Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Mese: gennaio, 2017

Per Gerardo Marotta

 

candida_hofer_biblioteca-dei-girolamini-napoli-ii_2009

Candida Höfer: Biblioteca dei Girolamini, Napoli, 2009

 

 

La morte di Gerardo Marotta ha suscitato qualche reazione sui maggiori organi d’informazione; ma voglio qui ricordare quanti ostacoli ha trovato l’opera generosa e illuminata del filosofo napoletano, quanta indifferenza il bisogno che aveva di spazi adeguati l’Istituto Italiano per gli Studi filosofici. Da Via Lepsius dedico ora a Gerardo Marotta pochi versi che siano testimonianza di gratitudine, ma anche di lucida ira rivolta contro chi, nel Sud d’Italia (ma non solo), continua un’opera d’impoverimento intellettuale ed etico dalle conseguenze devastanti; vivo in un Paese il cui grado generale d’istruzione continua ad abbassarsi, esponendo tutta la comunità a una deriva fascista e autoritaria che non intendo accettare – senza dimenticare che vaste zone di quello stesso Paese sono sotto il controllo incontrastato delle organizzazioni criminali.

 

 

IL NOLANO

Precipita, o notte, nella gola
stellata dell’orologio
e scava, se sai, nella voce scalena
della terra: proteggi
la fuga (l’ennesima)
del frate poeta e filosofo:
lo tradisce l’accento nolano
e non più – né in terre
luterane né papiste – non più
egli trova franca, gioiosa libertà.
Scegli allora, o notte, le solitudini
atroci dei sottoponti
e la cadenza matematica di disertati portici
ma non cessare, o notte, d’avvolgerlo
col desiderio del gelsomino
quando ubriaca il Luglio
e del foglio docile all’inchiostro,
al pensiero incline.

 

 

Per Salvatore Toma

 

 

salvatore_toma

 

 

Entri vestito d’una camicia di parole
(bianca. abbagliante)
e i muri di questo paese retrivo
e razzista si fanno incandescenti
bruciano i mortiviventi ‘nzerràti
nelle loro stupide case
e così brucia la pietraleccese
dopo secoli di falsa elegia
e la cartapesta dei santi fonde
liquida cola scorre
nella navata poi spinge al portale
di bronzo
spinge e l’apre sulla piazza
accanicolata
finalmente la canicola è una
col fuoco dell’irata poesia
che stringe alla gola gl’ignoranti
per soffocarli nella loro testarda inconsapevolezza
e calcinare la loro tracotanza di servi.
Dici parole di poesia
che sfondano finestre chiuse sulla
strada
e ne spargono taglienti lame di vetro
sull’ottuso appetito tacitato al tavolo
da pranzo. Finalmente
viene proclamata Libera Repubblica
d’antichi saggi animali
e di sapienti alberi
che governano il canto e il vento:
la loro non violenza sventra tutti i televisori
nel paese dei mortiviventi,
ha pietà del suolo intriso di veleni,
sbriciola la tracotanza peccaminosa
del cemento.
E noi, noi nuovi precari
e nuovi migranti,
noi ricchi di studi e di letture,
estenuati esteti senza passioni,
colti ed elitari,
impariamo da te
accogliendo in noi
il dolore e la delusione
la storia e la subalternità –
la memoria.

 

 

Dalla “Dimora del Tempo sospeso” una lezione d’impegno politico e civile

 

 

Dalla Dimora del Tempo sospeso una nuova presa di posizione contro i rigurgiti di fascismo e di autoritarismo che continuano a uccidere esseri umani e che seguitano a percorrere un’Italia che appare sempre più indifferente ai temi dei diritti individuali e civili, dell’inviolabilità della persona e dell’inalienabilità delle libertà democratiche.

 

 

Leggende (5)

 

 

oria_medievale

 

Si sentiva ricolma d’amore per il cielo stellante e per le petraie al margine del mare. Scompariva. La ritrovavano a correre per il giardino senza tregua, i capelli sconvolti appiccicati di sudore.

S’arrampicava sull’olivo secolare di fronte alla Cappella della Vergine dei Pescatori rimanendovi immobile per ore, forse stordita dalla Canicola, o forse rapita dal suo essere

ANCHE un volatile,
poi ANCHE pietra,
poi ANCHE frutto della pianta.

Aspettava la notte e giungeva la Notte.

Animale fatto per il volo, o forse remota figlia del geco scalatore, si arrampicava fino alla campana e tirava, la suonava a distesa dalle viscere della Notte, pazza d’amore per l’aria satura d’Estate e del sonno dei bambini.

Scompariva. La ritrovavano a correre frenetica in cerchio nell’orto delle fave, avvicinandosi le vedevano la tunica bianca coperta di scrittura che AGIO FACTO LE CENTO MILIA PER L’HORTO DE LE STIDDE CULTIVATO DE LE MERAVEGIA.

 

 

Il giardino di Teofrasto

 

peter-huchel_roger-melis

 

 

Quando nel 1962 il poeta Peter Huchel, caporedattore della rivista Sinn und Form, fu costretto dal governo della DDR ad abbandonare il proprio incarico, pubblicò nel secondo numero della rivista (l’ultimo da lui diretto) di quell’anno ’62 un gruppo di sue poesie che erano al tempo stesso un congedo da Sinn und Form e una trasparente critica al sistema politico e culturale di quegli anni; uno dei testi più espliciti e commoventi s’intitola “Il giardino di Teofrasto” che propongo nella versione originale e nella mia traduzione.
Ho pensato ai versi di Peter Huchel (“non nato / per vivere sotto le ali della violenza” e “non disposto / a implorare clemenza” come scrive di sé in un’altra memorabile poesia intitolata “Il tribunale”) in questi giorni in cui s’invocano tribunali “del popolo” e si lanciano, con espressioni violente, crociate contro la stampa; sono giorni (e, ormai, anni) di populismo crescente e di razzismo non più dissimulato, di fascismo che torna (o continua) a esercitare il suo mortale fascino – in Italia così come in Europa – e vorrei che i versi di Peter Huchel (che il populismo e il totalitarismo ha vissuto sulla propria pelle) ci ricordassero la funzione decisiva dell’istruzione e della cultura.

 

Der Garten des Theophrast

Meinem Sohn

Wenn mittags das weiße Feuer
Der Verse über den Urnen tanzt,
Gedenke, mein Sohn. Gedenke derer,
Die einst Gespräche wie Bäume gepflanzt.
Tot ist der Garten, mein Atem wird schwerer,
Bewahre die Stunde, hier ging Theophrast,
Mit Eichenlohe zu düngen den Boden,
Die wunde Rinde zu binden mit Bast.
Ein Ölbaum spaltet das mürbe Gemäuer
Und ist noch Stimme im heißen Staub.
Sie gaben Befehl, die Wurzel zu roden.
Es sinkt dein Licht, schutzloses Laub.

 

Il giardino di Teofrasto

A mio figlio

Quando a mezzogiorno il luminoso fuoco
dei versi sopra le urne danza,
ricorda, figlio mio, ricordati di coloro
che un tempo hanno piantumato conversazioni come alberi.
Morto è il giardino, s’appesantisce il mio respiro,
serba quest’ora, qui andava Teofrasto
a concimare il terreno con sminuzzata corteccia di quercia,
a fasciare la corteccia ferita con rafia.
Un olivo sgretola il muro marcito
e c’è ancora una voce nella polvere bollente.
Dettero l’ordine d’estirparne le radici.
Ecco: s’abbatte la tua luce, o chioma indifesa.