: avere nelle spalle primavera e in più le api (pag. 26) al fine di ribadire che il nostro corpo è tutt’uno con il corpo del mondo e il modo è semplice, diretto, centrato sulle immagini concrete; sempre dal Mondo nelle cose riportiamo: viveva con alveari e gesti di agrimensore / mostrava – più del sollievo – / un senso del pudore piantato / in giacche blu marina / e insieme il libro delle navi / istruzioni per l’uso del mare / e della terraferma… // con un pallottoliere / ammainò i discorsi – ma è incerto – / dicevano trasferisse / verbalmente la felicità / ma con barchette di carta traghettava e difficilmente si resiste alla tentazione di pensare a Nadia stessa mentre vive e scrive, non si può fare a meno di notare il ricorrere del tema degli alveari e delle api, ma anche la presenza della figura dell’agrimensore (aggiungerei che trattasi di un agrimensore-agricoltore) e del marinaio, mentre le barchette di carta sono i fogli ricoperti di scrittura.

notes

il bambino è la sua vita
la testa rotonda gira a vederti
la sua vita mangia, ti guarda, non sa
se esiste quel tempo dappertutto
qualcosa degli altri. vedi…
il bambino è Alessandro
ride guarda nei fiori
vede il bicchiere la casa
la pianta di ciliegio –
questa è un’ora
stare col bosco è la piega
del libro dove scrivi:
“siamo stati qualcuno
che non sapeva
la luce è un apice
impararla”. I giorni
sono questo, le pagine
come la tua cena
sul tavolo l’abito nuovo
i giocattoli – scrivi:
“siamo il tempo che
qualcuno ci pensava
il viso senza le parole”. (pag. 28)

Il bambino Alessandro è il pronipotino dell’autrice e lo sguardo vergine che, per la prima volta, si dirige sulle cose; la sua vita mangia ed è un mangiare sì per nutrirsi, per crescere, ma è anche un mangiare il mondo, cioè farlo entrare dentro di sé, imparare a conoscerlo; e se c’è, sottintesa, la sapienza eraclitea, ebbene questa lirica è un περὶ τῆς ἀρχῆς, una riflessione intorno all’origine del conoscere, una riscoperta della realtà elementale attraverso il girare della testa rotonda del bambino e il suo sguardo; Nadia scrive versi bellissimi: stare col bosco è la piega / del libro dove scrivi – perché il piccolo Alessandro la costringe a riflettere sulla propria scrittura che è un atto conoscitivo e la poetessa che guarda se stessa scrivere porta a completezza l’atto di consapevolezza esistenziale e conoscitiva che è il poetare (ποιεῖν = fare, creare); I giorni / sono questo, le pagine / come la tua cena / sul tavolo / l’abito nuovo / i giocattoli cosicché accade la scoperta che noi siamo anche il tempo di quando qualcuno ci pensava (o ci concepiva, come straordinariamente dice l’italiano unendo in un unico verbo l’atto del concepimento di un nuovo essere umano e l’atto di far nascere un pensiero); l’età adulta, la poesia stessa diventano poi “viso con parole”, mentre il bambino appena nato è, appunto, un in-fante, un viso senza le parole. Ha scritto Nadia in Dettato sulla geometria degli spazi (Gazebo, Firenze, 2006):

Affilo gli occhi fino all’aria
e tutta nuova ho l’infanzia,
l’avere sicuro del segugio
che fiuta la pista.

Solo la gioia ci avverte
che questa è la sola vita che abbiamo
e i nostri gusci
sono germe di voce o il meno di noi.

A questa vertigine
che chiamo fedeltà
si fa serena la giovinezza,
la nostra età di pigro vento

di peso,
d’infinito tic tac.
Tutto è chiaro
e noi udiamo il futuro.

Teniamo presenti questi versi nel prosieguo della nostra lettura, sia per constatare la coerenza del discorso poetico, sia per misurarne l’evoluzione e le nuove soluzioni concettuali e formali.

La sezione che dà poi il nome a tutto il libro è aperta con una citazione da Giuliano Mesa: La prima parola, che viene dopo la penultima fine. È qui che Nadia incontra un’altra voce con la quale imbastisce il suo colloquio, un poeta-Tiresia che, davanti allo scacco del dire in cui la realtà e la storia sembrano inabissarci, esorta a dire se lo si sa fare (tu se sai dire, dillo), recuperando una fiducia nel fare artistico che sembrava perduta e che Nadia aveva ricalcato già nel testo incipitario delle sue Lettere della fine; l’essere umano ha la parola come possibilità di dirsi e quindi di conoscersi e, consequenzialmente, di dire e di conoscere il mondo, benché (ne riparleremo più sotto) tale conoscenza e la rappresentazione della realtà permangano problematiche e spesso aleatorie.
Intanto incantiamoci a versi come i seguenti:

il tempo in cui giocavi
uccelli e pietre
e quest’aria aratro
sugli alberi –
è andato il campo
la pronuncia
ricordarsi le case
è qualcosa
nel muso – sta lì
divide la bocca (pag. 32).

E persuadiamoci che una poesia lirica sia ancora possibile, ma non quale oppiaceo zuccheroso beverone, bensì come riemersione del canto che è insito nel ritmo della lingua e che è la lingua stessa; esempio concreto:

avremo le rondini per pochi anni: andranno nel breve di un’ala e nell’azzurro. un paesaggio vivo arriva nel grigio dei fumi: saremo un atterraggio di vento (pag. 33).

E ancora:

l’albero cipresso scuro a metà
e sul tardi un crepuscolo – i colori
del bosco e del fuoco.
com’ è grande la terra morente
sei uno di una volta e la solitudine
è venuto il suo tempo formica
e piede –
nel secchio il cuore ma
il perdono arriva col raccolto
la parola fame stringe
l’albero di alloro alla tua vita (pag. 34).

E poi:

a esistere c’è il buio
più grande – non pensare
come pensa il mondo.
sembriamo il cortile l’auto
e piango per l’idiota
la ragazza il campo
i vestiti bruciati di
chi è lasciato solo.
così andiamo con le storie
coi cerotti – un vaso
di mele gialle ci pensi i quadri
nei quadri l’albero dei limoni
quando crescevi
senza dire: “anch’io” (pag. 37).

nella latta la loro storia. bruciavano i rami nelle cascine, uscivano di notte cercando il campo e pisciare. non sapevano nessuno tra i vivi e i morti, ma i campi di novembre la roggia l’acqua fredda i panni sui fili l’ombra degli uccelli che passava alta. parlavano in una direzione che pensavano l’aria stesse più lontano di guardare. (…) (pag. 39).

Lettere o messaggi, in ogni caso nel secchio il cuore (la pregnanza dell’immagine mi soggioga totalmente e mi fa pensare al secchio d’acqua fredda in cui si riflette la stella mentre Ossip Mandel’štàm si lava nella notte) e quest’aria aratro / sugli alberi e gli alberi, appunto, nominati uno ad uno e in maniera che mi piace definire totale: l’albero cipresso, l’albero alloro e non, semplicemente, il “cipresso” e l'”alloro”. L’asciuttezza del dettato poetico dell’autrice bergamasca ha bisogno di nominare le cose e trova la bellezza abbagliante del suo verso, risultato di una pluridecennale fatica.
Lettere o messaggi, uno, di nuovo isolato nel mare bianco della pagina, questo:

scrivere è quello che sta nell’aperto (pag. 41).

Ancora dal Mondo nelle cose, per richiamo e associazione d’idee: rimane illuminato // non voleva che qualcosa lo attraversasse, ma stava come una breccia, apriva il mondo. gli occhi dei conigli anche nella morte erano qualcosa come ghiaia, prendevano il piede, mutavano luce nella sera. dopo scambiava le stanze col pensiero delle gabbie, delle siepi della malva dietro i muri quando il buio rimane illuminato.
Perché è questo che continua ad apparirmi il libro di Nadia, una continua apertura, uno stare nell’aperto che è meravigliosa espressione, specie in questi anni di chiusura e di rincagnata paura dell’altro.

la mia vita coi fogli e poi senza
nella grandezza della sillaba tutto parlavo
le cose prese
come un grano
sono la cosa viva –
curo gli occhi curo la morte
piccolo passa il sole (pag. 42).

L’occorrenza della parola cosa/cose è significativa, cose che stanno nella grandezza della sillaba – e anche in questo caso è interessante la doppia valenza di grandezza oltre che determinante la presenza del verbo curare; Nadia Agustoni non ama le dichiarazioni di poetica o di teoria della scrittura, ma cogliamo la sua idea di poesia proprio mentre essa si esplicita in testi come questo: tutto parlare e entro questa totalità del dire le cose sono come grano (il chicco nutre oppure dà vita ad un nuovo raccolto), ma non c’è vitapoesia senza la cura per essa e anche per la morte, alla vita consustanziale, o meglio, Nadia scrive di curare gli occhi – lo sguardo, dunque ed è bello pensare alla figura stessa di Nadia, magra, si direbbe ascetica e il volto scarno con quegli occhiali dalle lenti spesse dietro le quali le pupille, miopi e vivissime, allo stesso tempo curiose e timide, esprimono proprio quest’attenzione ininterrotta per gli altri e per il mondo.

(…) cresce breve un dire / salverò i quaderni il libro più limpido (pag. 44): ci si sprofonda sempre più nelle Lettere della fine leggendo passaggi così alti e che confermano quanto la poesia si avvicini, in questo caso, al crescere delle piante e degli alberi, lento e paziente, ma c’è sempre bisogno non solo di curare, bensì anche di salvare; è consolante l’idea che ci siano poeti che scrivono ancora su quaderni e, aggiunge Nadia, salverò il libro più limpido, dove anche quest’aggettivo possiede almeno due connotazioni: la limpidità dell’espressione e la corrispondenza esatta con l’idea e il sentimento che fanno nascere un libro.
Lasciamo scorrere qualche pagina tra le mani, annotiamo altri versi, ripensiamoli:

finito e infinito sono parole
di avanzi: tutta
la vita nella vita
se guardi nascere
(quello è sempre).

dei versi bisogna
spaventarsi (pag. 46).

(…) / la parola umiliata pesa come l’acero / la pagina dei giornali (pag. 48).

la nostra vita è vedere tutto
siamo noi la pianura il km morto
il mazzo di fiori sulla statale
che aspetta la neve e un’altra neve.
l’inverno è dove immagini ogni ora
nel grammo dei vetri (pag. 50).

case di pianura che un po’ di vigna / è intorno, un solo filare ma va a sapere… (pag. 52).

Ma la lingua è corda?

certo la lingua è corda

viviamo fragili
in parole chiare e nelle mani
quando nulla appartiene
c’è l’altrove – siedi
non bastano i passi, la memoria
è rivoltelle
tutto rimane atteso

fa prove di ciò che non è
ma è quello che saremo a parlarci
guarda nei giorni che avrai senza bugia
il cielo è un colore

(portando l’intonaco nei capelli
i muri staccati) (pag. 53): ma la lingua è corda? Certo la lingua è corda, perché permette di arrampicarsi o di legarsi a ciò che si ama, perché siamo fragili e abbiamo le parole, con le mani della mente lanciamo una corda verso l’altrove, nostra immane ricchezza, specie se siamo stati derubati di noi stessi e la memoria e l’attesa, quasi armi, superano anche l’andare, i passi e ciò che verrà; quello che saremo ci chiama e ci qualifica, i muri del nostro abitare ci accompagnano, in realtà siamo zingari nella vita e la corda può essere quella del marinaio e della sua nave, quella del saio francescano, quella dello speleologo o dell’alpinista…

fatemi vedere la cosa com’è reclama Virginia Woolf a pagina 54. Ma la scrittura che guarda negli occhi la realtà possiede la spontaneità del bambino e può essere urticante come l’ortica (sull’ortica leitmotiv agustoniano dirò più tardi):

 

Virginia Woolf

Quella di Virginia Woolf è un’altra delle voci che, come un coro di fondo, intessono il meraviglioso libro di Nadia Agustoni.

 

biglietto n. 3

in poco poco ero il bambino di foreste col magro dei faggi e un’ortica nel canto (pag. 55); ed ecco che cosa fa chi scrive: semino specchietti dove il mio volto non c’è semino senza il raccolto di ieri (pag. 57) e mi torna alla mente una breve lirica dal già citato Dettato sulla geometria degli spazi, eccola: Dolo // Mi duole lo spreco / ma la vita / è più il dolo / di un non vivere / che un vivere troppo.

Siamo giunti all’Oratorio della fine; in limine altre parole di Virginia Woolf, Ci voleva un senso più segreto, fine come l’aria (pag. 59) e scrivo che, ora, noi entriamo nell’oratorio e lo facciamo in un senso doppio, ossia facciamo ingresso nel poemetto e, lasciandoci guidare dal canto di Nadia, entriamo con la mente nella Cappella Suardi di Trescore Balneario dove gli affreschi di Lorenzo Lotto hanno costituito la spinta alla stesura dei versi; ricordo brevemente che la Cappella si trova lungo la strada d’Iseo, come spesso scrive l’autrice, “un tempo via verso il nord dell’eresia protestante” (Agustoni in nota); committente del pittore fu la famiglia Suardi e l’artista vi affrescò il Cristo-vite e le storie di Santa Barbara e Santa Brigida, oltre che di Santa Caterina e Maria Maddalena; sempre la poetessa sottolinea in nota che “la zona è a forte presenza di immigrati e la ragazza del poemetto è una di loro. Le immagini degli affreschi con le scene della vita e del martirio di Santa Barbara potrebbero essere foto-storia del nostro tempo”; la finissima tessitura delle strofe, con una disposizione tipografica del testo che, dopo una sequenza strofica, lascia un ampio spazio bianco affinché il lettore trovi poi un verso lungo isolato in fondo alla pagina, l’elegante tessitura poetica, dicevo, segue una sorta di moto pendolare che va dagli episodi affrescati alla cogente attualità (preponderante per numero di versi dedicatale) che Nadia sente sempre prossima e irrinunciabile, dai significati delle pitture alla vita quotidiana nelle case, lungo la statale, nelle campagne della zona, nella storia del singolo; questa non è un’ékphrasis, ma con assoluta coerenza un dialogo con un’opera d’arte del passato che manifesta tutta la sua attualità, il suo non essere indifferente a quello che accade oggi, alle persone, quali la ragazzina che osserva gli affreschi e che proviene da una cultura e da una lingua diciamo così altra, ma nello stesso tempo non del tutto estranea a quella italiana;  questa ragazzina potrebbe essere la futura vittima di uno stupro, così come Santa Barbara fu vittima della violenza paterna (si continua così una colpa dei padri-padroni, dei maschi predatori, degli intolleranti violenti?), nel senso che Nadia Agustoni, facendo della ragazzina figlia di immigrati la mediatrice tra il lettore e gli affreschi di Lotto, ci suggerisce il fatto che la violenza fisica nasce già nella mente di chi la attuerà e che tale violenza, cui come nel caso di Santa Barbara assiste tutta la gente del mercato, può assumere forme diverse, ma il suo risultato è sempre la violazione psicologica e fisica della persona, la negazione della libertà e della dignità della stessa; dentro il farneticare che molti fanno (e si tratta spesso di capi politici le cui parole posseggono dunque una responsabilità enorme) intorno al tema dell’immigrazione, con umanità e finezza commoventi Nadia sceglie la figlia di immigrati, quasi sicuramente di cultura islamica, e la fa entrare nella cappella e osservare le scene dipinte da Lorenzo Lotto; la piccola si riconosce in qualche modo nelle vicende di Santa Barbara, porge a chi legge il poemetto la possibilità di riflettere su storie che, attraverso la tradizione religiosa e pittorica occidentale, toccano la vita e la cultura di chi in Italia giunge, oggi, da altre terre e obbligano il lettore a ricostruire una catena di violenze e soprusi da cui nessuna storia e nessuna civiltà sono immuni.

la casa trasparente è del vento i semi
gettati sono piccoli mentre il tavolo scrive
la tua storia i mazzolini nei bicchieri
sei lì con l’universo le cose sono sera
impari dei paesi il campo che raccoglie
le voci nelle coperte (pag. 60). Parlando forse a se stessa Nadia Agustoni, con quella sua peculiare percezione della totalità delle cose nel reale, dice del tavolo che scrive / la tua storia (il tavolo scrive, non la mano della poetessa), riprendendo un suo classico stilema rivolge la mente alle case, ai paesi, ai campi: mai, mai Nadia scrive senza avere presente a se stessa il respiro delle cose e la prossimità della comunità. Ma qui c’è, ora, il nodo, insolubile e tragico, il collidere tra l’immagine del tutto positiva e che apre alla speranza del Cristo-vite da una parte e la violenza dalla quale nessun intervento divino salva dall’altra, Santa Barbara inseguita e uccisa dal padre nell’affresco della cappella:

l’abito una pozza di blu sul prato ma nella testa lei sente strapparsi la morte e corre (pag. 61);

 

Lotto_cappella suardi

L’abito una pozza di blu.

 

l’uomo che diventa una vite
i giardini coltivati e corda tiene
lo stupro l’aria muore le mosche –
oh! iddio che non salvi.

il mercato nei cesti di rosso
strada di mammelle e vento
il cotone in cui sale spavento
non sai se è guardare (pag. 63). “Un dio non ci ha salvato” aveva già scritto in un altro libro, abbiamo visto poco fa ed era anche citazione da Anna Akhmàtova, di nuovo c’è un dio che non salva e il mondo degli uomini riceve conferma di dover bastare a se stesso e in se stesso di dover trovare ragioni e leggi.

 

Lotto_cristo-vite

 

ammansisce bestie e uragani figura di agnello e mondo quando più alto comincia e
tiene il cinghiale all’uomo l’animale al bosco l’albero al fulmine e al sereno (pagg. 63 e 64): è Santa Brigida nell’affresco lottiano, è una donna che ristabilisce l’ordine di contro al caos e alla violenza, quasi a dire che l’arte e la cultura possano e debbano continuare a proporci un’alternativa proprio alla violenza e all’intolleranza.

la casa è pasto e volti
nel volto avremo gli ospedali
le lavagne le pareti – per capire chi siamo
viene domenica
per i timidi e gli affetti i tanti fiori come se
raccolta la zolla tutto fosse (pag. 64). Anche in questi versi riconosciamo l’iconografia agustoniana della casa e del pasto in essa consumato (il pasto cucinato e servito a tavola, consumato insieme è segno di civiltà e lo sapevano bene già gli antichi) e ritroviamo il leitmotiv del volto e quello dei fiori (sarebbe interessante letteralmente contare quante volte ricorrono la parola fiore e il suo ambito semantico nel libro: l’occorrenza è davvero alta). E non sfugga che, scritta a chiare lettere, leggiamo uno dei motivi per cui Nadia scrive: per capire chi siamo.

la strada d’Iseo qui raggiunge
gli olivi va avanti sul lago
le case popolari rimaste indietro
la biblioteca coi compiti di scuola
i quaderni la parola neve.

la strada d’Iseo è scavo di case
cresciute un tempo alla volta
è scuola di calcio e betoniere
il sole entra nei panni le auto portano
via la luce albero di nessuno (pag. 65). E, come sempre nel poemetto, dalla contemporaneità alla Cappella: scendevano i barbari del nord e nella cappella i committenti a vedere un paradiso di uve / l’uomo che tiene i tralci e matura il suo vino lui beve e beve e beve di nuovo (pagg. 65 e 66). Soffermiamoci a constatare quanto convincente sia la rappresentazione del nostro contemporaneo nella poesia di Nadia Agustoni: asciuttezza dei toni e ferma limpidezza dello sguardo, dominio perfetto del ritmo e chiarezza delle scelte lessicali. Peculiare è, poi, l’assenza in tutto il libro di iniziale maiuscola dopo il punto fermo e la riduzione al minimo (se non addirittura l’annullamento) della punteggiatura, accorgimento che costringe a rileggere più volte taluni passaggi per associare correttamente il verbo al suo complemento o il soggetto al suo verbo, cosicché il ritmo si rivela una continua ricerca della sua modulazione e, cosa nient’affatto secondaria, è immanente al significato e al concetto; la lunghezza del verso è determinata dalle necessità espressive, per cui possiamo trovare e il verso irregolare, ma comunque modellato sul settenario o sull’endecasillabo e il verso molto lungo, costretto spesso a distribuirsi tipograficamente su due righi; l’enjambement, davvero frequente, conferma la preferenza accordata da chi scrive al ritmo-pensiero, piuttosto che al ritmo puramente prosodico.
In conclusione leggiamo:

gli anni sono cose viste i tavoli diventano obitorio gli altri parlano da parte a parte i figli bruciano i figli sono menzogne marjan barbara laleh guardano

angeli grassi sul soffitto e babele parla di nuovo l’uomo è
lupo quando offre ci vuole luce a morire il male del colore (pagg. 66 e 67): l’opera d’arte non viene “fruita” (orribile termine!) e “consumata” (altrettanto orribile) in pochi momenti di superficiale godimento estetico, ma problematizzata e posta anche in conflitto con il presente; dal Dettato sulla geometria degli spazi:

Spiegazioni

Non ne va della vita, non sempre e comunque.
Sì, gli alfabeti sono alfabeti
ma maturo propositi contrastanti.
Pensate pure che il secolo è pervertito
ma spiegateci le epoche niente affatto romantiche
che i dilettanti amano rabberciare
per loro uso e consumo.
Spiegateci a chi dovrebbero dire grazie
le lesbiche e i gay, i neri, le donne, e i disgraziati
mai graziati? Diteci, per favore, a chi
l’occhio per occhio e il dente per dente
andrebbe reso e da chi dobbiamo attendere
una risposta?

I committenti (in questo caso i conti Suardi) che vedono un paradiso d’uve e gli angeli grassi sul soffitto rappresentano proprio quell’aspetto della bellezza artistica che fa maturare propositi contrastanti e faceva scagliare Nadia Agustoni contro i dilettanti che confezionano edulcorate rappresentazioni della storia, là dove la storia è stata ed è una catena ininterrotta di violenza e di intolleranza; ritornano alla mente le Domande di un lettore operaio di Bertolt Brecht.

Queste Lettere della fine s’immergono anche nella realtà delle varie forme di Alzheimer, in quel vasto e doloroso continente nel quale i ricordi e i pensieri cominciano a confondersi per poi perdersi in un’ebetudine senza fine e il dolore investe, letteralmente devastante, la persona malata e chi le è vicino; chi è legato da affetto al malato esperisce il precipitare di quest’ultimo nel caos della propria mente, nella distruzione della personalità stessa e la sofferenza è anche questo assistere al disfarsi della memoria e del pensiero, questo perdere la persona amata mentre ella è ancora in vita; propongo dalla sezione intitolata Ischemie:

era quel puledro del buio
i sordi con parole che afferrano
il mondo –

mite il chicco
e un’altra parte di terra coi crochi

nel vestito della domenica
si ricorda di piangere e non sa
chi è morto per primo

quale assenza ha fine (pag. 71).

(…)
il sole era il tuo giorno
ma il pensiero si rompe
per esilio ti svia
e indietro credi vivere

come ora (pag. 72)

(…)
le parole si fermano, vediamo
qualcosa dei volti, un particolare
che non potresti recidere
l’abbandono è questa speranza (pag. 74).

Non commenterei per evitare la vana retorica e perché questi versi, limpidi e perfetti, non hanno bisogno di nient’altro se non di essere letti ancora e ancora; mi limito a dire che Nadia tocca anche il tema del possibile venir meno della poesia, l’orrido fantasma dell’afasia che chiunque scriva teme ed esorcizza in qualche modo e che Pierluigi Cappello ha scritto versi altrettanto alti sul medesimo tema.

Nelle pagine di Liguria (precede l’affermazione pessoana Il mondo superiore in cui ci rifugiamo non è meno illusorio a pag. 73, richiamo di forte realismo che lega il poetare alla terra) il ricordo va alle vittime dell’alluvione del 2011, la geografia del poemetto abbraccia la Liguria, appunto, Genova e le terre tosco-emiliane limitrofe, però il canto in memoriam di persone annegate e di terre sconvolte può essere rivolto a qualunque comunità umana che abbia subito lo stesso destino; invito il lettore a fermarsi a meditare a lungo quando avrà letto i versi là si consuma / ogni patria:

– il rumore senza le voci era un’alba. l’acqua sembrava fumo e ombra. a strapiombo era tutto cielo e dopo nel cappotto a rovesci. gli uccelli capovolti e il bicchiere. un blu sottile. – (pag. 76);

il cinipide dei castagni –
il Bisagno sale una paura
di eterni un inverno
nuovo-

nel buio il buio è notte
uomini nelle scarpe nei lacci
stavano col cranio
e le piante –

gli annegati
come trifoglio –
là si consuma
ogni patria –

nel tempo povero
decidi le rose il tavolo (pag. 78).

La prevalenza dei tempi presente (storico) e imperfetto indicativo trasmettono con potenza la sensazione che questi avvenimenti siano ben presenti alla mente di Agustoni e così il suo bisogno di parlarne, visto che Nadia è autrice che non scrive mai per narcisismo o per intellettualismo, ma appartiene a quel gruppo di autori che vedono nel mestiere di scrivere anche un atto etico e politico.

– asciugavano il prato. ma tornava il buio di cantine. o era luce senza luce. la città non parlava. pensavano parole. – (pag. 79): la città ammutolita (potrebbe essere la Milano muta di dopo il bombardamento come la rappresenta Quasimodo, ad esempio) non parlava – e poi, con repentino cambio del soggetto, dalla terza singolare alla terza plurale, pensavano parole. Cosicché è forse preciso dovere del poeta scrivere quelle parole soltanto pensate, perché il dolore rimarrebbe rinchiuso in se stesso e, appunto, muto se non venisse verbalizzato; anche perché il dolore si somma al dolore, ci sono i fuggiaschi venuti dal mare / portando gabbie (pag. 80), i migranti che già fuggivano ad una loro tragedia personale e collettiva recando con sé, comunque, la propria prigionia (fu illusione raggiungere la libertà in terra italiana) e si ripete qui l’immagine della gabbia, ricorrente nella scrittura di Nadia, che si tratti delle gabbie in cui sono rinchiusi i conigli o delle gabbie più o meno metaforiche che tengono prigionieri gli esseri umani (da Il mondo nelle cose: in gabbie di conigli sanguinava / e gabbiani volavano / gli coprivano i sogni / conclusa con le pietre l’assenza / si ricredeva sui morti: / saranno nel vento di oggi / o attaccati agli spini / e il silenzio è quel viola delle labbra / il disuso).
Continua a scrivere la poeta: durò per un po’. diventò disarmato parlare (pag. 81), perché la terra violata e offesa dall’alluvione che, è noto, è conseguenza delle speculazioni edilizie, deve subire anche altro: i barbari arrivano coi suv (pag. 82).

salite di Genova
il mare nel mare
– il cuore bandierina –
la guerra dei giorni
alle caviglie.

(sarà più duro il vento
sbatteranno uccelli
tra selciato e vetri
scriverai le dita il gesso
pagina nera
come a lavagna
le cose salvate
che ricordi)

ritorna nel volto
quello che non passa
la città nei suoi nomi
di piazze e strade
e un muro sale
se chiami e non
c’è parola (pag. 85). Vorrei riflettere sul ribadire da parte di Nadia che “non c’è parola”, che è “disarmato parlare” e intendo dire che l’autrice non nasconde il problema cruciale della distanza forse anche ontologica tra dire il male e la morte e il male e la morte in sé, ovvero la loro rappresentabilità se non per approssimazioni parziali e irrisolte e quindi, de facto, la loro irrappresentabilità.

(…)
tra lì e il cielo il volto
di una gioia
mare e montagna
diventati perdono (pag. 87).

i giardini sono vivi col sole
l’albero dei limoni è la sedia
da cui guardare il mare l’albero
barbaro cresce

vive col muro e la strada
ogni volta il mare è il mare dei limoni
la sedia che sei stanco con mezzo infinito
metà d’ogni cosa divisa (pag. 89).

– ma nessuno immagina il vento. la vita è così grande che nessuno crede di vivere. – (pag. 92): tocca alla poesia ricordarlo e sulla grandezza della vita, così spesso offesa e sciupata, si esprime la parola della poesia, contemplante e civile nel suo contribuire a fare di un essere umano un civem.

Ora Nadia Agustoni, grande cuore e grande poeta, compie un atto di umiltà che non deve passare inosservato e che riscatta le molte indifferenze, i molti narcisismi dei poeti (non di Nadia, sia chiaro, ma di moltissimi poeti che non sanno scrivere parole come queste):

– noi siamo incolti e piccoli. perché ogni albero perché la luce. ricordiamo. perché la foglia. perché c’è il nome. perché nulla è veramente nulla. né veramente. perché nei fiori. perché nell’ombra. perché nel giorno i giorni. il mondo l’alba la sera. perché il male. perché il bene. perché un bambino. perché conta sulle dita. perché aspetta. perché dove. perché non è abbastanza se immagini o pensi. perché pensiamo la fine perché l’inizio. perché due. perché tre. perché quattro. e uno è un pesce. uno canneto. uno ricomincia. uno abbandona. perché – (pag. 93) La sapienza non si pone infatti come punto d’arrivo, ma, appartenendo come itinerario e metodo al bambino, si articola nei suoi moltissimi “perché” e la poesia stessa, ci suggerisce Nadia, è un ripercorrere ogni volta i sentieri dei “perché”, un ritornare bambini dalla mente vergine, incolti e piccoli. Questo non mette al riparo dal dolore e tuttavia scrive splendidamente:

(…) nel fazzoletto un po’ ci cura la parola (biglietto n. 5, pag. 94) – vedete quale maestria del dire ha raggiunto l’autrice bergamasca? Saltando con audacia i tradizionali nessi sintattico-argomentativi crea immagini-situazione di notevole forza e bellezza che s’impongono all’intuito del lettore e s’incidono in profondità nella sua mente lasciandovi un’eco e un profumo che non si spengono. Ribadisco infatti (e tengo a farlo) che Nadia Agustoni va conducendo una ricerca assai seria sul linguaggio e sullo stile e lo scrivo ancora una volta proprio qui perché stiamo per addentrarci nella sezione dedicata alla fabbrica e non voglio cadere nel luogo comune Agustoni = poeta della fabbrica, ma continuare a scrivere di Nadia Agustoni quale voce poetica altissima che affronta anche il tema della fabbrica, tema legato a filo doppio alla sua esistenza di operaia che quindi ne sa parlare con piena cognizione di causa. Resta innegabile che Nadia è l’autrice di una delle opere più convincenti sul tema della fabbrica che è, ovviamente, Il taccuino nero (Le Voci della Luna, Sasso Marconi, 2009).

 

i loro pensieri sono pelle
nello scolo dell’acqua lavano i suoni
di pareti e aspettano muti
come le lepri sulla statale.
le rose circondano il vento (pag. 96).

Lascia ammutoliti la comparazione degli operai con le lepri sulla statale che “aspettano” che cosa? Di riuscire ad attraversare o, fatalisticamente rassegnate, la morte?

ma scrivo della disincarnazione
del dolore tra fabbrica e fine
queste parole mosse da un alito
nel cursore indocile.
sfioriranno nei padiglioni
del cielo contemplando il Tao
delle ingiustizie e faremo
pernacchie ai preti
fermi al sesso degli angeli (pag. 99).

Un “ma” potente apre il testo che racconta della “dis-in-carnazione” del dolore “tra fabbrica e fine”, là da dove giungono, tra i molti luoghi da cui pure provengono, queste Lettere della fine. E “sfioriranno” le parole, ma “faremo pernacchie ai preti” e, mi piace interpretare, anche a quei preti di una certa sinistra e di un certo sindacalismo “fermi al sesso degli angeli”; risalendo fino a Volponi, a Fortini, a Roversi, a Pasolini (ovviamente), attraverso i Quaderni piacentini, ma soprattutto facendo esperienza diretta della fabbrica Nadia può tirar fuori anche il sarcasmo e l’ironia che, talvolta, fanno piazza pulita degli imbecilli molto meglio di lunghe e sterili tiritere.

il rumore nei reparti
è “LA STORIA”.
l’avambraccio dice
il silenzio o se
il gesto sulle spalle
sposti il cielo dai capelli
le dita dal cacciavite.
sepolti con un male
piccolissimo
imploriamo l’acqua
dei bagni le grondaie.
così le mani
di sdegno (pag. 101).

Qui c’è la fabbrica, ma anche il mondo del lavoro e, nel loro ventre, i lavoratori usurpati dei propri diritti e offesi; le mani / di sdegno sono quelle stesse che lavorano fino a sfinirsi e che possono appartenere a operai, a insegnanti, a badanti, a impiegati, a contadini… A chiunque sia costretto a “implorare l’acqua dei bagni le grondaie” … Ma proprio dentro questa dis-in-carnazione

la polvere tiene le cose possiede il ritorno. il nostro segreto è sui ponteggi e nei vetri sporchi. solo un inverno di terra separa breve pietà da martello e la calce mostra lo spazio nudo. l’umano è portare questa vita nei volti. quello che accarezzi (pag. 103). Terenzio: humani nihil a me alienum puto – Agustoni: l’umano è portare questa vita nei volti. quello che accarezzi e nel reiterarsi del tema del volto si reitera la necessità etica di guardarsi in faccia gli uni con gli altri scoprendosi umani, perché

fabbrica non c’è parole
(…)
sei un mercoledì delle ceneri
il mattatoio dei guanti – i libri
sono il soffitto e la gente che credi:
così pensiamo il corpo nel petto
nelle spalle i petali di una casa (pag. 104), perché fabbrica non c’è parole (ma nel paradosso della poesia: con quali parole si può dirlo meglio?) e la casa non è costruita di mattoni, ma di gente, di libri, la casa è un fiore e la parola è un pettine (pag. 105) che attraversa, raccoglie e ordina il mondo come se quest’ultimo fosse capelli, catturandone tra i denti anche le eventuali impurità; e poi (anche per dare ulteriore conferma, se ce ne fosse bisogno, del grado di purezza espressiva e di forza d’eloquio cui Nadia è giunta): l’acustica dei bagni / vuol dire un corpo (pag. 106), distico che conferma l’amore per l’umano e che, non appartenendo alla moda ultimamente diffusa nella poesia italiana di quella che chiamerei la “mistica del corpo”, porta l’attenzione sul sinolo di mente e corpo: non c’è la mente se non c’è anche il corpo. Soltanto la mente pensante può dire del corpo:

tra pareti e obbedienza
“noi siamo gli occhi della saldatrice”
la blusa accesa.
domani scendono coi tubi l’acqua nera.
viene fabbrica e porcile
ma lanciano i torsoli agli alberi
perché crescano nuovi.
una volta alzano
i tombini e lo sputo (pag. 108).

Sta tutta nel linguaggio la forza espressiva e rappresentativa della poesia, nel suo essere altro rispetto all’uso quotidiano, nella sua capacità espressiva moltiplicata e intensificata proprio grazie all’abolizione dei nessi sintattici tradizionali sostituiti dagli accostamenti e dalle catene di azioni-immagini.
C’è un autoritratto nella pagina successiva? Poco importa, ma leggiamo: corre un giro d’Italia sul piazzale / legge Dylan Dog le poesie di Sereni / e sente i portali un ospedale / (…) / ma il buio è un / bordo alle lampadine (pag. 109): l’accenno a Vittorio Sereni non può non riportare alla mente Una visita in fabbrica dagli Strumenti umani, la citazione di Leopardi che un giovane operaio fa nel poemetto sereniano ed è come se si rinsaldasse quel filo sottile eppur tenace che permette alla bellezza di attraversare anche i luoghi infernali (ricordate Dante ad Auschwitz nel libro di Primo Levi? Petrarca nel gulag in cui è rinchiuso Mandel’štàm? La riproduzione del Prigioniero di Georges de la Tour nei Foglietti d’Hypnos di René Char?) Infatti gli operai nuovi / giocano coi tablet / (…) / a tenere la finestra / aperta si ricordano / il cortile (pag. 110), dal momento che la bellezza non deriva solo dall’arte, ma s’impone nella sua immediatezza. E tuttavia bisogna fare i conti con la privazione di libertà cui i lavoratori soggiacciono: la struttura è fedeltà / vigilata da telecamere / (…) / la fabbrica matura / al neon un nastro / di cemento così verosimile / che non vedi l’uomo (pag. 112). La poeta bergamasca ha saputo trovare la propria via per dire quella che un tempo veniva marxianamente chiamata “alienazione”, cioè ella semplicemente dice e, dicendo, mostra e, mostrando, lascia profilare la mostruosità del lavoro contemporaneo. La fabbrica può essere anche una scuola ridotta ad anti-luogo dell’apprendere e del discutere, un ufficio, un cantiere. La fabbrica quale processo di asservimento e annichilimento dell’essere umano.

si scappa nei sabati a vivere la nebbia a stare via coi libri questo per spiegarlo lo spieghi il giorno di una sedia fuori dal bar o se cammini con l’aria delle tangenziali là sopra e ascolti spari sui campi una luce che venisse via dagli aberi per somigliarti darti un po’ di tempo una domenica con troppo bianco troppo fischiare e i trifogli.

devi passare dalla schiena portare il respiro (pag. 113). Una poesia sulla fine della settimana, un tema riscontrabile già in Sereni e Pusterla, ma così originale e permeata dallo stile di Agustoni, con quel porre l’accento sui libri (i libri sanno essere tetto, parete, respiro, libertà) e con quella presenza degli alberi, cui sempre si associa la luce e poi sopravviene quel “passare dalla schiena”, quasi che la nostra epoca abbisognasse di gesti innaturali o di contorsioni difficili per raggiungere la libertà, per riuscire a respirare: ma pensiamo alle folle immani che, il sabato e la domenica, si pigiano negli ipermercati, altre fabbriche dell’anti-umano…

la parabola di andare con qualcuno
oltre quel che chiede – vuol dire
che Iddio ci gioca mosche facendoci
piccoli ancora – vederci crescere (pag. 118): l’umano, appunto, andare oltre / quel che chiede e crescere, essere sempre il piccolo Alessandro che minuto dopo minuto impara e ama la vita, percorrere tappe di miglioramento di se stessi, attuare un itinerario di ricerca interiore mai scissa dall’attenzione al mondo. (…) / e la stella che guardi ti guarda / l’assenza – da lassù siamo noi / il centro vivissimo dei mondi (pag. 119).

è l’alba che vai a Leopoli coi libri aperti
in una città di qualcuno – nel suo cuore.
i libri sono intorno e il boato sul mondo
ma gli occhi già belli più sereni – Alessandro
balbetta fa gnam gnam gattona dice da
e l’albero è dove guarda sperare
cuccioli – l’inverno nelle manine. cosa sa (pag. 122); quando leggerò nelle antologie scolastiche liriche di Nadia Agustoni e di tanti altri autori e autrici che in questi anni stanno scrivendo poesia davvero alta? Non che siano antologie scolastiche o meno a consacrare un poeta, ma è ora che la poesia ridiventi per tutti un moto vitale e gioioso e che un testo come questo (e Lettere della fine ne contiene una gran messe) sia conosciuto e diffuso per la sua bellezza: la lirica si apre con l’umiltà che solo l’amore per la poesia insegna e cioè con il rimando all’opera di un altro poeta, in questo caso Adam Zagajewski e tramite l’immagine straordinaria dei “libri aperti” nella “città di un altro” che coincide con il cuore di quella persona (sappiamo bene che spesso in poesia la geografia ha a che fare con un paesaggio interiore); ritornano a imporsi i libri, elemento ricorrente ed essenziale nella poesia di Nadia, ma anche il “boato del mondo” ed ecco Alessandro che impara se stesso e il mondo, ecco di nuovo l’albero, uno dei perni concettuali del libro, lo “sperare” e i “cuccioli” e quella sospensione tra domanda e affermazione (cosa sa) conferma la natura dialogico-interrogativa della poesia di Nadia Agustoni. E il suo raffinato sostrato culturale affiora, oltre che dalle citazioni che scandiscono l’opera, anche da versi come i seguenti:

(…) / la parola non viene per noi / l’amico manda messaggi / all’imperatrice: / cantico o congedo. / alla fine il vero (pag. 123), là dove l’accenno è al messaggio imperiale di Franz Kafka e l’imperatore è scherzosamente diventato l’imperatrice, oltre al fatto che sono stati invertiti i ruoli: non l’imperatore/imperatrice invia il messaggio, ma lo riceve.

biglietto n. 6

il gioco del calcio coi gridi dei passanti.
ai giardini pensi al gol di mano argentino
vendicati i marinai di vent’anni silurati
dalla flotta britannica – le alghe

raccontano questa storia di ragazzi
sotto le onde spiegano i berretti
una loro festa di scherzi senza alcun
rancore per quelli tornati a vivere (pag. 127). Nel mondo antico si chiamava pietas il sentimento religioso che comprendeva anche il rispetto e il culto dei morti; Nadia Agustoni, che mi sembra possedere un profondo sentimento religioso, ma laico e liberatosi dalla sudditanza ad una qualche chiesa ufficiale, esercita proprio una tale pietas, ricordando i giovani marinai argentini periti nella guerra per le isole Malvine/Falkland (il gol di mano è quello di Maradona a danno dell’Inghilterra), morti di cui nessuno in Europa si ricorda più, vite anch’esse, assieme a milioni di altre, perdutesi nel mare – morte giovane è stata anche quella di Pier Vittorio Tondelli, non dimentichiamolo, né dimentichiamo che questi biglietti sono inseriti in un libro d’assenso alla vita ed enucleatosi nel nome di Grace Paley

 

grace_paley

Grace Paley, voce libertaria e progressista nelle viscere di una storia antiumana e violenta.

 

cosa che, da parte di Nadia Agustoni, è una precisa e decisa dichiarazione ideale e politica; uscire fuori dallo hortus conclusus della poesia, parlare con la gente agli incroci di New York e di Firenze e di Bergamo e di qualunque luogo dove l’essere umano abbia bisogno di riscatto, essere poeta che abbia una meta gentile (ricordo che l’etimologia latina di “gentile” riporta al concetto di nobiltà d’animo) e una mente / qualche volta come i fiori, là dove il sintagma “qualche volta” è determinante, rammentandoci che si può scrivere poesia sui fiori se non si dimentica la propria appartenenza all’umanità offesa, che è l’insegnamento di Grace Paley la cui coerenza pacifista, libertaria ed egualitaria non ebbe un attimo di cedimento, a scorno delle numerosissime anime di delicata violetta che affollano la scena letteraria mondiale:

biglietto n. 7

staccati dalla morte non siamo nessun altro
oh! Grace sull’undicesima strada
tra il cortile di una scuola e i giardini
cullavi l’accento di New York
e agli incroci parlavi di pace amore
uguaglianza… uomini e donne
sono figli e amanti e il poeta
ha una meta gentile una mente
qualche volta come i fiori (pag. 128); e poi: la mangi e la campi / la vita – stai con i nomi / ancora belli (pag. 130). Inoltre, se a pagina 43 c’era il materializzarsi dentro il testo di una polaroid da Luino (la città di Sereni), adesso ecco (…) / una fotografia del ’45 / veduta di Casarsa / o qualcosa che basta ricordarsi / come le cose belle (pag. 132): il 1945, la guerra e la fine della guerra, Pasolini a Casarsa, ancora Pasolini e l’immane verità del fatto che “basta ricordarsi”, perché le persone e le cose belle si fanno ricordare con immediatezza e semplicità. La conferma viene poco dopo: (…) / si sta tra le mani senza dire / la vita ci raccoglie la bocca (pag. 133), dal momento che Nadia Agustoni sa bene che la poesia si trova in questo suo singolare stato d’equilibrio: da un lato vorrebbe esaurire dentro di sé tutto l’esistere e dall’altro sa che la vita in qualche modo la supera e poesia è sia dire (scrivere, cantare) sia lasciare accadere la vita e le mani, le mani (cose essenziali per Nadia) sono quelle di Lotto pittore e dei tralci di vite del suo Cristo, quelle dell’operaio, quelle che scrivono e sono una casa in cui stare in silenzio, perché è la vita a dirci.

(…) andarsene / non è lasciare la casa, ma cancellare la soglia, dire: / questa porta la casa la calce sono il tempo dei semi chiari

(le cose ricordate, ma il dentro delle case non lo capisci, aspetterai l’inverno, dopo febbraio sgelando, appesa ad ogni spigolo come le piume, aspetterai le foglie: alloro luminoso al centro del tavolo) (pag. 134). Poesie della soglia, dell’attraversamento, dell’andarsene e dell’essere nomadi, dell’abitare case, case-tende, case-lingua-dialetto e del cercare il giardino: mi affiorano alla mente i nomi di Fiammetta Giugni e di Annamaria Ferramosca e di Anna Maria Farabbi e poi anche di Ida Vallerugo, di Maria Luisa Vezzali, di Adrienne Rich, di Louise Gluck, una corona di donne, intellettuali e poete che hanno vera sapienza del dire e dell’esistere nel mondo violento, maschilista ed escludente in cui ci troviamo ad essere.
Dice di se stessa l’autrice:

sono come parlo perché ogni storia è il bene // parlare dritto mettere a schiena / i corpi della semina / (…) / c’erano le barche una forca di strade e Genova / ma il volto su tutto e la ghiaia di notte / col cortile dentro i pensieri, nelle braccia il dolore a metà / dell’uomo, un boccone solo: // i giardini che non avremo / parlano le storie che non avremo / (…)

(per le foglie noi siamo
cadere le foglie cadono
perché le nostre parole
trovano il pensiero
delle foglie) (pagg. 136, 137)

Già all’inizio di quest’intervento mi riferivo a Nadia Agustoni quale poeta e intellettuale finissima, rifiutando il cliché dell’operaia prestata alla poesia o viceversa; da pagina 143 ricopio i versi seguenti: nella giacca la nostra forma / usata – o il modo in cui / pensiamo il mondo e lo faccio perché mi sembra di trovare traccia ben chiara dell’atteggiamento che ci rende umani e, in quanto tali, intellettuali, cioè persone che esercitano il proprio intelletto e il proprio sapere per capire se stessi e la realtà: il modo in cui pensiamo il mondo e, aggiungerei, la consapevolezza di pensare e la coscienza di come dover pensare; Nadia suggerirebbe di pensare con apertura, franchezza, libertà, rifiutando i pregiudizi e i luoghi comuni.

Se la premessa è che Qua il tempo cade ancora dalle torri (pag. 144) stando a Giorgio Caproni, continua a dichiarare Nadia: scrivo / in corsivo le ortiche / il meno dono (pag. 145): tagliare i nessi grammaticali per dire con immediata densità, si tratta ancora di questo e si tratta delle ortiche, altro elemento ricorrente in tutta l’opera di Nadia Agustoni, forse le stesse ortiche su cui la poesia di Paul Celan ha camminato “sulle mani” e, accanto ad esse, il blu della tuta d’operaio, del cielo, di tutto ciò che significa sofferenza, distanza, attesa, speranza, struggimento, desiderio: il blu di un blu più lento / aspettando le città di un giorno / e un domani (pag. 146).
Sopravviene una sorta d’interludio, armonioso e sorridente:

escono dalle nuvole gli uccelli
e le stelle rotonde – i bambini
invece sono cometa

stanno in un canto, stanno
lassù il loro mondo – i colori (pag. 147)

 

billy-budd-britten

Il “Billy Budd” di Benjamin Britten.

 

Il franto canto di Billy Budd, dolce e stupefatto, si fa udire nelle pagine finali del libro ed è l’eroe melvilliano che, dopo la sua morte, si aggira tra i vivi, sorpreso e malinconico, confermando l’idea di Giuliano Mesa circa la “penultima” fine; Nadia scrive infatti nella nota che conclude tutto il libro: “La fine ovviamente non c’è mai, per dirla con Giuliano Mesa è semmai sempre la penultima fine” e aveva detto nel Mondo nelle cose: crusoe // conosceva la fine come nei muri anneriti / e nel bianco, un Crusoe che contempla la fine, dunque, ma che non la vive ancora in toto – se stesse vivendo la fine non potrebbe parlarne, lascia intuire la poeta, la fine di cui si può realmente parlare è sempre la penultima, cioè l’avvicinamento ad essa, il presentimento di essa e avremmo così una possibile interpretazione del titolo stesso del libro Lettere della fine, non a caso scandito in sezioni che si chiamano la fine II, la fine III, lettere della fine II, lettere della fine III.
Un cambiamento nel registro ritmico rende bene l’incedere stupefatto di Billy Budd e la sua innocenza inaccettabilmente compensata con la condanna a morte: nell’occhiosolo il mare e / nell’altro un gabbiano entra luminoso / (…) / oh buio, cosa vidi quando / mi alzarono o calarono / non lo vedo, né / cosa presi di me (pagg. 151, 152); sono // balbuzie e uguale / sto nel nulla (pag. 153); nella morte qualcosa / mi porta da voi / per voi (pag. 154). I versi brevi, la melodia spezzata e i fortissimi salti-enjambement tra strofa e strofa conferiscono grande originalità al ductus poetico; per esempio:

sentii tradimenti
ma vivo il polmone
e vivo un rosso
brillare come lama
colpire – sta

nel giorno il giorno
si alza nei muscoli
nella morte qualcosa
mi porta da voi
per voi – dovrà

uno attardarsi
il silenzio scuoterlo
dentro, tenerlo
desto di più
che paura – sempre (pagg. 153, 154) e quest’architettura ritmico-prosodica investe tutta la composizione; c’è una bellezza ritmico-linguistica nella poesia di Nadia che non è fine a se stessa, ma che risulta essere cura della forma, ricerca sul ritmo e sul lessico, lavoro infaticabile sul linguaggio.
Le due ultime pagine del libro sono introdotte con una citazione da Virginia Woolf: C’era anche il desiderio di un amore aperto (pag. 156) e aprire, aperto, apertura si confermano filo rosso delle Lettere della fine assieme all’amore per la vita, per la gente, per la scrittura, per i luoghi, per l’arte:

chiamo i nomi perduti la luce che non è nell’ora (pag. 157) è altro verso lungo isolato nell’enormità della pagina bianca, quasi a suggerire una sua natura di frammento d’ascendenza presocratica o un suo appartenere alla serie delle illuminations rimbaudiane, alle accensioni foudroyantes di Char, alle rivelazioni sapienziali dei molti autori compulsati da Zagajewski… e anche nelle pagine di Nadia la poesia è atto del nominare, in questo caso specifico nominare i nomi perduti, come si invoca la luce quando essa non c’è; la conseguenza è che la poesia, pure in piena era informatica e largamente postindustriale, continua ad essere anche una sapienziale nekyia, un incontro con i morti.

(…)
ma andiamo
con una solitudine
che sente la morte
cresce a mandarini
a muraglie (pag. 158)

A sigillo di questo mio intervento sono felice di poter dire che in questo caso devo agli angelici (“angelo” significa messaggero) uffici del carissimo Giampaolo De Pietro il dono di questo libro-capolavoro e del quale ho sentito immediato il bisogno irrefrenabile di scrivere senza riuscire a staccarmi né dalla lettura né dal lungo ricopiare e annotare. Giampaolo è amico assai generoso che ama mettere in contatto tra di loro le persone: non saprò mai essergliene grato abbastanza.
E ringrazio Nadia perché continua a donarci libri così necessari e alti, luce, speranza, fiducia negli esseri umani; la ringrazio anche per una sua lontana lirica che da qui, da Via Lepsius, non posso non porre a chiusura del mio intervento:

leggo kavafis

leggo kavafis e pare spino l’anelito
la pazienza avanza parole, si macera
il ritardo dell’ora sugli scuri nella vita
e i pensieri assommano il fare domestico, un solco
di paure i si e no e in due si canta la scommessa del due:
il giovane più bello e l’occhio che fruga leggero un fazzoletto
la vena azzurra nel polso, il polsino bianco, che immagino…
gioca una finta l’uno e l’altro finge anche lui ma perdona
la frase scesa al sereno dei gesti, il pomeriggio che i cortili
hanno oracoli e si tradisce su e giù la palpebra
si fa poco la voce e il desiderio è un estraneo
può divinare il silenzio, una lingua assurda, un nome
che non importa ma importava “ passano le cose,
chi ha creduto in una città leggeva le tombe, tutta a mente
alessandria si biforca, lo stesso dei vicoli l’andare,
la memoria in alfabeto di greci”.

 

 

I PONTI DI PARIGI

Sto guardando Parigi, la città sul fiume, dall’ampio terrazzo dell’Institut du Monde Arabe. La facciata dell’edificio, bianco ricamo che ricorda le finestre di merletto di Sana’a e i manoscritti arabi medievali, s’innalza alle mie spalle in dialogo con la nave di pietra dorata ch’è Notre Dame – da questo luogo di Parigi si è infatti alle spalle dell’Église e si vede bene la Senna dividersi per abbracciare l’Île Saint Louis e l’ Île de la Cité.

Rifletto sul concetto e sull’immagine del ponte, mi dico che Parigi è la città dei ponti e mi soffermo a considerare se anche l’Institut du Monde Arabe non sia, per esempio, un ponte. Trovo il nome stesso bellissimo: Istituto del Mondo Arabo (confesso che mi piace molto di più ridirmelo in francese: Institut du Monde Arabe, perché ho l’impressione che la sillaba nasalizzata “on” dilati il suono, la cadenza finale “aràb” ne suggelli solennità e vastità) e m’affascina quel “monde arabe” che suggerisce un intero cosmo, variegato, vastissimo, ancora in gran parte sconosciuto a noi Europei, un sistema stellare dentro cui navigare e pianeti sui quali discendere in esplorazione. E nel cuore di Parigi l’Institut dialoga con l’ Église – la cultura araboislamica con l’Occidente.

Malgrado questa premessa mi torna alla mente una poesia di Cristina Alziati in cui viene ricordata la ratonnade (la mattanza dei topi) da parte della polizia contro i manifestanti algerini: “Ne riconosco i volti, furono assassinati / buttati morti o vivi nella Senna, / li chiamavano ratti, è ottobre, sono d’argento” (Adesso, vv. 16-18 in Come non piangenti, Marcos y Marcos, Milano, 2011) – eccoli i ponti di Parigi: costruiti per unire, offesi dagli stivali chiodati dei nazisti, di nuovo liberi, poi macchiati col sangue sparso da una nazione che pure nella mia mente ancora significa libertà e civiltà. Ma nuove ratonnades vengono perpetrate nell’indifferenza generale o nell’indignazione di facciata nelle acque meridionali del Mediterraneo.

Mi sarebbe piaciuto vagare per Parigi in compagnia di Leonardo Sciascia e farmi mostrare da lui i luoghi di Voltaire e di Diderot; ci saremmo seduti ad un caffé ed egli, fumando l’ennesima Benson, avrebbe citato a memoria passi di Montaigne: devo allo scrittore siciliano quest’idealizzazione della Francia illuminista e rivoluzionaria che resiste in me malgrado la consapevolezza che anche quella Nazione ha vissuto ore buie e vergognose, si tratti del regime collaborazionista di Vichy o della guerra d’Algeria; ed amo una foto di Ferdinando Scianna che ritrae Sciascia alle Tuileries davanti alla statua di Voltaire.

Adesso sto guardando il Petit Pont che dal sagrato di Notre Dame conduce al Quartiere Latino: immagino Roland Barthes avviarsi verso il Collège de France ricapitolando nella mente i passaggi della lezione prossima ventura (l’haiku, per esempio, le sue fantasmagoriche proprietà – e Roland Barthes lentamente scavalca i ponti di Parigi, i ponti tra semiotica e letteratura, tra filologia e strutturalismo, a piedi, sempre a piedi come già il maestro Basho che, lentamente, attraversa i medesimi ponti che Hokusai avrebbe poi dipinto).

Walter Benjamin avrà preferito, mi piace immaginare, il Pont Neuf per raggiungere la Bibliothèque Nationale, col vantaggio di dover costeggiare il Louvre e considerarne gli schermati finestroni dietro i quali il pensiero flâneur vaga, divaga, girovaga. “Bonjour, monsieur Baudelaire, comment ça va?” e anche il libro è un ponte: tra me che lo leggo e te che l’hai scritto – talvolta il libro sa annullare la distanza temporale. Anche i passages sono ponti tra boulevard e boulevard, tra chi guarda e la merce nelle vetrine, tra il tempo del passeggiare e il tempo della città, tra il tempo dell’ozio e quello del lavoro.

Il Pont Saint Michel per Italo Calvino quando s’avviava verso Saint Sulpice e il Luxembourg (lo accompagnava talvolta Georges Perec): la luce e il silenzio di Saint Sulpice hanno la leggerezza del divagante pensiero, lo gnomone che attraversa il pavimento segno tangibile dell’architettura dei moti planetari e stellari, le canne dell’organo anch’esse geometria della bellezza. E ai Giardini del Lussemburgo la vasca dentro la quale i bambini spingono e guidano con il telecomando velieri in miniatura: da riva a riva. Calvino è l’inventore di un suo peculiare Marco Polo: anche Venezia è ovviamente città di ponti: quello dell’Accademia, risonante legno, elastico, dello stesso legno dei pali catramati su cui poggia l’intera città è il mio preferito. Lo percorro lentamente (sempre vanno attraversati lentamente i ponti), entro in Accademia, si dirige la mente verso una delle prime sale, si ferma davanti ad una piccola tavola, s’inoltra dentro La tempesta di Giorgione, segue la riva del fiume, scavalca il semplice ponte di legno che immette nella città in lontananza: potrebbe appartenere di diritto al novero delle Città Invisibili oppure ideali: l’Alessandria dove l’Ellenismo intesseva una cultura universale: Jena dove la poesia e il pensiero sembrarono sul punto di trasformare il mondo: Timbuctù, la città sulla via carovaniera, la città che ha stanze ricolme di manoscritti e custodi che lottano con la sabbia e la dimenticanza o contro i predoni e i contrabbandieri affinché quei manoscritti (bellissimi) vengano preservati.

E ancora altri ponti non parigini: Ponte Sant’Angelo – Ponte degli Angeli (gli ἅγγελοι , gli inviati, i messi) gli scolpiti in anni che ci stanno alle spalle e tutti i Romani e non Romani che sono passati da lì (Anna Magnani frettolosa in un giorno di pioggia? e i miei genitori in luna di miele? e Amelia Rosselli appena giunta da Londra? e tutti i gabbiani che risalgono il Tevere, si sparpagliano sul biondo fiume, lanciano gridi tra le ali degli Arcangeli). Sul Ponte il Bernini osserva i madonnari comporre immagini della Vergine con sabbie finissime e colorate: accade ora e accade perché lo scrivo e perché ho bisogno di scriverlo impadronendomi del pensiero berniniano mentre studia l’estasi di Santa Teresa e di Ludovica Albertoni, mentre mangia – non respira: mangia – la luce singolare di Roma, l’ocra dei palazzi, l’andanza sospesa sul fiume: da una riva: all’altra – è quella sospensione l’estasi, camminare senza camminare, come soltanto il pensiero sa fare – pensare è l’estasi, poi farne dialogo, poi le due rive congiungere. Ponte tra le due rive. Per questo bombardano e distruggono il ponte bellissimo di Mostar: offendono il simbolo visibile del dialogo e dello scambio.

Ma il ponte sul Bosforo, eroico di slancio, unisce Europa ed Asia nel difficile convivere delle genti islamiche e di quelle europee, la cupola di Santa Sofia sembra un astro che sorge dal cuore vivissimo della città, plenilunio in pieno giorno, promessa di riconciliazione. A Leonardo venne commissionato il progetto di un ponte sul Corno d’Oro ch’egli concepì ardito ed altissimo perché scavalcasse con un’unica campata quel braccio di mare; troppo ardito per l’epoca, forse.

Santiago Calatrava, altro costruttore di ponti (e di stazioni ferroviarie), non a caso è uno Spagnolo che avrà quarti di sangue arabo e quarti di sangue ebraico nelle vene. Lo immagino seduto davanti al computer a manovrare il programma CAD per i suoi progetti, ma è la mente il ponte più vero e il ponte è unico slancio, come quello sul Guadalquivir a Siviglia o come quello di Venezia – forse il ponte è utopia, scavalcare la separazione, erigere le campate del varcare, dell’andare-al-di-là. L’immagine e la simbolicità del ponte è così determinante che sulle sue spallette vengono esposte le teste degli uccisi secondo la suggestione che ricavo da Franco Fortini nel Canto degli ultimi partigiani in Foglio di via (Einaudi, Torino, 1946): “Sulla spalletta del ponte / le teste degli impiccati / nell’acqua della fonte / la bava degli impiccati”.

Praga, Ponte di Carlo: porto con me Una notte con Amleto di Vladimir Holan e mi sforzo di non fare caso alla rumorosa folla di turisti che guardano ma non vedono, automi che camminano ma non avvertono il ponte sotto di sé. Per quanti anni non riuscì il poeta alla luce di Praga, rinchiuso nel volontario esilio della sua casa sull’isola di Kampa – solo le sue parole uscirono dalla casa che aveva le finestre sigillate, si fecero ponte con i lettori che in ogni luogo del mondo le attendevano e le leggevano.

E di nuovo indietro, verso Parigi dove Paul Celan cercò la morte per acqua gettandosi nella Senna dal Pont Mirabeau, lo stesso cantato da Apollinaire. Vivere con la propria lingua-madre (che è anche la lingua degli assassini dei propri genitori) dentro un’altra lingua, scegliere Parigi e la Francia quale terra e quale lingua accoglienti ed ospitanti (ogni volta che leggo una lirica in traduzione o mi provo a tradurre da una lingua straniera penso alla bella espressione spesso usata da Antonio Prete: “tradurre significa offrire ospitalità nella propria lingua”). Edmond Jabès, commosso amico di Celan, in esilio lui stesso dal Cairo a Parigi, scrive nel Libro dell’ospitalità (Raffaello Cortina Editore, 1991) che “l’ospitalità è crocevia di cammini” e in una nota a Celan (pubblicata in Poesie per i giorni di pioggia e di sole, Manni editore, Lecce, 2002) ricorda il poeta che gli legge le proprie liriche in una lingua (il tedesco) che Jabès non conosce, ma percepisce profondamente il portato poetico ed umano di quei testi, li legge in traduzione mentre la voce di Celan li declama ed ancora dopo la morte di Celan lo soccorrono il ricordo chiarissimo della voce dell’amico e con essa la traduzione, permettendogli continuità d’incessante memoria.

La traduzione come ponte, dunque: Vittorio Sereni traduce René Char: “Due rive ci vogliono per la verità: per la nostra andata, per il nostro ritorno. Strade che bevano le loro nebbie. Che serbino intatte le nostre risate felici. Che, interrotte, ancora salvaguardino i nostri minori a nuoto in acque gelide” (Pontieri in Due rive ci vogliono, Donzelli, Roma, 2010); “la poesia è tra tutte le acque chiare quella che meno s’attarda al riflesso dei suoi ponti. // Poesia, la vita futura dentro l’uomo riqualificato” (da En trente-trois morceaux, Gallimard, Parigi, 1983) ed in effetti i ponti sono per dir così il riflesso dell’acqua, vengono riflessi in essa, ma ne sono a loro volta riflesso perché segnalano e scavalcano il corso d’acqua, nel caso di Char segnano un punto nel corso della parola poetica che deve essere poi immediatamente superato, in un continuo cercare e saggiare ed esplorare. È il partito preso delle cose, il distaccarsi dell’io da se stesso, il vedersi e il sapersi cosa tra le cose.

Sto guardando Parigi, la città sul fiume, dall’ampio terrazzo dell’Institut du Monde Arabe. La Senna s’accende nel sole meridiano, scivola sotto i suoi ponti.

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L’Institut du Monde arabe a Parigi