Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Mese: dicembre, 2014

Tre inediti di Luciano Nota

Poco più di un anno fa Via Lepsius cominciava con entusiasmo ed impegno le proprie pubblicazioni; molti sono stati i cari amici che hanno voluto donarmi i propri contributi, facendo di questo spazio qualcosa che non è e che non dev’essere autoreferenziale; è con gratitudine allora e con un grande debito di riconoscenza nei suoi confronti che pubblico quest’oggi tre inediti di Luciano Nota dalla raccolta di prossima pubblicazione intitolata Per farmi sentire. I lettori vi riconosceranno lo stile e i temi di Luciano, quel suo sapiente amore per la lingua italiana articolata in modo così limpido ed armonioso, ma capace anche di dire l’ombra e l’enigma connaturati al nostro esistere e vi riconosceranno la persistente memoria delle proprie radici, tenaci e vive al fine di consentire un’apertura sempre rinnovata al mondo e alla storia. Invito chiunque passi da Via Lepsius e si soffermi su questi tre testi a seguire la multiforme attività di Luciano anche sul blog collettivo La presenza di Érato, su vari spazi Facebook e, soprattutto, a leggerne le raccolte già pubblicate Intestatario di assenze (Campanotto 2008), Sopra la terra nera (Campanotto 2010), Tra cielo e volto (Edizioni del Leone 2012), Dentro (Associazione LucaniArt, 2013).

 

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Sebastiao Salgado: una foto dalla serie “Genesis”.

 

DISTANZE

Resta poco
dopo aver parlato alle piante.
Seduto in disparte
o ti alzi o rimani.
Se pensi di fiatare ai sassi
o rimani o ti alzi.
Se resti, colui che non ti crede,
sosta attonito a guardarti.
Tocca il femore e la tempia,
a tratti il piede.
Se ti alzi, fa un sorriso,
liscia il cane e ti chiede di tornare.
Spiego al cane l’indifferenza.

 

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Mario Carbone: dalla serie fotografica “Lucania ’61”

 

PIGNOLA

C’è acume sulle scale.
Una grande sacca
reca piante sulle spalle.
Si deve salire
scendere e risalire.
Siamo in tre.
Dalle pieghe delle pietre
si sbrogliano nodi,
dalle punte fuoriesce il grande altare.
Qui è nata mia madre.
Il ripiano è ancora intatto,
ancora illeso è il legno duro.
L’amico mi chiede di posare,
di poggiare la mano
sulle grinze del muro.
Fermo il dito nell’incavo
dove legavano il mulo.

 

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Bill Brandt: “Gabbiano”

 

DALL’ORTO

È dall’orto che proviene
l’acqua verde del torrente
che sciacqua i miei panni.
Il fondo si accende.
S’infiamma il cortile
con le attese e gli scoppi.
Acqua e terra sotto i piedi.
Mi stendo per sentirne l’essenza.
Non spuntano mai pioppi
sopra gli orli delle vesti
mai pesci.

 

 

Taccuino di Terra d’Otranto 5

 

Teatro-romano-Lecce

APOLOGO DELL’ARACNIDE SAPIENTE:

Alla Luna:     , mia Signora della notte, lo sapete anche Voi. Nel nulla che noi siamo, dal nulla dove noi siamo mi piace tessere parole e sognare di filare, tra atomo ed atomo d’aria, tra atomo ed atomo di luce, l’unico infinito filo che mi condurrà insino a Voi. Chissà se mai mi riuscirà raggiungerVi.

Voi sorgete,  , sopra gli oliveti antichissimi della Valle d’Itria e rendete infime le mie speculazioni al Vostro apparire. Sublime navigatrice percorrete spirali di vento marino e di desiderio: nel nulla in cui siamo, nulla quale noi siamo, le nostre menti si accendono per istanti brevissimi, innamorandosi del mondo. Il mondo è nulla, poggia sul nulla, è ordito labirintico teso tra un nulla ed un altro nulla. A mezzo di miliardi di menti che s’accendono per istanti brevissimi il mondo guarda se stesso e s’innamora.

Non sono che una di quelle menti, infima e labile tra miliardi e miliardi, di Voi innamoratasi; nel mio innamoramento mordo e faccio impazzire le creature che hanno la ventura d’incontrarmi.

La danza: Uscire fuori dalla mente per eccesso di amore alla conoscenza e per la disperazione di non poter accedere alla conoscenza.

Prigioniera nel labirinto che intorno a me stessa intesso, ripeto l’antica danza cretese che figura il labirinto e la vittoria, per ardite ellissi d’assalto e fuga, di sfida e di battaglia, sul Minotauro.

Il labirinto sono io, il mostro divoratore è nel centro del mio corpo e della mia mente. Intesso bave labilissime intorno, ma è impossibile la fuga da Cnosso e, quand’anche trovata, la via d’uscita condurrebbe ad altri labirinti. Voi stessa,  , compite ellissi prestabilite attorno alle danze insulse dei mortali, Voi come loro prigioniera.

Gravante gravità dei corpi e delle menti e desiderio inenarrabile del volo!

Il balzo di Astolfo in groppa all’ippogrifo, le màchinae volanti di Leonardo, l’evasione di Dedalo dal labirinto sarebbero soltanto sogni di sogni.

: Vado sognando che Voi, Signora della Canicola, percorrete le spiraliformi vie dei libri, Vi perdete con piacere supremo nei labirinti dei racconti, nei palazzi di Adone, nell’Isola di Prospero, nei giardini di Alcina. Siete Voi lettrice onnivora di libri immaginifici, notturnale ispiratrice di fughe senza fine, obliqua suscitatrice di assurdi racconti del fantastico. In questo modo, seppure illusorio, potete allora sfuggire al duro carcere dell’orbita prestabilita, vagate usando le parole ed il telaio della memoria sul quale la spola va e ritorna, ed il filato è cangiante, audace nei disegni sempre nuovi, cercando perdendo ritrovando le tracce, sempre nuove, perché non c’è paura a navigare nel grande oceano del pensiero, senza rotta, navigando, andando, navigando . . . . .

Lettrice ed al contempo autrice di libri di contorta ispirazione, Vi guadagnate il culto adorante di personae errantes atque aberrantes per i campi della Castiglia o di visionari filosofi senz’arte né parte convinti di poter mutare le sorti della storia umana grazie alla forza del pensiero, all’amore per la conoscenza, al piacere e alla civiltà della parola.

Figurae: Come raffigurarVi e come chiamarVi se non con provvisorie immagini, con nomi provvisori, con imprestiti da sogni altrui? – : Calipso, la Nasconditrice; Angelica del Catai, la Fuggitiva; Laura, la Trasfiguratrice; Miranda, l’Innamorata; Amaranta, la Sontuosa – : odorosa di sesso, lasciate sbranare sempre di nuovo Atteone dai cani dopo averne suscitato il desiderio,  di mille gemiti d’amore, Voi porta della terra, fessura dei segreti, rossofico spaccato, frutto del melograno – Voi Femmina buia di Eleusi, Maga d’Oltremare, anche Rosa dai petalitenèbra, Accecatrice, Desiderata, Invocata, Eccitatrice, Labirintica, Profumata?; Ecate lunare, Signora nera, architettrice di telescopi coi quali indagare i pozzi della vertigine, architettrice del dubbio, magistra di melanconici visionari.

Volete allora discendere od ascendere (non univoche le direzioni) con me per il mio labirintico filare, tessere, intessere, distessere? Accompagnatemi, Vi prego, addentratevi con me

 

nel pozzo delle visioni (1):

 

Sule nìuru se ddhuma a sciroccu te la làmia:

scotinì fotià ston ìpono

pu Salentini Salentini ìmesta.

Na casa subbra lu puzzu te li scursuni,

spiti atto noston.

(Tentativo di traduzione in lingua italiana:

Sole nero s’accende a sud-est del soffitto (nella casa del sogno e delle visioni che sorge sopra il pozzo dei serpenti) / luce nera nel sonno / dove noi Salentini siamo (totalmente) Salentini. / Una casa sopra il pozzo dei serpenti, / casa del ritorno).

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Un labirinto le radici dell’olivo. Lontanìa dell’acqua.

Sant’Antonio da Padova, ingegnere laureato nell’illustre Università, deve progettare un sistema idraulico per il Salento siccitoso. Concepisce una cupola di acciaio e vetro che ricopra l’intiera provincia, orto botanico d’umido clima meridionale. Demiurgo consapevole dell’invalicabile lontanìa dal suo Creatore e Magister disegna un sistema di piscine e canali e pozzi, chiuse e trivelle e pompe.

Lente navi alate per viaggi inter-onirici solcavano gli spazi visionari di Terra d’Otranto – stavano dentro le trasparenti sfere galleggianti degli incubi.

 

DEL RABBINO VOLUTOSI PIETRA:

Oria: Il viaggiatore salga appena un po’ sulle alture di Oria affacciate sulla piana, e guardi: ad Oriente il Brindisino, ad Occidente il Tarantino.

C’è un punto dell’antica città, percorse strade in leggera salita e gradinate, dove si passa accanto al Duomo e si entra nella piazza come balconata spalancata e protesa sulle terrazze di Oria e sulla piana salentina.

Il Rabbino: Chissà: forse tra Quattrocento e Cinquecento uno dei tanti filosofi naturalisti di Terra d’Otranto, dopo aver montato due immense ali di metallo e tela su una struttura di tiranti e ruote dentate, cercò di involarsi da questa spianata credendo nelle leggi suggerite dal volo degli uccelli e nella capacità della mente di decifrare gli arcani della natura.

Chissà: forse uno dei Rabbini di Oria, avendo fede nella propria fede nell’Altissimo, scoperse il nome segreto di Dio.

Nel tufo il divino?: Ma ebbe terrore di usufruire del potere sconfinato, fino al giorno in cui il colera non fu venuto ad infettare la Città. Allora il Rabbino, evadendo dalla sua condizione umana, volle contagiarsi dell’epidemia, entrare nell’essenza minerale della pietra, diventare una sorta di tufomagnete o tufospugna che assorbisse tutta l’infezione, che la eliminasse dalla città sofferente. La fede nel suo Signore del roveto ardente lo fece restare dentro la sua terrestrità, la sua mente amorosamente desiderosa di conoscere rinunciò alla conoscenza totale ed usò soltanto una parcella del proprio potere per trasformarsi in tufo ed andare a giacere per secoli nella cava di pietra sedimentaria.

Il paradosso: Un pezzetto di tufo conoscerebbe dunque il nome di Dio e potrebbe trovarsi oggi nel muro di una casa o tra i gradini di una scaletta d’accesso ad una corte.

Se da quel tufo, e per inconosciuti sentieri, il nome di Dio fosse giunto anche ai fichidindia e ai vasi di terracotta, al basilico, ai legni delle porte, ai portelli di ferro che chiudono le cisterne, allora noi saremmo circondati dal vero nome di Dio, senza però conoscerlo, e questo sarebbe una presenza-assenza che rende angeliche le cose e noi – gli esclusi.

 

la guglia di soleto

 

IL SOLETANO:

La cupola della Guglia dell’Assunta quasi si perde in alto, tra le nuvole.

Lì c’è una stanza di ventiquattro finestre aperte su tutta Soleto.

Il filosofo naturalista Matteo Tafuri, speculando sull’eros conoscitivo, in una notte di sogni e di visioni, fecondò col suo seme il tufo della stanza. Furono homunculi dilaniati dal desiderio di conoscere la bellezza della luce; composti di acqua pleistocenica e di sabbia, di filosofico umore e di memoria elementale, corsero avidi a compulsare i volumi dell’immane biblioteca del Soletano, ad osservare le sfere cave in cui si studiavano le metamorfosi della materia . . . . .

* * * * * * *

. . . . . Homunculus che danzo nei tuoi sonni

(calvo il mio capo, a meno d’una treccina colore del rame)

χαιρε mio Alchimista,

χαιρε mondo che ancora non conosco,

mondo come rosa bruna e petali bulinati di segni:

Homunculus che sono cieco

non vedo la rosa bruna, non i petali di segni –

questo il tuo dono, Alchimista?

cieco il tuo sonno?

– ma avverto il bruno profumo di rosa,

le sette dita delle mie mani percorrono

il cerchio di sale del tuo sonno –

poi, di là . . . . . che cosa?

E’ una buia caverna il tuo sonno, Alchimista.

(Mi muovo, trascino con me il cordone

ombelicale che mi lega alla pietra tufacea,

giungo fino al cerchio di sale, non oltre).

Che danzo nei tuoi sonni ascolto

(orecchie senza padiglione) ascolto

le parole del silenzio, dell’acqua pleistocenica,

dell’assenza della luce . . . . .”

 

Le Americhe la chiamavano con i gemiti degli indios macellati.

Quale Dio permette questo?”

Aveva studiato con ardore i dialoghi platonici, le opere senechiane, i trattati di Niccolò Tartaglia, la Biblioteca di Fozio Patriarca, il de Perspectiva pingendi di Piero della Francesca, gli Essays di Bacone –

Un vento luttuoso le aveva recato notizia del Titicaca rosso di sangue, del Cuzco saccheggiato, delle assisi teologiche che stabilivano que no pertenece el alma a los indios.

Figlia di terre escluse e subalterne anche lei, aveva fatto un solo fascio di tutta la sua cultura europea, di tutto il suo orgoglio europeo, di tutto il suo europeo slancio di proselitismo – appiccandovi il fuoco.

Si chiamava Estrella de Sal il galeone sul quale s’imbarcò. In uno scontro coi corsari al largo delle Azzorre s’ebbe una pallottola nel ventre.

Il suo corpo fu gettato nell’Oceano – Santa Irene (forse) de los indios y de las aguas ciegas.

 

Per il solstizio (inedito di Fiammetta Giugni)

 

Una lirica, breve e perfetta, nata proprio in queste ore e di cui Fiammetta Giugni fa generoso dono a Via Lepsius.

 

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Edward Weston: Succulent (1932).

 

 

se sia più affine amore
all’indugiare di questo buio
fondo o alla luce nascente che ne viene
per giusta opposizione
io questa sera non lo potrei dire

soltanto so che riferire
di questa aperta armonïosa guerra
riporta amore al mondo

 

 

 

Su “Avaro nel tuo pensiero” di Lorenzo Calogero

Karl Blossfeldt

Una fotografia di Karl Blossfeldt

 

C’è un’opera poetica in Italia (quella di Lorenzo Calogero), c’è il fondo di manoscritti dello stesso autore depositato presso il Dipartimento di Italianistica e Filologia dell’Università delle Calabrie e c’è un progetto editoriale avviato dalla medesima Università assieme alla Casa Editrice Donzelli: tutto questo tesoro (straordinario ed entusiasmante) trova però difficoltà ad essere conosciuto, diffuso ed anche solo pubblicato. Dopo l’uscita del primo volume si è verificata un’interruzione nella pubblicazione dei successivi libri dovuta ad alcune difficoltà nei finanziamenti dell’originale progetto editoriale, ma da alcuni mesi è finalmente e per fortuna reperibile nelle librerie il secondo volume intitolato Avaro nel tuo pensiero. Deploro il fatto che a tale pubblicazione non sia seguita la giusta eco, ma, evidentemente, ben altri autori certamente superiori a Calogero meritano in questo Paese attenzione… Comunque sia, cercherò di dire rapidamente le ragioni che mi spingono a considerare questo libro eccezionale ed irrinunciabile.

Avaro nel tuo pensiero trova e realizza altissima poesia immediatamente e senza indugi nel linguaggio e tramite il linguaggio, superando in maniera radicale (se si tiene conto degli anni in cui il libro fu composto) l’Ermetismo con i suoi cascami e il Neorealismo. Assieme a Dietro il paesaggio di Zanzotto e ai Canti barocchi di Piccolo, all’opera multiforme e realmente innovativa di Emilio Villa, a quella di Luigi Di Ruscio e di Pier Paolo Pasolini, Calogero, nella sua solitaria e disperante devozione alla poesia, approda ad una scrittura che strappa la parola all’uso comune e logorato; per accostamenti di aree semantiche abitualmente incompatibili egli costruisce testi la cui bellezza al tempo stesso stupefacente ed ardua, enigmatica e magnetica trova oggi, probabilmente, dei riscontri originali e notevoli a livello di accostamenti lessicali e scelte sintattiche nell’opera di Cristina Annino e di Marina Pizzi, senza dimenticare colei che da subito colse e cercò di promuovere la grandezza della poesia calogeriana: Amelia Rosselli.

Movendo dall’abituale stato di privazione affettiva esemplata sulle linee-guida dell’amore non realizzato o non corrisposto, questo libro dice, in maniera ben più complessa e nient’affatto banale, sì l’amore sottratto o che si sottrae, ma soprattutto il dolore esistenziale, l’assenza e la solitudine. E ciò accade nel mentre Calogero si libera da ogni condizionamento della tradizione e della convenzione lessicale e grammaticale. In tal modo egli può intessere un moto poematico che dall’”io” si dirige verso il “tu”, rompendo e rinnovando la tradizione lirica di matrice petrarchesca che, in Italia, proprio sul binomio io-tu ha trovato un’adesione plurisecolare: l’io lirico coincidente con l’io autoriale, dal suo isolamento talvolta anche volontario, talaltra conseguente alla devozione totalizzante per la poesia, costruisce un vero e proprio poema il quale, verbalizzando la solitudine, l’isolamento e l’esclusione accentua la bellezza affascinante di una lingua che viene a perdere ogni coloritura sentimentale e si dispiega per robuste analogie, per inediti accostamenti, per giri sintattici ardui ed eleganti.

Avaro nel tuo pensiero è approdo di sconvolgente originalità di un movimento doppio e concomitante: l’espressione dell’amore non realizzato e l’elaborazione di un linguaggio poetico nuovo, radicalmente più avanzato rispetto alla maggioranza delle proposte contemporanee. Calogero mette in atto nello stile e nel linguaggio la sua riflessione esistenziale: proprio il linguaggio viene forzato e costretto a dire in un modo ancora inaudito e che troverà soltanto decenni dopo dei riscontri. Se, apparentemente, la raccolta fu composta in pochissimo tempo a Campiglia d’Orcia nell’ottobre del 1955 come risulta dalle date d’autore apposte sull’ordinatissimo, lindo manoscritto, penso si possa ipotizzare la gestazione lunga di uno stile capace di costruire compatti testi attraversati da un’energia espressiva trascinante ed inesausta la quale suscita l’impressione precisa di essere scaturita in un moto spontaneo e inarrestabile: anni ed anni di scrittura, di accumulo interiore, di desiderio ardente d’essere riconosciuto poeta, di monacale solitudine e di sofferto attrito con le esigenze di una realtà per definizione impoetica, un tempo lunghissimo colmo di studio e di letture, deluso dai rapporti umani ed affettivi costituiscono, in un nodo inestricabile del piano psichico con quello intellettuale, il terreno che prepara l’esplosione di Avaro nel tuo pensiero. Il fatto è che, mentre Calogero si dedicava alla scrittura, rimaneva per lo più un isolato, sconosciuto alla maggior parte del mondo poetico italiano.

L’avanguardia degli anni Sessanta ignora (anche nel senso che non conosce) la poesia calogeriana, al di là del breve interesse suscitato dall’edizione Lerici e fatta salva Amelia Rosselli, appunto, che al gruppo palermitano aveva partecipato, ma che, a sua volta, aveva intrapreso un itinerario esistenziale e poetico peculiare e che più volte aveva provato ad attrarre l’attenzione editoriale e non soltanto sull’opera del poeta di Melicuccà. Ed oggi, al di là delle discussioni sull’isolamento di Calogero e sulla reale consistenza della sua cultura poetica, credo sia finalmente giunta l’ora di leggerlo, liberi da pregiudizi e da polemiche più o meno di parte. Avaro nel tuo pensiero costringe a prendere coscienza del fatto che tutta la storia della poesia italiana del secondo dopoguerra vada riscritta e rimeditata, credo, muovendosi lungo due direttive: l’una, storicistica, dovrebbe chiarire l’importanza e l’influenza dei vari libri di poesia pubblicati (loro ricezione, dunque e loro capacità di determinare nuove direzioni per la poesia) e l’altra dovrebbe rivelare quali, di quei libri, possano esercitare ancora oggi un magistero, scoprendo, magari, che Avaro nel tuo pensiero, composto negli anni Cinquanta e mai pubblicato, sa essere a noi molto più contemporaneo di libri ancora oggi celebrati, ma che hanno esaurito la loro energia o di titoli degli ultimi anni che rimangono più arretrati rispetto all’universo originalissimo del libro calogeriano in questione.

L’edizione Donzelli, un bel volume rilegato e corredato dalla riproduzione di alcune parti del manoscritto, è curata con sapienza e passione da Mario Sechi e Caterina Verbaro.

 

Anna Bergna: zero

 

Pubblico con piacere un testo della mia carissima amica Anna Bergna la quale, con la sua solita discrezione di persona e insoddisfazione di poeta nei confronti della propria scrittura, mi ha fatto avere i versi che seguono; che Anna si decida a rendere pubblici i suoi lavori è evento raro e di quest’ultimo dono a Via Lepsius la ringrazio.

 

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Un autoritratto di Ferdinando Scianna

 

 

Nella mia immobile precarietà,
nella precarietà della fiammella sullo stecco breve,
domino un frammento di mondo
[la superficie del pascolo tra l’orizzonte e il naso]
eppure in me qualcosa dipana un universo,
narra una storia dalle premesse oscure,
indaga un corpo gravido
di grotte nascoste e pipistrelli.

Forse c’è qualcuno là – mi dicosull’estrema
altra riva
che infiamma il tronco fradicio
e ordina gli eventi.
Per abbracciare questo sguardo mi incammino,
circumnavigo il mondo
cercando il luogo dell’infinito punto di coscienza,
l’isola dell’assoluta alterità immortale,
ma ovunque sorprendo la mia mortale schiena
che ha radici o ali, zampe o pinne,
che stricia avanti
o paralizzata attende di sfiorire.

Nomino ogni venatura del grembo sepolcro
e mentre osservo sento
che un’altra me, chiudendo l’orbita,
mi riconosce e chiama.
Un’altra me variante
del medesimo probabilistico gioco,

L’Altro precipita su questa stessa riva
e la sindone serra l’ossatura
sotto, molto sotto l’atteso infinito:
dove il destino è polvere di costato e
ripetizione. Dove il destino è
il cangiante pulviscolo sospeso
nel raggio di luce che cade.

Nel mio procedere ho trovato
solo un me plurale.
Vivo in una condivisa solitudine.
Due rive e due specchi.
Specchio nello specchio.

Questo mondo,
fatto di nulla
se non del nostro stesso sguardo,
è la creazione delle sue creature.

Senso dei sensi.
Se non cercassimo, non avremmo mondo:
sordi non avremmo musica e ciechi non avremmo colori,
scuoiati saremmo senza carezze, né sapore,
senza mielina non riconosceremmo.

Chiudo gli occhi e in un barlume
di consapevolezza vedo l’ombrosa bocca
che attende
dove si affievolisce la visione della schiena:
un’ombrosa torbiera.

L’insondabile
ha spento il faro
e le falene vagano
sopra l’odore delle stragi.