Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Mese: settembre, 2014

Pietro Masturzo: donne di Teheran

 

pietro masturzo_teheran

Fotografia di Pietro Masturzo (Teheran, 24 giugno 2009).

 

 

Salire sulle terrazze e cantare un canto non rassegnato, cantare la propria presenza alla vita e al mondo.

Salire sulle terrazze della città e fotografare quel canto.

La luce bianca della grande finestra riverbera nell’imbrunire e s’immagina il rincorrersi delle voci mentre salmodiano che Allah è sommo, l’aria pre-notturna di Teheran colma di echi.

Una fotografia tesa d’armonia, bellezza di postura delle donne intese a dire il coraggio della ribellione, un’ora dello stare comune come raramente accade: concepiscono terrore di questo stare i tiranni? Sanno essi il terrore quando un popolo leva la testa?

S’intuisce anziana la donna ritta (sì: postura di potenza e bellezza) e sta lì concorde con sua figlia o nipote o nuora che modula il grido delllo stare nella libertà negata e per la libertà a venire.

 

B. B. torna a meditare sul suo “Vita di Galileo”

 

DerHimmelÜberBerlin

Fermo immagine da “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders

 

 

Tardo giugno del 1953. Bertolt Brecht, al tavolo di cucina nel suo appartamento a Berlino Est, medita sulla rivolta operaia del 17 giugno e, tra sonno e insonnia, ripensa al suo Leben des Galilei.

 

“Lo so che anche l’insonnia induce
visioni, allucinazioni.
Si altera lo stato della psiche
in condizioni di stanchezza
o di defatigante tensione.
Lo so che non sei reale,
ho bisogno di un interlocutore
e tu sei qui: testimonia
se la parola sappia liberarci”.
Galileo annuisce nella penombra,
poggia sul tavolo le mani lerce d’inchiostro.
Attende.
“Eri così corporeo nella mia mente,
così gioivi del buon cibo e così
dell’astronomia, con fisica soddisfazione.
Lo so ch’è vero l’assaporare e l’accarezzare
e l’odorare (si chiama bellezza
ed essa è vera se non si nutre
di schiavi né di tradimenti) ma
gli operai, la nostra gente che
a pugni nudi sfidava i carriarmati
c’insegnava la strada”.
Galileo appoggia il mento
sulla mano, intento.
“La scienza è rivoluzionaria,
anche quando il singolo fallisce
(ti mostrarono gli strumenti di tortura,
ne avesti paura) il suo uso
reazionario, se venduta
ai padroni.
E il teatro …”
Un autoblindo transita in strada.
Andrea Sarti è comparso alle spalle
del maestro, la barba non rasata
da giorni.
B. B. sussulta, poi avvicina un foglio,
comincia a scarabocchiarvi.
“… il teatro ha riflettori di luce
bianca, ha la storia da sviscerare
e la consapevolezza da esercitare”.
Forse contro la finestra e dalla notte
di Berlino s’addensano
le note di un’armonica a bocca
(la canzone triste di Mutter Courage,
l’aria solenne dell’Internazionale,
la cadenza meditativa dell’allegretto della Settima).
“Non tradirò la mia gente
né la rivoluzione.
Me l’hai insegnato tu: fallire, cadere
e non rinunciare: transeunte l’individuo,
l’idea gli sopravvive”.
Galileo ondeggia, come sbuffi di nebbia
pare dissolversi nell’aria densa di fumo.
Anche Sarti scompare mentre B. B. s’alza,
va alla finestra, apre le imposte.
L’aria odora ancora di nafta bruciata
e di polvere, i bui carriaggi
portano il carbone agli altiforni.

 

La giovane coppia al piano di sopra
si ama: è
come la notte sospirasse,
ben oltre la tristezza.
Scriverà ora
una lettera d’amore.

 

 

Per Edwin Chota e i suoi compagni assassinati

 

edwin chota

Edwin Chota

 

 

Sono figlio della foresta
– nudo, mi vesto di bellezza:
ricopro il corpo d’argilla
piume metto sulle braccia e sul dorso e sul capo
bracciali di salice ai polsi, alle caviglie
e danzo. Danzo il respiro della foresta che mi respira
danzo nel vento piumato di luce
danzo la pioggia i tamburi danzo

sono forte
anche se gli elicotteri mitragliano a volo radente
anche se le autoblindo sorvegliano l’ingresso dei villaggi
anche se la benzina incendiata lambisce il sonno.

Il canto saprà salvare la foresta?

 

 

 

Dedicato a Jacqueline Risset

 

 

Francesco-Balsamo-Voce-della-durata-2011

Francesco Balsamo, Voce della durata, 2011

 

 

LA LUNA DI LEOPARDI
 

Pure nel soliloquio abbisogniamo
di un interlocutore, foss’anche
muto e indifferente.
Siamo esseri fatti di linguaggio
e abbiamo lo sguardo che dirige per istinto
verso l’alto.
I casolari, al crepuscolo, si
riempiono dell’abbaiare dei cani,
l’onda sonora tocca muri già
bui ed alberi ramificati in arresa
solitudine.
La muta vastità della pietra
sospesa sopra i colli della Marca
ovviamente non dà risposte
al nostro interrogare
ma riflette luce notturna
sui coltivi
e negli anfratti di sentieri secolari.
E rileggiamo Leopardi,
forse lo capiamo,
più spesso lo fraintendiamo.

 
Più vera la sua Luna
di questo nostro pignolo compitare
l’orbita degli astri.

 

 

 

La poesia e la Resistenza

 

La poesia quando canta e ricorda la Resistenza. La poesia come resistenza.

 

iacovella

Nino Iacovella legge ad un gruppo di amici dal suo libro “Latitudini delle braccia”.