Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Mese: febbraio, 2022

(Segnalibri) Il lamento perduto del gabelliere. Su Raffaele Carrieri (di Stefano Modeo)

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Stefano Modeo mi segnala questo suo intervento:

Il lamento perduto del gabelliere. Su Raffaele Carrieri

Ringrazio Stefano per aver dedicato un circostanziato, comosso ricordo a un poeta, purtroppo è vero, dimenticato e del quale bisognerebbe ristampare l’opera (e intendo sia i testi poetici che quelli dedicati agli amici pittori); posseggo proprio il volume Mondadori delle Poesie scelte al quale sono molto legato e al quale torno spesso, legato come mi sento a una mediterraneità che Carrieri ha ben incarnato, senza dimenticare le suggestioni provenienti da Parigi e dal suo universo culturale, né il legame necessario e fecondo con Milano.

All’interno della riflessione che Stefano Modeo va conducendo sul Sud la voce di Raffaele Carrieri torna a farsi udire, necessaria, per certi versi struggente, cosmopolita come poche altre in Italia, nomade, vitale. 

Il volo dell’angelo

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(11 febbraio 1996)

Non mi bastava la luce nera del Merisi, dovevo
contendere alla notte il silenzio foderato
di melancolia, ascoltare voci parlarmi
da belliche distanze – e non è detto che la guerra
non duri anche dopo.
Non volevo specchi per guardarmi,
né balocchi per consolarmi,
il male di Woyzeck era il mio
e un coltello lordo di sangue non lo lava
l'acqua e nemmeno l'estro scrittorio:
se laceri il velo del mondo
sconti quel sangue che fiotta
e non hai scampo.
L'insegna al neon d'una trattoria è 
sole di mezzanotte
se Roma sta,
sospesa tra inverno tardo
e l'ultima canzone di Tenco.
Non mi bastava il rosso-corallo di Rothko
campito sulle banderuole segnavento
del sonno, dovevo
slanciarmi in un volo
e il retrobottega fabbricare un grido solo.

Per Cristina Annino

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Per ricordare Cristina Annino ho pensato di scegliere un suo testo e di proporne un commento – per me non esiste modo migliore per rendere onore a un poeta se non leggerne e rileggerne i testi.

Concentrazione guardando Hopper   
da Chanson turca (LietoColle, Faloppio 2012, pag. 20).

Corre vento tra
loro due, nel silenzio ch’è
l’udito maggiore. Si sente
le mani infinite già dentro
lo spirito. Così ascolta
nell’aria le mosche – basta
un paio – spaccare in volo
la trave. Per teoria del corpo
innalza il viso a quel
tronco docente di
dolore, lo mastica (ci sa
fare perdio) con gote di
grazia orrenda o legna
di camino un focaio.


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ttocca se ‘nnichene, moi, ‘e ‘ntrame: su “I vivi. Un tremore” di Andrea Donaera

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Devo subito premettere che nei confronti delle 12 poesie di Andrea Donaera contenute nel libro I vivi. Un tremore (Fallone Editore, Collana Il Leone Alato, Taranto 2022) non riesco ad avere un atteggiamento del tutto imparziale: sono scritte in dialetto salentino che è anche il mio dialetto, quello che risuona nel più profondo della mia mente, quello che è i suoni della mia più remota infanzia; sono scritte da un autore che stimo in maniera particolare per la sua capacità di rappresentare una salentinità non banale e non omologata, bensì ancora legata alle proprie radici (senza essere, sia chiaro, né escludente né reazionaria né provinciale) e profondamente innestata in questo presente e perché Donaera è stato capace di concepire un libro raro di rara forza espressiva e concettuale come Io sono la bestia (sul quale ho provato a riflettere qui).  Leggi il seguito di questo post »