Concatenazioni 8: la scrittura e l’ira

di Antonio Devicienti

 

 

1. E leggo che la Francia ha bloccato le importazioni di frutta e di verdura dal Salento temendo contaminazioni; e leggo che l’UE ha dato ragione alla Francia; e chiedo che cosa sia stato fatto di concreto, di intelligente, di risolutivo in questi anni in cui la xylella fastidiosa attaccava e sterminava i nostri olivi: nulla.

2. E continueranno le emigrazioni da Sud verso Nord, ancora più numerosi i Salentini lasceranno la loro terra.

3. Che cosa vedono i turisti che di luglio e d’agosto vengono in Terra d’Otranto? Che cosa capiscono di noi?
Nulla.

4. Voi Meridionali siete soltanto bravi a lamentarvi, direte. Non sapete fare altro. – Sarebbe la verità se non fosse che tutto, tutto poggia su di un sistema antiumano, votato esclusivamente al profitto. Andate a chiederlo ai fratelli Greci. Andate a squartare le viscere della nostra storia: e forse capirete.

5. Non è questa l’Europa che volevamo, non volevamo questo.

6. Poi c’è anche chi raderebbe al suolo i campi dei Rom. Ci schiaccereste tutti, come si fa con gli insetti che ripugnano. Siamo insetti che ripugnano. Ma non avete fatto i conti con la nostra lucida ira.

7. Lecce è, in questi mesi, capitale di un contado dove gli olivi, i millenari sapienti, sono minacciati forse dalla xylella, certamente dalla voracità di pescecane del profitto: l’ira mi spinge allora a questo canto angosciato e folle:

Lecce non è un organo di barberia a manovella
che fa balzare festivals dal suo ventre
né soltanto muri roventi di siccità
ma un giro ebbro del sangue
e un sistema non euclideo di piani inclinati:

una cisterna a lato dell’andito, un ballatoio di servizio,
un budello di gradini conducono
all’oltre:

varcano.

Non è sul mare Lecce, ma lo chiama
e gli avvia camionabili:
quando tentò la scrittura prima la mente
e poi il foglio
incontrò         l’acquamadre         l’acquasorella         l’acquamante

seppe (lo seppe
la scrittura imparandolo dall’acqua
e lo seppe
l’acqua fecondando la scrittura) che
due nella Città delle visioni è numero del
moltiplicarsi ma anche del rischio e dell’
inatteso

che l’acqua non sosta ma scorre e discorre
poi s’inabissa
che una tangenziale tesa ad aggirare la Città
non è
più veloce del desiderio
e che proiettarsi verso l’altra sponda acuisce
il bisogno di spazio e di canto.
Non avrebbero altrimenti aperto quel numero
folle di finestre e i vetri sottili come la vita
a rimandare ad occhi avidi il passaggio delle nubi
sopra oliveti e terra rossa.

Piove sangue il Cristo crocefisso in Duomo
come sospeso nell’elevazione della
navata e appeso al buio rigato di fiammelle
viene avanti         viene avanti
mentre i tagli sul corpo grondano acqua salmastra
come dal volto di feriti olivi, offesi, minacciàti, fatti monchi, trascuràti, come
d’ignoranza e smemoratezza irroràti (ma non
ma non dalla loro gente, non dalla gente degli olivi, non
dalla gente che con l’acqua del sudore e pure delle lacrime li ama
e vorrebbe lavarli:
per guarirli).

Accade così che, entrando
e
uscendo da stanze sature di tempo,
entrando e uscendo dal campo visivo di vicoli verticali
come gru di tufo in manovra, quando
si sfinisce di sguardo il camminare,
teso l’orecchio all’ascolto, dentro gallerie di pietra
giunge scintillando l’acqua fino alla Città barocca

salgonosalgonosalgono           per spostamenti di cielo
le ringhiere dei balconi e negli echi ondulatori dell’acqua
l’assetante nostalgia la voce e il vento
sono ancora un giro ebbro del sangue
e un sistema non euclideo di piani inclinati.

8. Ascolto spirare l’angoscia dalle terre di Galatina e di Gallipoli, hanno paura nelle terre fino a Leuca e poi a risalire, dal versante adriatico: che cosa intendono fare? I politici, gli economisti, chiedo, che cosa intendono fare? I mafiosi lo sanno già e sono già all’opera: da gran tempo.

9. Piange la gente degli olivi ed è piangere per le proprie radici millenarie, ora avvelenate e svendute.

10. Fin qui giunge la scrittura. La sua impotenza mi esplode tra le mani. Ma non è finita, sono certo che non è finita.