Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Categoria: scritture

(Segnalibri): Carnet de la Langue-Espace d’Yves Bergeret

 

Ugo Mulas: “Alberto Giacometti nella sua sala alla XXXI Biennale d’Arte di Venezia”, 1962.

 

Nel segnalare il Carnet de la Langue-Espace di Yves Bergeret, vero grande opus in fieri che con la sua sola presenza nell’universo caotico e spesso egotico della “rete” fa riacquistare fiducia in proposte (pochissime, in verità) serie e meditate, mi piace rimandare il lettore non superficiale all’articolo più recente: “René Char en Chine“.

 

 

Mark Rothko e il mendicante

 

 

 

(…)
E noi si era scaltri a respirare
il più dolente dei vespri come fosse
nelle mani di Angelico di Rothko,
e non fiero abbandono d’ombre
alla rugiada, consacrazione al sonno
che non lasciò dormire i nostri affanni,
sfiorando invece udirli nel grido.

Nanni Cagnone, da The Book of giving back

 

Non so di una figura
senza ingiuria.
Molto più lontano,
l’insperato astratto cenno
esordio di luce, l’intero
sollevante cenno
che tutti trascurano –
ostinato non-vedere
dei morenti, che
percuote ancora
Rothko
nel suo studio.

Nanni Cagnone, da Doveri dell’esilio

 

 

(157 E 69th Street, New York)

Gli si materializza come inventato dalla tromba delle scale
nel tardo pomeriggio –
o è il pomeriggio tardo mentre sfuma
nella sera
a profilarsi dietro la porta dello studio
con gesto che ha assenza di suono.
Nulla e nessuno riesce ormai a
penetrare la solitudine:
ma il mendicante, chiuso
nel suo cappotto, gli sembra
lo stesso blu fondo e abissale
che aveva steso sulla tela al mattino.
Ortodosso forse osservante
non gli negherà l’elemosina
ma le poche monete che trova
e che ora stringe nel palmo della mano
scottano di pietà.
Pietà del mendicante per quell’uomo
solo che non sa farsi l’elemosina
di dimenticare l’abisso e
la distanza.
Il rosso amaranto tracima
dal bicchiere sul tavolo
decide che la sera si spanda
terra di Siena e verde muschio
mescolati sulla campitura del febbraio.

 

 

Il poeta e il vulcano

 

Fermo immagine dal film di Mario Martone “Il giovane favoloso”.

 

 

……………….(…)
………………..corps œil lune plume
………………..(…)

………………..Jacqueline Risset, Présence de la lune

…………………(…)
…………………La luna va calando all’orizzonte
…………………dove si perde la pianura, e dice
…………………che trapassare al nulla non è male.

………………..Giovanna Bemporad, A Leopardi

 

Mentre guarda il poeta il vulcano
dal terrazzo pur assolato
sta raccolto sotto una coperta,
sente riottoso il corpo, fervida la mente.
I giorni gli traversano ultimi le membra
(sono sisma placido ma ininterrotto:
sgretolano e pacificano).
Non contraddice la vita l’assenso alla morte:
avverte egli, piuttosto, il congedo d’una civiltà –
innanzi al vulcano l’umana gloria
costretta a tacere.
S’impossessa dello sguardo la vertigine,
luce fonda l’ombra nella pineta

tra sobbalzi di rappresa lava.

 

 

Cosmè

 

 

 

“Celerò onirici segni matematiche evidenze
ospiterò spazi marini e metamorfosi
segnerò mattinali erosioni crepuscolari sabbie
modulerò erosi colori ospitali orienti
evidenze matematiche segni onirici celati”

 

 

 

 

sul tavolaccio pregno d’indurite
vernici dentro tormentati bacili
nell’officina
mescola dopo mescola
invocato benedetto gemuto temuto maledetto
azzurro
da distendere sopra legno
che s’inventri in bellezza
che s’attorca a resistere e consistere

 

 

 

 

si entra
nel libro
seguendo il volo
degli uccelli di passo

–  anatre dal collo variopinto calliopi folaghe quaglie  –

si cammina
su di una
lingua
di
sabbia
tra il buio ed il silenzio

 

 

(per Lucetta, dolcissima amica)

 

 

Oscena la storia

 

 

se solo anch’io trovassi un orecchio per terra” (Domenico Brancale, da Per diverse ragioni)

1.

Manipolava tra le dita un alfabeto di soli –
l’aveva imparato carezzando
con gli occhi ogni sasso
la cui infanzia
aveva lentezze di treni
e pieghe di quaderni.

Occasionalmente si perdeva per giorni
(è questa l’eresia)
complice il vento che,
figliato dal polmone della montagna,
vortica stelle danzanti.

2.

Che cos’è una casa? Un punto di silenzio perché la lingua lì non sa dire e un punto di scrittura che innestandosi sulla carta tenta, comunque, di dire. Casa è un letto, una sedia, uno sguardo ch’è soglia, una tecnica a posare grumi di respiro sulla superficie verticale della visione.

3.

Vincent
non cessa di chiamare
con la voce della notte
e mistral –
la questione è che veniamo
interpellati
e interrogati
da chi, l’œuvre
innestata nell’osso del sasso,
ci ha preceduti.

L’orto del casellante
alla curva del fiume –
la sedia impagliata sotto la tettoia
è la non soddisfatta attesa.

4.

La storia,
oscena per stragi
e atti violenti di potere,
striscia col passo vile dei cagoulards:
non abbiamo bestemmiato il nome dell’arte
per addivenire a questo,
non abbiamo reciso il lobo
dell’orecchio
perché il treno, alla stazione,
raccogliesse le bare degli assassinati.

Volevamo altro, vogliamo altro.

(a Carlo e Nello Rosselli, in qualche modo).