Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Tag: Walter Benjamin

Il “manufatto poetico” di Lorenzo Mari

 

 

 

Tarsia/Coro di Lorenzo Mari (Zacinto Edizioni, Milano 2021) è un “manufatto poetico” (tale il bellissimo titolo della collana) in forma di dittico, di due “tarsie”, appunto, posate l’una accanto all’altra che sono due sequenze di scrittura dalla concezione e dalla struttura corale: Malco [mix] da un lato e Vertigo / Lai dall’altro.
Entrambe le parti del libro nascono dall’incontro con la musica e con l’arte performativa, per cui andiamo a leggere parole che vanno immaginate anche recitate ad alta voce e intimamente connesse con la musica: Malco con la sonorizzazione di Molpho e Vertigo / Lai quale «ecfrasi di secondo livello», come scrive lo stesso Mari in nota, perché scaturita dall’ascolto del disco Fili di Marco Colonna a sua volta ispirato all’opera di Maria Lai.
Sottesa alla plaquette è una complessa e raffinatissima riflessione sulla scrittura, sulla sua natura, sulle sue premesse e attuazioni, sulle sue ricadute, sulle sue possibilità e i suoi fallimenti, sul suo stesso portato di autoritarismo, ma anche sull’energia a essa intrinseca che quell’autoritarismo combatte; la prima parte è sorretta e attraversata dal Leitmotiv del taglio e della separazione (si pensi soltanto all’orecchio destro di Malco, il servo di Caifa, reciso da Pietro al momento dell’arresto di Cristo), la seconda da quello del legare e dell’unire (l’opera di Maria Lai). Leggi il seguito di questo post »

Su Genova scalena, Caterina Fieschi Adorno e altro ancora (attraversando “L’opera in rosso” di Massimo Morasso)

 

Ripropongo da Via Lepsius un mio saggio relativo al libro di Massimo Morasso L’opera in rosso che avevo già pubblicato tempo addietro su Carteggi Letterari; la stesura proposta qui è in alcuni punti differente dalla precedente e aggiornata anche in riferimento ai libri più recenti dell’autore genovese (A. D.)

 

 

L’opera in rosso, libro edito da Passigli nel 2016, possiede quella serietà di concezione e di costruzione artistica, intellettuale, etica di cui abbiamo bisogno se vogliamo che la scrittura continui a rivendicare il diritto di farsi ascoltare e il proprio ruolo di presenza in mezzo agli uomini – non avrebbe senso, altrimenti, prendere in mano un nuovo libro di versi, leggerlo, attraversarlo se tale libro non fosse in grado di segnarci la mente, ferirla se necessario, comunque destarla. E L’opera in rosso nasce nello e dallo stesso alveo di un altro libro pure necessario di Massimo Morasso, intendo dire Il mondo senza Benjamin (Moretti & Vitali Editori, Bergamo 2014): la Nota dell’Autore che chiude il volume Passigli inizia con la lapidaria affermazione «questo libro è stato scritto nel 2014» (p. 103), il libro Moretti & Vitali giunge in libreria, lo ripeto, sempre nel 2014, intercorrono due anni tra la stesura dell’Opera in rosso e la sua pubblicazione, in ogni caso s’intuisce la continuità nella ricerca di Massimo Morasso, dimostrata, oltre che in termini temporali, in quelli tematici e bibliografici e questo è uno dei motivi per cui costruirò quest’attraversamento in parte anche in forma di spola tra i due libri (esistono una complessità e una ricchezza notevoli e rare nel lavoro morassiano, per cui nessuno dei libri dell’autore genovese resta isolato rispetto agli altri). Leggi il seguito di questo post »

Breve saggio sulla Bibliothèque Nationale (Site Richelieu)

 

 

Gisèle Freund punta con una precisione che pertiene al rigore etico di chi vuole fare bene un lavoro la sua Leica – ma l’atto possiede anche una coscienza politica e vi è celata la silenziosa malinconia dell’esilio – fotografa Walter Benjamin che studia libri e cataloghi in una delle sale di lettura della Bibliothèque Nationale de France a Parigi.

Gli spazi del Site Richelieu accolgono la mente della fotografa e del filosofo – parlano in tedesco, parlano della Germania e dell’Europa, si sono scelti due mestieri che recano dentro di sé l’inimicizia radicale nei confronti dell’intolleranza e del fascismo.

La sala di lettura della BNF è, allora, luogo di transiti e d’incontri, uno dei cuori pulsanti di Parigi, immagine concreta d’uno spazio dove la libertà è materiata di libri (che qui vengono raccolti e custoditi, dati in lettura o in prestito).

Il mio pellegrinaggio di epigono conosce anche questa tappa parigina: insieme con la Braidense, con la Staatsbibliothek berlinese, con la Marciana, con quella dei Girolamini, con l’Oxoniense, luoghi dove un’attività apparentemente del tutto privata e solitaria (leggere, prendere appunti, sfogliare) scopre sé stessa essere atto anche comunitario: si lascia la propria casa, si attraversa la città, si entra nell’edificio-corpo della biblioteca, si chiedono i libri, si aspetta impazienti la consegna, ci si siede a un tavolo – ci si muove piano, in silenzio, il silenzio è consegna inviolabile, attivo silenzio dentro il quale è percepibile la concentrazione delle menti, addirittura l’operoso brusio come d’api ed ecco che il tempo sembra sospendersi, la mattinata o il pomeriggio perdono ogni loro banausica scansione, divengono spazio luminoso della lettura.

I lettori, silenziosi e concentrati, sembrano emettere questo brusio (ma privo d’ogni rumore) di api che percorrono le vigne del testo, ruminanti menti che si nutrono dei testi. Silenzio della lettura mentale, mentale andirivieni del doppio sguardo dell’occhio fisico e dell’occhio del pensiero.

E sia resa lode allo sfogliare il libro, fruscìo lieve della felicità, odorato e tatto totalmente coinvolti assieme alla vista; una lente d’ingrandimento potrebbe essere compagna non disprezzabile per esplorare e scoprire.

Alfred Döblin aveva ritmi di lettura impressionanti: leggeva in tempi molto brevi decine di volumi che schedava e dai quali traeva centinaia di appunti – accumulava enormi quantità di materiale preparatorio per ogni nuovo romanzo: nacquero così il Wallenstein, la Babylonische Wanderung, Berlin Alexanderplatz, naturalmente, opere vastissime – da medico si dedicava ai suoi pazienti, poi (ritemprato da pochissime ore di sonno) andava in biblioteca a studiare e a scrivere: prima la Staatsbibliothek di Berlino, poi, dopo l’emigrazione forzata dalla Germania hitleriana, la BNF a Parigi.
Oggi la Staatsbibliothek zu Berlin si articola in vari edifici in diversi luoghi della città (Döblin frequentava la sede storica dello Haus unter den Linden e mi piace immaginarlo studiare nella luminosa Kuppellesesaal, la sala di lettura principale sotto una cupola di vetro – l’edificio fu ovviamente gravemente danneggiato dai bombardamenti e il nuovo stabile principale, progettato dall’architetto Hans Scharoun in Potsdamer Straße in forma di “nave dei libri”, ospita una vasta sala di lettura dalle grandi vetrate, come direi ormai da tradizione nella nuova Berlino ricca di costruzioni vetrate che vogliono simboleggiare la volontà di una nazione già tragicamente segnata dal fascismo di proseguire la nuova strada democratica illuminata dalla cultura e dal dialogo); e poi immagino lo scrittore lavorare nella Salle Labrouste, uscire in Rue Vivienne per tornare a casa fumando pensieroso una sigaretta (è lì che si apre la Galerie Vivienne di un indimenticabile racconto di Julio Cortázar, lì dove la parola della letteratura consente di spostarsi in un istante da Parigi a Buenos Aires e viceversa – Buenos Aires? La città, justement, del bibliotecario ciego che percorre i corridoi tra gli scaffali ricolmi di libri con su báculo indeciso).

Come in una concatenazione di pensieri e di suggestioni rivado ora con la mente alla biblioteca di casa Leopardi, fulcro di un’infanzia e di una giovinezza, ogni volume un universo: paradosso luminoso per noi posteri il fatto che un luogo di semi-clausura abbia donato al pensiero una tale libertà (l’Italia soffocante provincia e la mente del fanciullo, poi del giovane, poi dell’uomo adulto che s’apre agl’interminati spazi).

E da una biblioteca privata di nuovo verso una biblioteca raccolta con passione e abnegazione per essere pubblica: si materializza ora tra queste mie linee di scrittura la figura nobilissima di Gerardo Marotta e ripenso a quella vera e propria odissea della Biblioteca dell’Istituto italiano per gli Studi filosofici che disattenzione e superficialità hanno condannato a peregrinazioni inaccettabili e più volte esposto al pericolo della dispersione. Ma Napoli è città di Giambattista Vico che trovava pace e silenzio nella sala di lettura della Biblioteca dei Girolamini; un suo discepolo spirituale, Benedetto Croce, studiava e intesseva relazioni con gli esponenti della cultura internazionale nella biblioteca privata di Palazzo Filomarino e nello stesso Palazzo (sottoposto a stretta sorveglianza durante il regime fascista e oggetto anche di un’incursione squadrista) fondò l’Istituto italiano per gli Studi storici a Italia finalmente liberata; tra il secolo di Vico e quello di Croce intellettuali, economisti, scrittori dettero vita all’eroica epopea della Repubblica Partenopea; a Napoli si esercitò una parte importante dell’attività politica e scientifica di Francesco De Sanctis; in pieno Novecento la città si è illuminata dell’opera umana e intellettuale e politica di Renato Caccioppoli, di Giovanni Pugliese Carratelli, di Fabrizia Ramondino, di Ermanno Rea – operosità di studio, apertura totale verso l’Europa e il mondo, antifascismo convinto, questo fu il terreno che nutrì l’operato di Gerardo Marotta e la biblioteca da lui raccolta aveva come vocazione quella d’essere pubblica, aperta ai lettori.

(Sorte simile, molteplici e offensivi traslochi, è toccata al patrimonio librario della Libreria Palmaverde di Roberto Roversi a Bologna, non dimentichiamolo).

Una sala di lettura evoca tranquillità, agio di studio e promessa di pace: non così, mi vien fatto di scrivere, se penso a Timbuctù, a Sarajevo: la città maliana, anch’essa vittima della cieca furia jihadista, è, usando un’espressione moderna, una “biblioteca diffusa”, nel senso che ci sono (o c’erano) moltissime biblioteche private ricche di meravigliosi codici manoscritti relativi a tutti i campi del sapere umano – quando nel 2012 gli integralisti islamici hanno conquistato il Nord del Mali, essi hanno cominciato a razziare i manoscritti di Timbuctù perché da loro considerati contrari alla legge islamica; fu in quel momento che spontaneamente molti cittadini di Timbuctù cominciarono a nascondere migliaia di manoscritti, salvandoli dalla distruzione; per quanto riguarda la capitale bosniaca è nota la deliberata distruzione della Biblioteca avvenuta il 25 agosto 1992.

Sì, credo proprio che la pace coincida anche con la possibilità di recarsi in biblioteca a leggere, rimanere per ore in una sala di lettura (ore sottratte all’utilitarismo, alla frenesia del dover guadagnare o spendere danaro), avere la possibilità di accedere alle fonti del sapere senza censure e senza divieti o limitazioni; immergersi nel silenzioso brusìo d’api di chi legge e medita e prende appunti.

E penso ai chiostri, dove i monaci compiono tantissime volte il periplo del giardino leggendo ad alta voce o pregando, penso alle scuole coraniche e rabbiniche dove i bambini, seduti per terra, ripetono a voce alta i versetti biblici e le sure coraniche dondolandosi sul tronco, ché alla lettura, come alla scrittura, partecipa tutto il corpo ritmando accenti e sillabazioni – cosa impossibile e non opportuna nella sala di lettura di una biblioteca, è ovvio, ma chi legge con passione conosce bene la sensazione di movimento incessante e di lettura ad alta voce che si ricava anche se la lettura è, in realtà, puramente mentale.

Trasferita in anni recenti in edifici modernissimi del quartiere di Tolbiac, la storia della BNF resta legata, però, al cosiddetto “quadrilatero o sito Richelieu”, agli spazi che furonono frequentati da Calvino e da Char, da Barthes e da Foucault: una biblioteca, quale la concepiamo in età contemporanea (istituzione pubblica e laica) si trova a essere simile a un organo del nostro corpo, il quale appartiene, cioè, insieme ad altri organi a un preciso sistema che, in relazione e interscambio continui con altri sistemi, permette la vita del corpo stesso. La BNF è pensabile in un orizzonte simbolico (fatte salve le esigenze di fatto che hanno reso necessario il sito di Tolbiac-François Mitterrand) solo in connessione con il corpo-Parigi, con le sue rues e i suoi cafés, con i quartiers storici.

Ci si affaccia allora nella Salle Ovale, nella Salle Labrouste, si ripensa al destino di Walter Benjamin avviato verso Port Bou mentre la Leica di Gisèle Freund testimoniava di un’amicizia, di un passaggio esistenziale e politico, di un febbrile pensare, cercare, voler capire.

Das Passagenwerk per capire il proprio tempo.

 

 

Breve saggio sul camminare

 

Giuseppe Ugonia, la Chiesa della Commenda a Faenza (litografia, 1940).

 

(L’idea di questo scritto deriva da uno splendido e vibrante intervento di Jonny Costantino pubblicato sul Primo amore: L’Austria di Bernhard specchio dell’Italia di oggi).

 

: ma, più che un saggio, scriverò un elogio del camminare, anzi un doppio elogio di un doppio modo di camminare: l’andare a piedi (ma, anche, integrando il camminare, quando necessario, con un tragitto in autobus o in treno, in automobile o in bicicletta) e lo scrivere (sempre rigorosamente a mano).
Tutte e quattro le estremità del corpo accompagnano la mente nel suo andare traverso i paesaggi del mondo e del pensiero – ma paesaggio (Landschaft) suggerisce l’idea di uno sfondo al camminare e allo scrivere, all’andare e al dispiegare la sintassi della lingua; sia invece da subito chiaro che il camminare e lo scrivere s’immergono nel paesaggio (naturale o urbano, non importa) per riconoscerne il respiro e a esso accordare il proprio. Camminare e scrivere non vogliono impossessarsi di nulla (possesso è violenza e tracotanza), desiderano invece attraversare e farsi permeare da quello che vedono e sentono.
Gratuità del camminare, gratuità dello scrivere: qui si riflette, infatti, sul camminare che non ha altro scopo se non sé stesso e il piacere che ne deriva, insieme con un senso insostituibile di libertà e di curiosità nei confronti di tutto ciò che è “fuori” del soffocante io. Allo stesso modo lo scrivere immerge la mente in paesaggi del pensiero (i quali spesso rimandano ai paesaggi dentro i quali abita o che attraversa il corpo) e in tal caso la capacità architettonica e immaginativa della mente, che si manifesta tramite la lingua (e che dalla lingua è anche determinata, o almeno condizionata) si dispiega in atto di creazione.
Camminare implica attenzione e scoperta, insieme con un atto eretico e libertario: il sottrarsi al condizionamento produttivistico e consumistico – ché camminare è riconquistarsi la libertà all’interno di un sistema opprimente e oppressivo – perché camminare al solo fine di camminare si chiama fuori dalla logica ferrea del produrre e del consumare: il tempo del camminare è sottratto al tempo della produzione e del consumo, è rallentamento e dilatazione dell’attenzione, nulla ha esso a che fare con la capitalizzazione monetaria o con il consumo di prodotti, ma, al contrario, camminare è, scientemente e programmaticamente, tempo posto fuori e contro la logica economicistica (- e camminare senza telefono cellulare né computer).
È bene però distinguere il camminare quale libera scelta e il camminare quale moda (penso al Camino de Santiago o alla Via Francigena, per esempio, che hanno cominciato a coinvolgere molte persone – non tutte! – in quanto fenomeni di tendenza, quindi anch’essi generati e condizionati da meccanismi produttivistici): penso invece al camminare di Robert Walser o di Thomas Bernhard, al camminare comunitario di Antonio Moresco o al viaggio a piedi sino a Bordeaux di Friedrich Hölderlin (traversa la Francia rivoluzionaria nel cuore dell’inverno il poeta, sceglie di viaggiare a piedi, ha bisogno di quell’arduo, difficile itinerario…)
Assai problematico risulta, invece, il rapporto tra scrittura e produzione: scrivere, dicevo, è un tipo di camminare traverso paesaggi del pensiero e scrivere conduce, spesso, alla produzione di un libro, dunque a un prodotto per il mercato sottoposto alle regole dell’economia – è qui che si attua la divaricazione tra la gratuità del camminare e l’eventuale funzione mercantile della scrittura. È ovvio che una soluzione radicale possa essere una scrittura del tutto privata o, se pur resa pubblica, senza alcuno scopo di lucro; in tale direzione si apre la riflessione sulla circolazione di una scrittura del genere e sulle strategie attuabili (sempre che tutto questo sia possibile: io stesso, mettendo gratuitamente a disposizione dei lettori questo breve saggio in realtà favorisco e alimento i profitti della piattaforma wordpress e degli indotti a essa collegati) per sottrarre la scrittura al mercato.
Scrivere, camminare: avanzare passo dopo passo, ma anche tornare sui propri passi, pedetemptim andare, ma anche tornare indietro per cancellare e per modificare, per guardare di nuovo trovando magari qualcosa ch’è cambiato, o percorrendo un altro sentiero, attraversando un’altra piazza, imboccando un vicolo prima non visto.
Camminare e un taccuino tra le mani, alleati sostanziali la memoria, l’appunto, il disegno, la fotografia. Camminare è anche arricchire la memoria personale, tenerla desta, ricordare per raccontare; chi cammina è assuefatto al cambiamento, al variare degli orizzonti, dei punti di vista, recupera l’ancestrale nomadismo dell’essere umano. E la macchina fotografica usata come il taccuino: pochi scatti, concedendo tempo e lentezza all’atto di fotografare. E la mente come un magnetofono, per registrare suoni e dialoghi.
Che cosa, ancora, per concludere? Forse Arno Schmidt che cammina nella Brughiera di Luneburgo e il binocolo al collo, uno sguardo acuminatissimo dentro la lingua tedesca, quella necessità di dire l’offesa in una lingua violata e violentata.
Forse Dino Campana che cammina per l’Appennino tosco-emiliano con falcate nervosissime e affamate, esattamente come la sua scrittura.
Forse Antonio Machado e la sua Castiglia interiore, Juan Goytisolo e il labirinto urbano dell’antica Marrakech nella quale riconoscere le radici della propria cultura.
Forse Matsuo Basho lungo le strade del Giappone, Gastone Novelli lungo quelle di Grecia.
Forse Joseph Cornell in giro per New York a cercare materiali per le sue scatole come lo racconta Charles Simic.
Forse Yves Bergeret per il quale camminare e scrivere significa arrampicarsi in alta montagna (moto ascensionale del pensiero) o sulla falesia di Koyo insieme con quei posatori di segni che posseggono la sapienza dell’origine della civiltà umana.
Forse Fernando Pessoa il vagabondo di Lisbona e Walter Benjamin Wanderer prima berlinese, poi parigino.
E ancora: Sebald camminatore nel paesaggio inglese e corso, la scrittura mobilissima figliata da una mente mobilissima.

 

 

Breve saggio su Parigi

 

 

Eppure, nello spostarsi altrove dei centri culturali mondiali, forse addirittura nel loro smaterializzarsi per transitare in altre forme, Parigi rimane, almeno per me, non solo la “Capitale del XIX Secolo” secondo la felice definizione di Walter Benjamin, ma anche del tempo che mi è stato dato in sorte di vivere: questi decenni a cavallo tra XX e XXI Secolo.
La mia formazione civile, politica e culturale ha avuto luogo a partire dagli anni Settanta del XX Secolo e in una regione appartata nel già appartato Meridione d’Italia: la Terra d’Otranto.
So bene, allora, che il mio provincialismo mi condiziona nel continuare a eleggere Parigi a mia stella polare e preferendola di gran lunga a Londra e a New York: ma l’identità di una persona e di una scrittura si formano e cambiano secondo direttrici che improntano di sé quell’identità e quella scrittura fin dall’inizio e che rimangono ineludibili, pur mutando, talvolta inabissandosi, talaltra riemergendo.
Non dimenticherò mai la prima volta in cui percorsi per intero Rue des Écoles, passando davanti all’ingresso del Collège de France per affacciarmi poi in Place de la Sorbonne: il corpo accompagna la mente, a Parigi si possono percorre per ore boulevards e rues senz’avvertire stanchezza, in una sorta di trance durante la quale le gambe si muovono, gli occhi guardano avidi e la mente ricorda.
La mente ha accumulato per anni ricordi che consistono in nomi, in testi, in luoghi legati a quei testi e a quei nomi: il primo viaggio a Parigi è, allora, punto d’arrivo di un prolungato desiderio.
Chi vive in provincia cercando (talvolta con disperazione) legami vivi con i luoghi dove la ricerca artistica accade nei suoi risultati più audaci e avanzati, possiede questo movimento pendolare, ché la provincia, in gioventù vituperata e finanche odiata, chiarisce sé stessa, negli anni della maturità personale e intellettuale, quale vivace e inaspettato paradosso, fecondo: l’appartata solitudine, la distanza fisica dai centri culturali più attivi, l’immersione in un tempo che appare immobile e, pure, in lentissimo movimento, tutto questo consente un’esperienza non appiattita su di un unico, ossessionante presente, né sospesa dentro un’incessante sonnolenza.
È l’andirivieni tra la propria minuscola pàtria/màtria, finalmente accettata e compresa, e la capitale d’elezione, quel luogo capace di essere casa per la propria casa: ecco, così, sovvenire il verso di Paul Celan “dein Haus in Paris zur Opferstatt deiner Hände (la tua casa a Parigi luogo del sacrificio delle tue mani)” (dalla raccolta del 1952 Mohn und Gedächtnis – Papavero e memoria), ché, seppure in modo non altrettanto tragicamente radicale, anche noi, a partire dal momento in cui riconosciamo la scrittura come un destino, ci esiliamo e veniamo esiliati dalla nostra Bucovina interiore e, accogliendola in un dialogo costante con essa, andiamo ad abitare nella lingua straniera, ma senza ignorare che anche la lingua materna si fa ogni attimo straniera dal momento che in ogni attimo guadagniamo consapevolezza delle sue sprezzature e sinuosità e sbalordenti ricchezze: essa diventa lingua straniera nel momento in cui iniziamo a guardarla dalla distanza, ed essa si fa, in tal modo, ancora più espressiva e irrinunciabile – e Parigi offre, a un parlante italiano, la privilegiata vicinanza-distanza che sola può derivare da due lingue figliate dallo stesso ceppo.
Parigi accoglie secondo una sua vocazione originaria: città oscura e fetente, arroccata nelle due isole in mezzo alla Senna, come magistralmente la descrive Abraham Ben Yehoshua nel romanzo Viaggio alla fine del millennio, Parigi è e resta crocevia, attraente rovello, la medesima città del poeta-fuorilegge Villon e del poeta-flâneur Baudelaire, impronta di sé buona parte della cultura europea, per cui la conseguenza è che Parigi sconta tutte le contraddizioni di un’Europa ch’è stata colonialista e libertaria, rivoluzionaria e imperialista: dal centro fino all’estrema banlieue e viceversa è dato incontrarvi persone che portano dentro di sé le identità più diverse e anche contrastanti, la sofferenza di lunghi e irreversibili esili e la volontà di ritrovare sé stessi dentro una comunità così vasta e ribollente. Parigi è, ancora oggi, metropoli di dimensioni planetarie dentro la quale si consumano contraddizioni, conflitti, sofferenze e disagi che, dentro il nostro presente, anticipano un futuro intorno al quale riflettere.
Peter Handke elegge Parigi a sua residenza, come se la cultura di lingua tedesca possedesse, nei propri legami parigini, una linea di continuità da Heinrich Heine, attraverso Rilke, fino ai nostri anni; Leonardo Sciascia passeggia alle Tuileries, l’inseparabile Benson tra le dita, immaginando la Parigi del Secolo dei Lumi; nella sala di lettura della Bibliothèque Nationale Walter Benjamin prende appunti per il suo Passagenwerk; le strade preferite da Cortázar riverberano l’immaginazione inesauribile dello scrittore; Roland Barthes continua ad attraversare la strada per recarsi al Collège de France fino a quel maledetto giorno…