Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Categoria: scritture

(Segnalibri) La balena di ghiaccio – quarto seme – e La fanciulla tartaruga

 

 

 

 

 

Insurrezione del libro

 

 

Ringraziando ancora Viviane Ciampi per l’invito, pubblico il pdf della mia silloge INSURREZIONE DEL LIBRO apparsa sul numero 49 della rivista FILI D’AQUILONE.

 

 

Buster Keaton monologa con Immanuel Kant

 

 

Ti presto questa faccia da medico condotto,
da viaggiatore di commercio,
da scrivano se vuoi.
Ho sempre preso sul serio la vita:
come hai fatto tu.
E mi sono immaginato le tue insonnie
come metalliche gru spiaggiate sulla costa del Baltico.
Le mie insonnie sono arrampicarmi
fino agli orologi elettrici di New York
a spenzolarmi nel vuoto
serio e solenne della vita:
si spalanca il cielo sotto i piedi
ed è strada marciapiedi passanti negozi auto.
Nel tempo di una traversata
(dal Baltico a New York)
l’insonnia dei secoli
ha la disciplina del silenzio meditante
nel bianch’e nero di un film
l’orlo degli orologi
brucia la pellicola
ed è paradossale che io, attore
del cinema muto, ti parli
senza fermarmi
ma è perché posso immaginarti
seduto in un cinema
a guardarmi dal mio passato
a guardarmi dal tuo futuro
e forse ridi della mia faccia seria
ben sapendo quant’è seria
la vita e che nelle strettoie dell’esistere
solo il pensiero è feconda insonnia.

 

 

Tempo presente

 

 

Conosci bene e ti ridici (da decenni lo fai, inesausta), o mia scrittura, le parole di Fortini:

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

Traducendo Brecht, da Una volta per sempre, Einaudi, 1978.

E queste parole ti tornano oggi, mentre l’Italia e l’Europa continuano a smarrire sé stesse, chiusi i porti della mente e del cuore.

Soffri, mia scrittura, tu soffri in questo clima violento e asfissiante, stai affondando in una tristezza senza riscatto. E non ti rassegni. Riesci a pensarti soltanto in atto di lotta e di ribellione, un “no” urlato in faccia ai potenti di turno, ai razzisti feroci e certi delle proprie ragioni, alle anime belle che continuano, delicate, a poetare.

E infatti non scriverai più dei loro libri belli e delicati (e, in verità, da molto tempo non lo fai più), mia scrittura, li lascerai a crogiolarsi nella loro consolante cecità.

È vero: la poesia non muta nulla, ma, mia scrittura, visto che hai scelto proprio la poesia, continuerai caparbia a discendere nell’inferno contemporaneo, non tradirai e non dimenticherai, guarderai, gli occhi bene aperti, la mente irata, la certezza della lotta e del dissenso.

Innanzi a te stessa, mia scrittura, hai preciso il dovere di rispondere del tuo andare alla deriva, fatina dei buoni sentimenti, fine cultrice di musiche squisite.

Sii tribunale di te stessa, mia scrittura e, se tradirai, condànnati senza remissione, senza attenuanti, senza condiscendenza.

 

 

La passeggiata di Kafka

 

 

Questo poemetto è dedicato al carissimo Yves Bergeret in partenza per Praga.

 

L’orologiaio di Staré Město ha
un occhio di vetro e una bottega dove,
nell’attesa di clienti, costruisce
automi meccanici. E pensa che
la vista molto più acuta gli s’inabissi
traverso l’occhio mancante
fino a raggiungere i sotterranei
immaginari di Praga.

Il suo amico più caro, compagno
di banco fin dalle elementari,
disegna a inchiostro di china le centinaia
di sequenze per i cartoni animati della tivù di Stato:
passa a trovarlo ogni pomeriggio
scendendo dal tram che gli apparecchia
il dopolavoro.

“Credo non sia rimasto a Praga
nessun Kafka dopo la deportazione
e la fine della guerra” dice
l’orologiaio al Poeta che gliel’ha chiesto
e getta un’occhiata all’amico –
giocavano con una Kafka nel cortile
della scuola, ma nessuno dei due
lo dice: forse
certi ricordi vanno protetti col pudore
del silenzio, con l’apparente dimenticanza
della ferita ancora aperta, che sanguina.

Ma non si è mai stranieri a Praga
se l’occhio della mente cerca, cerca
ed è capace di vedere:

l’orologiaio e il disegnatore decidono che
l’ospite merita una risposta:

l’amico dei disegni animati
attraversa rapido la propria mente
si ricorda del fotografo senza un braccio.

L’orologiaio vede l’amico estrarre
matite e fogli dalla borsa di cuoio,
gli sgombera il bancone, accende
la lampada a incandescenza:

“Anni fa incominciai a disegnare
un cartone per mio diletto: ecco,
così, in bianch’e nero: Mála Strana,
il Týn, il Castello, ecco il luna park
in periferia, il tram, i bimbi nel
cortile
della scuola –
vede, sfondi per le passeggiate di un
fotografo che ha un solo braccio,
perché il disegno animato racconta delle sue
giornate a fotografare Praga”.

Ha una manica penzoloni
infilata nella tasca dell’impermeabile,
il treppiede porta in cima una camera
Kodak, enorme. L’ometto
dalla barba trascurata si muove
veloce e l’ospite segue
i movimenti rapidi della mano che
disegna, ridendo dice “conosco
quest’uomo, lei disegna una storia
vera” –

vero è, a Praga, l’arrivo dell’
agrimensore che chiede accesso al Castello,

vero è un bambino anziano che
disegna film animati per la tivù di Stato,

vero è un poeta che abita il mondo
segregato sull’isola di Kampa,

vere le ombre nascoste nei muri
a carpire conversazioni e spiare sguardi,

vero il sottotetto della Sinagoga Vecchionuova
dove Rabbi Löw nascose i Golem:

e l’orologiaio costruisce congegni
perfetti per i suoi automi
e l’amico disegna omini
geniali per strisce animate dove il mondo
ha alberi pensanti e pietre volanti

Wunderkammer da percorrere
in lungo e in largo è Praga:
città labirintica di scantinati
e gallerie

androni scale
sottotetti

dal basso verso l’alto
dall’alto verso il basso

la notte nel giorno.

“Lei ha capito, signore” dice
l’uomo bambino dei disegni animati:
“sapesse quanta realtà entra
nel mondo fantastico
dei disegni animati…”

ed ecco il geniale fotografo monco
diventare un ometto in soprabito
e bombetta scuri, disegno dopo
disegno, strada dopo
strada, Praga dopo
Praga.

“Perché, gentile signore” dice
l’orologiaio “corridoi lunghi secoli
conducono da una Praga
all’altra”

: prende dal retrobottega
un automa, lo siede sull’alto sgabello,
gli accosta al foglio bianco la mano
che regge la penna,
gli gira la chiave dietro la schiena
e la statua mobile comincia a disegnare:

è Kafka lo scrittore in groppa
all’enorme insetto Gregor,
le volte vertiginose della Cattedrale di san Vito,
le stelle buie nella camera della scrittura:

accensioni delle emulsioni al platino
sulle pellicole nella camera oscura:

guardare Praga dall’alto, lo scrittore insonne
in groppa all’insetto dalle ali di parole,
la rapida sosta e le zampe avvinghiate
a una delle torri della Signora del Týn,
lo slancio per ripartire, la vertigine nel
guardare la Vltava e poi il Braccio del Diavolo:

ora anche il Poeta ha preso dalla sua borsa
pennelli e tubetti di colore, scrive
e dipinge
e l’orologiaio e il disegnatore, ammirati,
guardano:

est-ce que vous me permettez de vous suivre,
monsieur Kafka?

Un cenno d’assenso e Kafkagregor
attraversa il Ponte di Carlo, sale verso
il Castello

il Poeta (ha una gamba che zoppica,
ma rapido e vivace è il pensiero,,
possiede forza creatrice capace di comprimere
il tempo – spalancare poemi)
scrive le parole dell’andare, quelle
del creare:

guardare Praga magica, viscere d’Europa,
è indicare le tappe dell’andare:

questa fu la casa di Holan, quest’altra
quella di Hrabal, questo è il caffè Viola,

(ancora il notturno Amleto ha figura e voce di Radovan Lukavský)

qui arsero sul rogo Jan Hus
e qui rastrellarono gli Ebrei per i campi
di sterminio:

ricordi Jan Palach e una primavera
che non fiorì mai più?

Oggi m’invitano un orologiaio vecchissimo
e il suo amico che disegna film d’animazione
per la tivù di Stato
a traversare il tempo
e il Poeta mio amico è con loro
mentre i turisti brucano il Ponte di Carlo
e la Viuzza d’Oro.

Ma giocavano con una Kafka nel cortile
della scuola,
l’orologiaio aprì bottega nella Città Vecchia
e pianse singhiozzando quando Hitler sfilò
nelle strade luttuose di Praga –
soffocata la città sopravvisse,
coraggiosa e vitale, fino al ’68 e oltre,
fino ai carriarmati e oltre.

“Ho visto Kafka prendere il tram notturno
ed entrare in un film a disegni animati”
dice l’anzianissimo bambino disegnatore
mentre l’orologiaio apre lo sportellino
nella schiena dell’automa e sostituisce
un disco di metallo: ecco, ora
la statua semovente disegna
Kafka che disegna sottili omini
d’inchiostro.

I tram di Kafka percorrono
in lungo e in largo
le esaltazioni desertificanti dell’ultraliberalismo
i neri tunnel del fascismo
l’orbita cieca dello stalinismo

(Propast stále padá dolů jícnem vzhůru
L’abisso non smette di precipitare mentre il fondo sale)

la storia è una colonia penale senza uscita,
sembra, mais nous ne nous laissons pas faire, mi
ripete spesso il Poeta
geniale camminatore e scalatore –

si cammina dentro la scrittura, sempre,
e nella scrittura l’orologiaio gentile offre
una tazza di caffè,
le matite del disegnatore rientrano nella borsa
di cuoio:

giocavano con una Kafka nel cortile
della scuola, le statue
di Karlův Most ticchettavano
il tempo,
il Poeta viaggiatore saliva su di un tram
da dove Praga è una sequenza mozartiana
di binari che, innestandosi l’uno all’altro,
diventano Dresda, diventano Vienna,
fino alla foce dell’Elba, fino alla foce
del Danubio.

 

NOTA: l’orologiaio e il disegnatore sono figure inventate; il verso in ceco è tratto da Mozartiana di V. Holan, la traduzione in italiano è di Sergio Corduas; le definizioni “Praga magica” e “viscere d’Europa” sono, naturalmente, di A. M. Ripellino; le foto in bianco e nero sono di Josef Sudek, “il fotografo monco” del testo; la foto a colori è un fermo immagine dal film “Hugo Cabret” di Martin Scorsese.